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Come Pianificare la migliore Strategia per la tua Azienda

Le aziende di tutto il Pianeta dedicano del tempo a Pianificare una Strategia annuale, sia a livello formale che informale. Tu come imprenditore lo fai, giusto? Stiamo parlando di quel momento in cui si mettono insieme manager e dirigenti per discutere i problemi della tua Azienda.

Infatti, per quanto le imprese hanno sicuramente bisogno di più azione e meno pianificazione, è importante che i vertici dell’Azienda si riuscano alcuni giorni lontano dall’ufficio per elaborare strategie, pianificare e fare una proiezione chiara del futuro della Compagnia.

Tuttavia, gli Amministratori Delegati commettono spesso degli errori che compromettono una buona Pianificazione Strategica per la propria Azienda.

Se vuoi Pianificare la migliore Strategia per la tua Azienda al fine di Incrementare le Vendite, Abbattere i Costi e Creare una Lead Generation costante, segui i nostri consigli e evita 4 errori comuni.

Pianificare al meglio la Strategia: uomo che muove una pedina bianca su una scacchiera

Pianificare al meglio la Strategia: uomo che muove una pedina bianca su una scacchiera

I 4 errori da evitare quando Pianifichi la Strategia della tua Azienda

1.Stabilire gli Obiettivi sbagliati

Se nella tua Pianificazione Strategica non stabilisci i giusti Obiettivi, rischi di trovarti incastrato in un meccanismo che tu stesso hai creato, ma che ti calza stretto.

Un esempio può essere quello di puntare ad un Target ristretto: imposterai il tuo prodotto, i tuoi canali di distribuzione, i tuoi messaggi promozionali in base ad esso e per questo ti troverai a dipendere da un pubblico piccolo.

Invece tu non vuoi essere il grande pesce rinchiuso nel piccolo stagno: tu vuoi e devi buttarti là fuori, nel vasto oceano. Pensa in grande: abbi grandi idee, fai grandi spese e rischia maggiormente, perché in fondo ci vuole la stessa energia e lo stesso sforzo per diventare piccoli come grandi.

Crea Obiettivi più grandi per essere maggiormente stimolato dal tuo lavoro. I grandi obiettivi sono eccitanti!

2.Non far salire tutti a bordo

La Vision della tua Azienda parte da te: ciò significa che devi essere in grado di vendere la tua idea e far in modo che anche gli altri vedano dove vuoi che si posizioni la Società.

Come Imprenditore, è necessario che tu insista e pretenda – devi proprio ESIGERLO- che tuoi collaboratori puntino al successo. Falli salire a bordo della tua Nave o buttali fuori.

È davvero importante far entrare solo persone motivate nella tua squadra di lavoro. Per ottenere questo, però, devi renderli pienamente consapevoli e partecipi di qualsiasi strategia tu decida di portare avanti.

Ricorda: indipendentemente dalle strategie che scegli di attuare, rendi prioritarie le vendite e le entrate!

Pianificare la migliore Strategia: taccuino con scritto "planning" sottolineato in rosso

Pianificare la migliore Strategia: taccuino con scritto “planning” sottolineato in rosso

3.Seguire un Piano troppo rigido

Tutti i piani sono imperfetti perché le cose non vanno mai come avevi immaginato. Quando insieme al tuo team fai una sessione di Pianificazione Strategica, non potrai mai prevedere tutti gli eventi casuali che si verificheranno nell’anno a venire.

Diciamo le cose come stanno: i Piani Aziendali sono fatti per dare agli altri la sicurezza che non stai improvvisando in corso d’opera… ma in realtà, sarà proprio quello che farai.

Crea un piano, ma sii disposto a essere flessibile rispetto ad esso.

4.Affrontare le tue riunioni più importanti in maniera sommaria

Un altro motivo per cui le sessioni di Pianificazione Strategica falliscono è che troppi amministratori delegati vogliono farle a buon mercato e internamente all’azienda. Devi invece trovare la location giusta. Di solito andare fuori sede è meglio perché ti allontana dal caos dell’ufficio e aumenta l’attenzione sull’intera faccenda. Farle in un bel resort, ad esempio, rende la sessione di Pianificazione Strategica un’esperienza piacevole che il tuo staff non vedrà l’ora di fare.

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Sharing economy: valore reale o semplice illusione?

Economia della collaborazione o della condivisione, peer economy, economia on-demand e consumo collaborativo; questi sono solo alcuni dei termini con i quali viene spesso chiamata la Sharing Economy.

Ma che cos’è esattamente la Sharing Economy?

Non è facile rispondere a questa domanda. Un po’ perché si tratta di un fenomeno abbastanza recente, un po’ perché dietro a questa parola ci sono conetti e realtà diverse.

Cos’è la sharing economy?

Proviamo così: Uber? Air B&B? BlaBlaCar? Forse adesso è più chiaro di cosa stiamo parlando.

Quasi tutti almeno una volta avrete sentito parlare, oppure addirittura utilizzato, questi servizi. Si tratta di esempi concreti di Sharing Economy.

Un nuovo modello economico che parte direttamente dai bisogni degli utenti. Parliamo di utenti e non di soli clienti, perché il secondo fattore che caratterizza la Sharing Economy, è proprio il suo essere digitale.

La Sharing Economy è un’economia all’interno della quale professionisti e consumatori mettono a disposizione tempo, competenze, beni e conoscenze per creare relazioni virtuose di scambio reciproco che implicano un utilizzo della tecnologia digitale.

