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Next Best Action: il Marketing che anticipa le mosse del cliente

Il concetto di inviare un messaggio ad hoc al cliente giusto, nel momento in cui ne ha bisogno e tramite il canale perfetto è da tempo un mantra nel settore delle Vendite. Il Next Best Action Marketing può essere descritto come un’evoluzione di questo concetto. Esso esamina il comportamento passato del cliente, le sue mosse recenti, i suoi interessi e le sue esigenze nel contesto degli obiettivi di marketing dell’azienda, per identificare l’azione più efficace da compiere (fargli un’offerta o promozione, contattarlo telefonicamente, inviargli un’e-mail, ecc.) al fine di raggiungere gli obiettivi di vendita.

In estrema sintesi, dunque, il NBAM anticipa le mosse del consumatore per ottimizzare il processo di vendita, fidelizzare i clienti e far crescere tutto il vostro business. Scopritelo in questo articolo.

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Come funziona il Next Best Action Marketing

Il Next Best Action Marketing (che potremmo tradurre come: “Il marketing della prossima mossa perfetta”) essenzialmente inverte la tradizionale equazione di marketing, ponendo l’attenzione sul cliente per indirizzargli offerte e azioni che soddisfino le sue esatte esigenze del momento. Gli approcci tradizionali si concentravano invece sugli obiettivi dell’azienda, sviluppando prima i prodotti e le strategie per poi identificare il pubblico giusto a cui indirizzarli.

Il Next Best Offer è un concetto che viene spesso confuso con il NBAM. L’offerta, però, arriva solo alla fine della trattativa col cliente, mentre  la teoria della Next Best Action tocca tutte le fasi del processo di acquisizione e vendita, tra cui comunicazioni, incontri, attese, cortesie e molto altro ancora.

I vantaggi del Next Best Action Marketing

I consumatori di oggi cercano brand che siano in sintonia con le loro esigenze, i loro interessi e le loro priorità e si aspettano, di conseguenza, che i messaggi delle aziende esprimano tale empatia. Il consumatore oggi è un individuo ben definito, non un’unità indistinta di un gruppo demografico, il che significa che i tradizionali approcci di marketing e persino la classica targettizzazione spesso non funzionano. Il Next Best Action Marketing, invece, parte dai dati raccolti su ogni consumatore.

Un approccio Data-Driven consente alle aziende di usare l’immensa quantità di dati che raccolgono sui consumatori per identificare la migliore mossa da compiere nel processo di vendita o di fidelizzazione. Ciò significa che ogni Potenziale Cliente può avere un ciclo di vita unico ed esclusivo. In questo modo, i clienti si sentono apprezzati come individui e hanno maggiori probabilità di diventare clienti fedeli e persino promotori del marchio.

Un altro vantaggio che deriva dall’adozione del Next Best Action Marketing è che consente alle aziende di evitare errori che potrebbero allontanare i potenziali clienti. Ad esempio, se un certo consumatore è a un passo dal concludere una vendita in un e-commerce ma il suo comportamento passato e altri dati indicano che è improbabile che alla fine acquisti davvero, proporre un’ulteriore offerta in questa fase può infastidirlo e allontanarlo definitivamente. Con il NBAM, i marketing specialist possono identificare queste insidie ​​e intraprendere azioni alternative che continuino a curare la relazione con i clienti, anziché danneggiarla. Sfruttare il Next Best Action Marketing significa promuovere la fedeltà al marchio e ridurre le possibili lamentele dei clienti.

Infine, il paradigma della Next Best Action può ottimizzare le spese del reparto marketing, se applicato nel modo giusto. Invece di sprecare risorse per inviare messaggi, proporre offerte o fare altre azioni che difficilmente avranno successo, il budget viene dedicato ad individuare le azioni specifiche che hanno la massima probabilità di produrre il risultato desiderato per ogni singolo consumatore.

Next Best Action Marketing

Le difficoltà di applicazione di questo paradigma

Una delle principali sfide associate al Next Best Action Marketing è che richiede un approccio totalmente nuovo alle interazioni