In altre parole, la Sharing Economy è un esempio perfetto di economia circolare, ossia di un’economia che, grazie al suo stesso modo di funzionare, è in grado di rigenerarsi da sola. È un’economia che unisce la tecnologia alle competenze delle persone comuni per soddisfare delle necessità.

Grazie poi all’utilizzo di smartphone e applicazioni la Sharing Economy ha trasformato le città in grandi e generose comunità virtuali. Comunità all’interno delle quali un po’ tutti possiamo essere protagonisti.

Il valore sociale della sharing economy

Basandosi sulla condivisione e sulla compartecipazione, la Sharing Economy assume anche un valore sociale.

Se per soddisfare le necessità degli utenti, la comunità online si impegna a mettere a disposizione di tutti, tempo, risorse e conoscenze, in cambio di un piccolo pagamento (anch’esso condiviso nella maggior parte dei casi), è chiaro che il valore sociale assume un aspetto di fondamentale importanza.

Questo nuovo modello economico promuove il riuso, il riciclo, il risparmio, una certa redistribuzione di denaro e perché no, anche la socializzazione e la salvaguardia ambientale.

Ecco perché per molte persone quest’economia ha rappresentato, sin dall’inizio, l’opportunità per ricostruire il valore sociale della collettività.

Si, perché l’idea di unire le proprie forze a quelle degli altri per risolvere un problema comune non è certo nata ieri.

Già in epoche storiche più antiche villaggi e chiese mettevano in pratica questi concetti.

Questo valore “sociale” è reale oppure è una scusa per sfruttare lavoro a basso costo?

Al servizio di tutti, con l’aiuto di tutti. Così potremo definire la Sharing Economy in breve.

Detto così, assomiglia più ad un bellissimo sogno che ad un’economia reale, e per alcuni infatti, si tratta proprio solo di un sogno.

In molti sostengono che dietro a questo nuovo modello economico si celi in realtà la volontà, per chi gestisce questi servizi, di manipolare e controllare forza lavoro a basso costo senza per altro garantirne alcuna tutela lavorativa.

Per capire meglio i possibili sviluppi di questa nuova economia circolare dobbiamo chiarire quale sia il suo effettivo valore, sia in termini economici che politici.

Quanto vale la Sharing Economy?

I settori che guideranno l’esplosione dell’economia della condivisione sono principalmente cinque:

  • Trasporti
  • Alloggi (a breve termine)
  • Finanza collaborativa
  • Servizi domestici
  • Servizi professionali on-demand (su richiesta)

A livello geografico invece i paesi più attivi e coinvolti in questa trasformazione sono quelli del Nord Europa: Gran Bretagna e Germania in primis con oltre 50 imprese operative e Olanda e Spagna a seguire con un numero di attività comprese tra 15 e 30.

I ricavi lordi delle piattaforme impiegate per offrire servizi di Sharing Economy rappresentano un trend in crescita: sono stati calcolati in 28 miliardi di euro nel 2015 e si prevede che, continuando a crescere a questo ritmo, raggiungeranno i 300 miliardi entro il 2025.

La Sharing Economy e la tutela della legge

Pur trattandosi di un fenomeno sociale antico, la tecnologia ha avuto su di esso un effetto distruttivo, rendendo indispensabile la revisione di leggi obsolete e inadatte a gestire questa trasformazione digitale.

La vicenda di Taxi Uber ne è un esempio. Nato come servizio di Car Sharing, ossia di condivisione di auto (o di alcuni posti liberi su di essa) si è arrivati a Uber, un servizio in cui di condiviso c’è ben poco e gli autisti di fatto sono dei professionisti che svolgono un lavoro dipendente ma senza godere di alcuna tutela.

Lo stesso discorso vale per i fattorini che fanno le consegne a domicilio, le persone che fanno le pulizie per Helping (servizio di pulizie a domicilio su prenotazione) oppure per i freelance di Upwork.

Gig Economy, economia dei “lavoretti”, per indicare tutti quei modelli di business in cui la forza lavoro è rappresentata da appaltatori indipendenti e liberi professionisti invece che da impiegati a tempo indeterminato.

In tutti i casi si tratta di lavori temporanei, pagati a prestazione e non tutelati.

E il futuro?

Abbiamo potuto vedere come questa nuova economia del consumo collaborativo abbia tutte le carte in regola per diventare un modello di rilievo nel futuro.

Le potenzialità sono molte, così come lo sono rischi e i problemi da risolvere.

Ma perché la Sharing Economy possa davvero realizzarsi, dobbiamo riflettere sul suo reale significato sociale e passare dal concetto di “condividere guadagnando” a quello di “guadagnare condividendo”.

Continua a seguirci e resta aggiornato su tutte le ultime news e tendenze del mondo digitale, con il Blog di Mg Group Italia.

 

 

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La Fatturazione Elettronica è alle porte, sei pronto?

Come certamente saprai, il 1° gennaio 2019 entrerà in vigore la fatturazione elettronica.

La fatturazione elettronica, obbligatoria già da alcuni anni per le operazioni da e verso la Pubblica Amministrazione, è stata introdotta in Italia con la Legge Finanziaria 2008 per adeguarsi alle corrispondenti direttive UE, e dal nuovo anno permetterà di gestire elettronicamente l’intero ciclo delle fatture.

In cosa consiste la fatturazione elettronica

La fatturazione elettronica prevede la creazione in formato Xml del documento fiscale che dovrà essere inviato tramite il Sistema di Interscambio Nazionale (Sdi) e conservato digitalmente a norma per 10 anni.

I vantaggi di questa nuova procedura saranno molti, a partire dalla necessità per le aziende di rendere l’intero processo automatizzato, fino alla semplificazione dei controlli e degli adempimenti fiscali.

Open&Go, uno solo strumento per fare tutto

Nonostante la fatturazione elettronica sia dietro l’angolo, sono ancora molte le aziende che non si sono organizzate e che rischiano di affacciarsi all’anno nuovo impreparate.

Se questo è il tuo caso, non preoccuparti, Mg Group Italia è qui per aiutarti ad adeguare la tua impresa a tutte le nuove normative fiscali attraverso Open&Go, il nuovo software gestionale su misura.

Con Open&Go sarai in grado di allinearti facilmente e in tempi rapidi ai nuovi standard della Fatturazione Elettronica e non solo.

Attraverso un solo strumento, la tua azienda potrà godere di numerosi vantaggi competitivi, tra cui:

  • suddividere i tuoi clienti e gestire con praticità i loro dati all’interno di database professionali ed organizzati, disponibili su tutti i dispositivi mobile, sia in ufficio che in viaggio;
  • potrai semplificare i processi aziendali, delegando al software molte operazioni manuali che richiedono tempo e risorse, diminuendo così i costi gestionali della tua azienda;
  • potrai verificare ordini, scorte, articoli e spedizioni, per un controllo a 360° del tuo magazzino;

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Data-Driven Marketing: il futuro dell’online?

Il Data-Driven Marketing utilizza i dati relativi al comportamento degli utenti per coinvolgerli e fidelizzarli al brand. Nelle aziende che utilizzano strategie data-driven, le risorse e gli strumenti a disposizione vengono investiti in modo più efficiente, ottenendo risultati migliori e abbattendo i costi.

Per fare questo, è indispensabile conoscere il comportamento dei segmenti di target e predisporre per ognuno di essi le strategie più opportune.

Nonostante ciò, ancora molte aziende non sfruttano questa possibilità, probabilmente perché si tratta di un territorio complesso e inesplorato.

Come si può pianificare una strategia Data-Driven?

Per rendere più semplice organizzare un piano che sfrutti le potenzialità dei dati, ti proponiamo una selezione di 5 step che potranno aiutarti a definire una strategia Data-Driven:

  1. Audience

Identificare il pubblico giusto è essenziale per poterlo intercettare e coinvolgere in modo adeguato. Prima di tutto si deve progettare una precisa strategia di segmentazione del pubblico, che sappia indicare i criteri per la costruzione del target di riferimento.  

Non possiamo rivolgerci a chiunque, è indispensabile concentrarsi sugli elementi che identificano meglio il nostro cliente tipo.

Dopo sarà necessario raccogliere ed analizzare i dati e identificare l’audience maggiormente in linea con il brand.

  1. Asset

Per fidelizzare un utente non basta trovarlo e comunicare un messaggio. Bisogna rendere la sua esperienza di fruizione del  messaggio stesso, utile e memorabile.

L’utente deve ricordarsi positivamente del nostro brand e collegarlo ad una user experience accattivante, ad esempio tramite racconti transmediali. In questi casi, si utilizzano vari media che si integrano a vicenda e contribuiscono allo sviluppo della storia.

L’utente è perciò chiamato a collegare questi elementi per comprendere l’intero messaggio e ciò rende l’intero processo sociale ed invitante.

Nulla di tutto ciò sarà comunque possibile se non produrremo contenuti di qualità e utili all’utente.

  1. Accesso

L’utente moderno utilizza più dispositivi contemporaneamente, spesso collegati tra di loro.

Per massimizzare la copertura dei messaggi, ossia la reach, è importante utilizzare più piattaforme, così da comunicare il messaggio nel luogo e nel momento giusto senza sprecare le risorse a nostra disposizione. 

L’utente potrà, ad esempio, iniziare la fruizione di un messaggio su Facebook, proseguirla su YouTube e terminarla sul nostro sito.

Tutte le informazioni devono perciò essere accessibili e disponibili su più piattaforme, così da non bloccare la navigazione e la concentrazione dell’utente attorno al nostro brand.

Grazie al Data-Driven Marketing è possibile avere accesso alle informazioni relative ai comportamenti di navigazione degli utenti per capire quali strumenti è preferibile utilizzare.

  1. Attribuzione

Misurare il valore delle interazioni ottenute è importante per capire il successo delle strategie messe in atto. 

Bisogna tenere bene a mente che i processi di acquisto di un prodotto non sono lineari ma trasversali ed estremamente complessi; ecco perché ogni interazione ha un peso diverso e ci può aiutare a comprendere come distribuire al meglio il budget.

Il Data-Driven Marketing aiuta a capire anche questo.

  1. Automazione

Nel Marketing Data-Driven il ruolo dei dati è un elemento imprescindibile. Averli però non è sufficiente, bisogna saperli analizzare e rielaborare per capire se stiamo andando nella giusta direzione o meno.

Essere in grado di estrapolare indicatori importanti come il ROAS, il ROI o il KPI (Key Performance Indicator), ci consentirà di migliorare il marketing operativo e di allocare in maniera efficiente strumenti e risorse.

È difficile pianificare una strategia Data-Driven?

I dati ci aiutano a spacchettare la realtà digitale e a renderla più semplice e comprensibile. Non è sempre facile però rielaborare questi dati e trarne conclusioni utili. In questi casi avere dei professionisti che ti assistano e ti aiutino ad interpretare correttamente i risultati può essere conveniente anche dal punto di vista economico.

Ripartire le risorse in maniera adeguata significa anche sapersi far consigliare da chi possiede la giusta esperienza per farlo. Imparare autonomamente è possibile, ma rischia di portarci sulla strada sbagliata, o di bloccarci laddove le nostre conoscenze incontrino ostacoli insuperabili.

Richiedi una Consulenza Gratuita e senza Impegno, Mg Group Italia può aiutarti a realizzare strategie adatte a comunicare con il pubblico che ti interessa, sfruttando nel modo più efficiente possibile le risorse che hai a disposizione senza sprecarle. 

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È importante il Customer Care?

Fare Customer Care è difficile, fare un ottimo Customer Care lo è ancora di più.

Fare assistenza ai clienti significa creare a distanza quello che solitamente si crea faccia a faccia: emozioni, fiducia, feeling. Insomma, un rapporto umano in grado dare al cliente il supporto che desidera nell’esatto momento in cui ne ha bisogno.

Si deve fare Customer Care online?

Nel mondo digitale, si ha la sensazione che il Customer Care abbia meno importanza, come se il non avere qualcuno fisicamente davanti ne annulli la reale presenza.

Quando andiamo in un negozio fisico, se poniamo una domanda, desideriamo una risposta; se abbiamo un dubbio, vorremo che qualcuno ci aiutasse a scioglierlo. Se ci mancano delle informazioni, vorremo che qualcuno ce le desse.

Immaginiamo ora di essere di fronte ad un commesso e non ricevere nulla di tutto ciò. Siete convinti che il cliente procederà con l’acquisto?

Troppo spesso si sottovaluta le reali potenzialità del Customer Care, senza comprendere che un cliente abbandonato alle sue domande e ai suoi dubbi irrisolti, cercherà altrove quello che desidera. Al contrario, un cliente soddisfatto parlerà bene di voi, procurandovi una risonanza genuina e, soprattutto, gratuita.

Abbiamo visto che prendersi cura dei propri clienti è importante, ma per farlo serve organizzazione e strumenti in grado di affiancare i clienti in ogni fase dell’acquisto, come i nostri software CRM. Essi sono progettati per assisterti nella gestione delle relazioni con clienti, partner, fornitori e chiunque abbia un ruolo nella tua strategia aziendale.

Archivia e condividi documenti e informazioni in tempo reale e in totale sicurezza, saranno accessibili da qualsiasi postazione e tutti potranno portare avanti gli obiettivi aziendali in modo armonico e coordinato. Tieni aggiornato il tuo magazzino e gestisci ordini e prenotazioni.

Non è ancora abbastanza? Contattaci per una Consulenza Gratuita senza Impegno, potrai personalizzare il tuo CRM in base alle tue esigenze!

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Spende 600 mila dollari su Facebook Ads senza accorgersene

Il peggior investimento pubblicitario online

Quando decidiamo di comunicare qualcosa, lo abbiamo detto, significa che abbiamo un messaggio chiaro che vogliamo lanciare su chi siamo e cosa facciamo. La cosa vale ancora di più quando decidiamo di lanciare un determinato messaggio nell’intento di pubblicizzare un prodotto o servizio che vendiamo e offriamo.

La comunicazione aziendale, insomma, ha le sue regole fondamentali e la pubblicità ancora di più perché, in questo caso, si tratta di investire tempo e risorse per la creazione di un valore che deve rientrare sia in termini di vendite che di promozione del brand e del prodotto.

Soprattutto con i new media digitali se ci affidiamo all’improvvisazione, come accade, i risultati non sono scontati anzi talvolta, senza conoscenza e senza programmazione degli strumenti a cui ci affidiamo, possiamo imbatterci in grandi, brutte, sorprese.

Imparate da chi ha sperperato 600 mila dollari in pubblicità Facebook Ads

È quello che è accaduto a Raaj Kapur Braar, titolare di una casa editrice, la Fetopolis, che promuove numerose riviste di successo, di moda principalmente, seguitissime e che su Facebook raggiungono in media circa 1,7 milioni di likes. Non male affatto, anche considerando che mediamente, un post pubblicato da una rivista di moda su Facebook raggiunge circa 2000 likes.

Qualche tempo fa, Braar decide di approntare un interessante investimento: decide di affidarsi a Facebook (Facebook Ads) per moltiplicare i suoi “lead” sul social network nella convinzione, abbastanza spannometrica, di ricavare circa il 2-300% rispetto alle risorse investite.

Si butta, impetuosamente, in una massiva campagna su Facebook Ads e, rapidamente, si trova ad aver speso, o meglio potremmo dire sperperato, l’ingente somma di circa 600.000 dollari. E tutto questo senza un concreto ritorno dell’investimento paragonabile a quanto speso.

La vicenda che ancora rimane confusa per punti discordanti espressi da Braar e al contempo anche da Facebook, lascia comunque emergere in maniera importante che quando ci sia affida alla pubblicità di un social network come Facebook risulta fondamentale, anzitutto, conoscere le sue caratteristiche e capire, concretamente, se queste incrociano gli obiettivi che vogliamo raggiungere.

Facebook, in sostanza, è un social network che ogni mese ospita circa 2 miliardi di utenti che fanno di tutto: dal postare foto all’esprimere commenti su quello che hanno mangiato un minuto prima. Tutto meno che, direttamente, comprare. Nel senso, la piattaforma tutto fa meno che vendere prodotti, offre agli utenti contenuti, anche riguardanti prodotti e, d’altro lato, alle aziende la possibilità di potersi promuovere sui propri canali. Facebook è in grado di incrementare la popolarità di un brand, farlo circolare tra gli utenti, generare “lead” e, addirittura, portare le persone a compiere determinate azioni (call to action) capaci di “convertire” il coinvolgimento generato dal brand in gesti concreti come un acquisto o la sottoscrizione di una newsletter.

Nello specifico Facebook Ads prevede tre livelli diversi di azione:

  • CPM (costo per mille), per avere visibilità (e basta) per il nostro brand aziendale. Si paga semplicemente affinché il nostro Brand venga promosso e mostrato il più possibile;
  • CPC (costo per click), si tratta della tipica strategia usata dall’imprenditore di Fetopolis, prevede un costo associato a ogni click (sia una fotografia, che un like, che un commento);
  • CPM (CPM ottimizzato), con questa strategia paghiamo Facebook solo se gli utenti compiono un’azione specifica che ci interessa (come ad esempio visitare il nostro sito di e-commerce). In questo modo il social network, per avere introiti, indirizza la nostra pubblicità solo verso gli utenti che potrebbero esser interessati e, dunque, propensi alla call to action che noi prevediamo.

Affidatevi a dei professionisti

Alla luce dell’esperienza non molto felice di Braar vi è anzitutto una riflessione da fare: prima di incamminarci in qualsiasi azione di advertising su Facebook Ads è necessario definire bene qual è l’obiettivo che vogliamo raggiungere e, concretamente, capire se il social network fa al caso nostro. Anche considerando che all’investimento economico che facciamo deve corrispondere un ritorno effettivo perché poi, alla fine, qualsiasi strategia deve esser valutata in base al rapporto tra effort e risultati prodotto.

In secondo luogo, bisogna conoscere bene quello che Facebook è e rappresenta con tutte le potenzialità e debolezze e, soprattutto, mettere bene a fuoco che esser visibili, impegnarsi a promuovere il proprio profilo, la propria notorietà non equivale a vendere di più.

Non farlo significa perdere su due fronti: perdere le opportunità che lo strumento ci offre perché non le comprendiamo e, forse la cosa peggiore, sprecare soldi che potrebbero esser investiti su altri fronti magari maggiormente redditizi per la nostra azienda.

Non improvvisare, affidati a dei professionisti per ottenere risultati dai tuoi investimenti in pubblicità. Richiedi una consulenza Gratuita

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Quali sono gli errori da evitare nella Comunicazione Aziendale?

Come evitare gli errori più comuni ed esser più efficaci?

Comunicare è l’aspetto, forse più importante, della nostra esistenza.

Da “Neanderthal” in poi, l’esigenza di comunicare, di dire chi siamo e quello che facciamo è stata necessaria anzitutto per creare counsciousness attorno a noi: un circuito di fiducia, fatto di persone che condividono e apprezzano quello che siamo e che soprattutto ci protegge dall’esterno nell’ottica primordiale di rappresentare un elemento in più per la sopravvivenza.

Comunicare, possiamo dire, è concretamente tra i bisogni essenziali, come mangiare e respirare. Senza, banalmente, non saremmo ciò che siamo.

Sebbene vi siano, quindi, attitudini innate, comportamentali, del modo di comunicare, vi sono anche alcune regole chiave. A maggior ragione per le imprese la cui esigenza di comunicare è dettata dalla motivazione di incrementare le vendite e dunque aumentare il volume del business aziendale, con maggiori probabilità di assumere risorse e creare nuove opportunità per i clienti.

Comunicare male è peggio che non comunicare

Per le aziende soprattutto vi sono una serie di errori, fondamentali, da evitare nell’attività di comunicazione in senso lato:

Assenza di Obiettivo

Ciascuna azione è finalizzata al raggiungimento di uno scopo. Se non definiamo gli obiettivi che ci prefiggiamo di raggiungere nella comunicazione aziendale, sia in senso generale che specifico (ad esempio con riguardo a un evento o a un prodotto) rischiamo di produrre una comunicazione non efficace, che non raggiunge il target e non informa;

Chiarezza

Non esser chiari, nelle comunicazioni promosse, genera l’effetto completamente opposto. Se non pubblichiamo e diffondiamo informazioni chiare e semplici da comprendere i nostri interlocutori, clienti e utenti generici, rimangono confusi e a lungo andare non seguono più le nostre attività. Occorre sintetizzare invece quello che è il messaggio che intendiamo dare e, di conseguenza, disporre di un team capace di scrivere contenuti in maniera efficace ed esaustiva.

Target identification

Ciascuna comunicazione aziendale deve saper individuare, anzitutto, i target di riferimento, coloro che sono i destinatari effettivi della comunicazione, sia in senso alto e sia individuando soggetti specifici (magari suddivisi per settore e/o area di interesse). Genericamente ci si affida a un lavoro, continuo, di “mappatura degli stakeholder” per monitorare tutti i soggetti con cui, come azienda, entriamo in contatto al fine di 1) capire con chi ci relazioniamo in generale; 2) chi sono i nostri clienti; 3) come “personalizzare” la comunicazione in base ai target affinché risulti quanto più efficace possibile (in termini di condivisioni e risposte a una specifica call to action). Non farlo equivale a non aver obiettivi.

Focus

Una comunicazione efficace che sia tale deve evitare di disperder energie su contenuti poco coerenti con quella che è l’attività aziendale. Bisogna concentrarsi nella produzione di contenuti efficaci e tarati, in maniera specifica, che rendono bene all’utente, potenziale cliente, quali sono i prodotti che vendiamo, allo stesso modo in cui è fondamentale chiarire, bene, quella che è la nostra identità e come ci differenziamo rispetto ai nostri competitor. Il focus deve intendersi non solo nel contenuto ma anche negli strumenti: mancare di considerazione, ovvero non prevedere messaggi diversi a seconda degli strumenti (es. sito web, social, carta stampata) significa non riuscire ad esser incisivi perché è come parlare due lingue diverse.

Engagement

La comunicazione efficace si basa sulla capacità di poter esser condivisa, promossa, veicolata e stimolare alla conversione ovvero alla realizzazione di specifiche azioni (es. acquistare un prodotto). Se non progettiamo la nostra comunicazione aziendale anche nell’intento di favorire l’engagement dei nostri target di riferimento (clienti o utenti generici) rischiamo di non raggiungere gli obiettivi e di, letteralmente, fare un buco nell’acqua.

Competitor Analysis

Per programmare una strategia di comunicazione efficace e, di conseguenza, attuarla con risultato, occorre anche occuparsi di capire chi sono i nostri competitor, chi sono i soggetti con cui, nella realizzazione della specifica attività di business, entriamo in competizione. Non farlo significa non capire come possiamo andare a “personalizzare” la nostra comunicazione, renderla specifica e unica, far capire al cliente perché scegliere noi piuttosto che un nostro competitor.

Trends

Un errore abbastanza comune può esser quello di non prevedere, nella strategia di comunicazione aziendale, degli strumenti di analisi dei trend comunicativi maggiormente diffusi per il nostro settore di business. Ad esempio non sapere qual è il brand del momento o il prodotto più venduto nella nostra categoria piò rivelarsi poco intelligente. Perché non ci consente di tarare la nostra comunicazione su quelle che realmente potrebbero esser le aspettative di clienti e utenti.

Conclusioni

Si tratta di errori che tutti quanti, prima o poi, possiamo commettere in diversi casi. Importante è saperlo e compiere le giuste mosse per evitarli e far in modo che, come detto, comunicare non risulti peggio di non comunicare. Ragionando, inoltre, anche in termini strategici di sviluppare sempre coerenza tra quello che è il contenuto della Comunicazione Interna (verso dipendenti, collaboratori) e quello che invece è ciò che promuoviamo in Comunicazione Esterna (sia quella online che offline). Passaggio fondamentale è considerare, infine, che tutte le attività che abbiamo suggerito poco prima sono da intendersi una tantum ma devono esser inserite in un quadro complessivo di sviluppo di lungo periodo con un approccio flessibile attraverso cui l’azienda periodicamente analizza la propria comunicazione, il relativo impatto e vi appronta i necessari cambiamenti. Nell’ottica, semplicemente, di un continuo percorso di apprendimento e, dunque, miglioramento.

Possiamo aiutarti a non commettere gli errori più diffusi della comunicazione aziendale grazie alla nostra esperienza decennale al fianco delle aziende.

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Google annuncia la chiusura del suo social network Google+

Google+ era nato con le migliori aspettative, di tutti, utenti e, perchè no, anche aziende, interessate a sfruttare, in brand promotion, l’enorme flusso di dati del motore di ricerca di Montain View. Ma qualcosa è andato storto o meglio è andato non come previsto. D’altronde è una costante di successo dell’innovazione: l’effetto disruptive del continuo avanzamento da un prodotto ad un altro e la considerazione, semplice, che poi alla fine non tutti i mali vengono per nuocere ovvero un fallimento genera una nuova creazione.

Il fallimento del social network di Mountain View

Google+ nasce tra i migliori auspici nel 2011 con l’intento della casa madre di fare ingresso, a tutti gli effetti, nel mercato dei social network avendo dalla propria l’enorme flusso quotidiano di utenti su Gmail e sul motore di ricerca. La casa madre di Mountain View attua una strategia di fidelizzazione very strong e in pratica ciascun utente dei prodotti Google, Gmail e Youtube soprattutto, viene “automaticamente” registrato su Google+ per utilizzare “al meglio” i servizi richiesti. Google intende caratterizzare la propria piattaforma di social networking, come un prodotto capace di concorrere, in breve tempo, con i big Twitter e Facebook.

Cosa è accaduto negli ultimi anni?

In breve tempo, il social network made in Google inizia a perdere colpi soprattutto perchè gli utenti non vogliono sentirsi pilotati nelle loro scelte di aderire o meno ad alcuni contenuti e soprattutto preferiscono avere e mantenere esperienze digitali diversificate senza dovere, per forza, migrare verso un unico contenitore. D’altronde, la propensione all’utilizzo dei social, in ottica user generated content, sta anche nella possibilità di poter utilizzare più strumenti, anche mixandoli, per veicolare messaggi differenti.

Google comunque, continua a rilanciare il proprio prodotto: lo espande, ne amplia le funzioni e le capacità di condivisione contenuti sempre nell’intento di costruire, finalmente, la propria rete sociale. Il salto, però, non riesce. Manca una componente fondamentale, alla base non solo di una piattaforma ma di ogni processo sociale, sia una petizione o una votazione: manca l’engagement, la capacità essenziale di uno strumento collettivo di saper “coinvolgere” gli Utenti, stimolando il loro interesse a condividere contenuti di vario genere e, dunque, a frequentare e avvertire lo spazio virtuale della “piattaforma” come spazio proprio di affermazione e promozione.

Perchè è fallito Google+?

Google+ diventa il social network meno “sociale” della storia e si caratterizza per un singolare paradosso: quello di esser un prodotto di un gigante del web, in termini di flussi e utenti giornalieri, con un flusso bassissimo. Dati recenti comunicati da Mountain View, infatti, affermano che circa il 90% degli utenti di Google+ non supera i 5 secondi totali di accesso alla piattaforma.

E di conseguenza, su queste basi, fallisce anche una delle rilevanti direzioni di sviluppo: quella verso le aziende che, in teoria, avrebbero avuto tutto da guadagnare, in termini di followers e brand promotion, veicolando i propri contenuti sui canali Google. Senza engagement degli utenti non c’è circolazione di informazioni e contenuti e, quindi, nessuna promozione del brand.

A marzo 2018, una nuova, definitiva (almeno per ora) tegola: google annuncia che tra il 2015 e il 2018 un bug della piattaforma, sconosciuto agli sviluppatori, ha causato la probabile violazione dei dati personali di circa 500.000 utenti. La claudicante piattaforma di casa Google+ viene, quindi, annunciata in chiusura: insieme ai bassissimi livelli di engagement, la perdita di fiducia generata dalla mancanza di sicurezza nella protezione dei dati danno il colpo di grazia o meglio archiviano definitivamente la parentesi del social network made in Google che sarà chiuso, ufficialmente, entro agosto 2019, lasciando agli utenti il tempo necessario per migrare altrove le proprie informazioni.

La lezione di Google per il cambiamento della propria azienda

Tutto ciò può sembrare un fallimento, un percorso determinato da scelte poco lungimirante e soprattutto, all’apparenza, poco comprensive delle dinamiche in corso soprattutto con riferimento allo sviluppo del mercato dei social network. Ma si tratta solo di apparenza guardando un po’ più da vicino la storia dello sviluppo evolutivo di Google, che poi altro non è se non la storia delle innovazioni digitali che, progressivamente, hanno modificato e trasformato la nostra vita quotidiana e le relazioni. Google, in particolare, è un’azienda che, per certi aspetti, non ha mai tralasciato la sua natura essenziale di startup: ha sempre promosso sperimentazioni di nuovi prodotti con continui cambi di strategie e modifiche affrontando il potenziale rischio di “fallimento” con una “visionaria” capacità, tipica da startupper, di leggere il successo che può nascere dopo ogni caduta. E infatti, come già avvenuto nel passato, l’azienda sperimenta e affronta “fallimenti” ma senza tralasciare i percorsi intrapresi, anzi. Ciascun percorso, ciascun passaggio, ciascuna sperimentazione, con i relativi “fallimenti”, vengono analizzati, metabolizzati, ragionati per rielaborare le complessive strategie di business development dell’azienda. É la base, anche, del successo e della crescita di tante applicazioni che usiamo ogni giorno e che, all’inizio, erano niente altro che semplici startup.

Pensiamo al Futuro

Da quanto realizzato nel passato si fa tesoro e, in ottica di apprendimento e miglioramento continuo, gli errori del passato possono rappresentare la base per la progettazione di nuovi prodotti di successo di domani. Questa è la mentalità che seguiamo in MG Group Italia, azienda dinamica che supporta i propri clienti in piani specifici di brand promotion sul web e sui social attraverso l’integrazione di differenti strumenti al fine di fornire strategie aggiornate che consentono ai propri clienti e partner commerciali di trasformare il cambiamento in concrete opportunità.

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Che cos’è Google my Business?

Chi cerca un negozio, un’azienda o un servizio molto probabilmente oggi userà la barra di ricerca di Google. Per questo se sei il titolare di un’impresa non puoi rinunciare ad usare la scheda gratuita di Google My Business che permette ad attività e organizzazioni di gestire la propria presenza online, compresi Ricerca e Maps. Con questa scheda puoi verificare le informazioni che i tuoi clienti cercano (indirizzo, orari, sito web, etc) e interagire con essi: se aggiungi foto della tua attività e rispondi alle recensioni o alle domande la tua attività ha il 42% di possibilità in più che il clienti cerchi le informazioni stradali per raggiungerla.

Ma non finisce qui: con Google My Business acquisisci informazioni importanti, come le statistiche sulle modalità con cui i clienti hanno cercato la tua azienda, o la percentuale di coloro che ti hanno chiamato al telefono. Con questi dati puoi creare la tua strategia per avviare campagne su Google Ads e rendere il tuo marchio sempre più forte.
Non ci sono motivi per non usarlo! Se hai bisogno di assistenza o vuoi avviare una campagna di marketing locale più larga e completa puoi contattare noi di Mg Group.

Da tanti anni ci occupiamo di web, anche per piccole imprese locali, e sapremo proporti solo ciò che è meglio per te.

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A cosa serve avere una app aziendale? 5 buone risposte

Sai che i consumatori usano ogni volta uno strumento diverso per i propri acquisti?
Il marketing si è concretato su ogni cosa possibile – le emozioni, i processi neurologici, il packaging, i colori, la posizione nei motori di ricerca – ma a volte si rischia di dimenticare una cosa molto importante nel comportamento dei consumatori: essi usano ciò che gli è più comodo, e le caratteristiche di questa comodità non sono sempre le stesse durante l’arco della giornata.
Di giorno, durante le ore di lavoro, la maggior parte delle vendite nel mondo del commercio elettronico si verifica attraverso un device desktop, ovvero attraverso un computer fisso. Invece la mattina presto, la sera e di notte i consumatori preferiscono utilizzare un device mobile, ovvero spesso il proprio smartphone.
Ce lo ha spiegato l’anno scorso il report aggiornato sul Mobile Commerce, realizzato da Criteo, che dice anche che il 63% delle vendite da mobile, è effettuato tramite app. L’analisi dei dati relativi al cross-device permettono di verificare qual è il percorso seguito dagli utenti prima dell’acquisto: il 31% delle vendite effettuate da desktop, ad esempio, è stato preceduto da un click da un dispositivo mobile.

Cosa ci dicono questi dati?

Sicuramente ci suggeriscono alcune mosse strategiche importanti per chi oggi vuole accrescere il suo fatturato utilizzando il web e le nuove tecnologie.
Il dato più importante è che l’utente medio è solito usare una moltitudine di device prima di comprare il prodotto o servizio desiderato. E che usa quelli che gli offrono un’esperienza di navigazione più semplice e più adatta al contesto in cui si trova nel momento in cui vuole acquistare il prodotto.
Per questa ragione è importante che tutte le imprese che stanno investendo sul web non dimentichino di far sviluppare una app aziendale, collegata direttamente al proprio sito internet.
Vi sembra eccessivo e superfluo? Non è così, basti pensare a quanti milioni di app ci sono nei nostri smartphone per farsi un’idea dell’importanza di questo strumento.

In ogni caso, di seguito proviamo ad illustrarvi alcuni buoni motivi per cambiare idea sulla realizzazione di una app aziendale

1 – LE APP AZIENDALI GARANTISCONO UN SERVIZIO PERSONALIZZATO

Con una app aziendale è possibile personalizzare moltissimo l’esperienza dello shopping dell’utente: una comunicazione su misura in base ai loro interessi, alla posizione, al comportamento d’uso, e altro ancora. Le app sono utili anche per monitorare e osservare l’engagement degli utenti ed usare questo dato per offrire consigli personalizzati e aggiornamenti. Inoltre possono identificare in tempo reale la posizione degli user e fornire contenuti geografici specifici. A questo si aggiunga che quando si offre un’esperienza personalizzata si aumenta il tasso di conversione e quello di vendita.

2- AUMENTA LA VOSTRA REPUTAZIONE FACENDOVI RISPARMIARE DENARO

Un’azienda che abbia una app appare più forte, più tecnologicamente avanzata, più capace di affrontare le sfide del mercato. Un app migliora la vostra reputazione rispetto alla concorrenza e lo fa senza farvi spendere soldi inutili: dimenticate i costi di stampa e di distribuzione. Basta un click per lanciare efficacemente una promozione o un nuovo prodotto.

3- LE APP SONO CAMPIONI DI VELOCITA’

Un’app aziendale ben progettata può svolgere molte azioni più velocemente di un sito mobile. Le app solitamente salvano i loro dati localmente sui dispositivi mobili, al contrario i siti utilizzano i server. Per questo motivo il recupero dei dati avviene più velocemente attraverso le app. Non solo, le app possono rendere molti contenuti fruibili anche off-line: in questo modo l’esperienza dell’utente può non interrompersi mai. Per non parlare dell’utilità di trovare tutte le proprie preferenze già impostate nella app. Un esempio? La possibilità di pagare usando i dati registrati della propria carta invece di doverli inserire tutti ogni volta da capo.

4- CHI USA UN’APP AZIENDALE COMPARA DI MENO I PREZZI

Recentemente l’azienda Americana ComScore ha rilevato che il 46 % degli clienti che usano l’APP di un’azienda non hanno intenzione di fare altre ricerche e comparazioni tra prodotti. In questo senso una app è un ottimo strumento per fidelizzare i propri clienti: crea un rapporto di fiducia e di frequentazione tale con il marchio che a volte riesce anche ad isolare il cliente dalla concorrenza.

 

5- AVERE UN APP MIGLIORA L’INDICIZZAZIONE SU GOOGLE

Avere un sito responsive è importante per scalare posizioni nei motori di ricerca, ormai lo sappiamo tutti. In pochi invece sanno che anche le Applicazioni Android vengono premiate, se ottimizzate a dovere, aumentando la visibilità per le aziende presenti online con questo strumento

 

E ora, considerati questi vantaggi acquisibili attraverso le app, è importante sottolineare quanto sia importante avere strumenti professionali e sviluppati usando le più moderne tecnologie presenti sul mercato. Acquistare, per risparmiare, un prodotto già vecchio nel mondo del digitale equivale ad acquistare un telefono di vecchia generazioni che è già da buttare il giorno che si apre la sua scatola. Mg Group Italia è un’azienda solida, impegnata da tanti anni nel settore del web, capace di offrirvi al prezzo giusto un team di professionisti  in grado di affrontare tutti i molteplici aspetti che implica lo sviluppo di un app, all’interno di una strategia di web marketing più complessiva.

Che aspetti a contattarci? Prepareremo per te un’offerta personalizzata sulle esigenze della tua azienda.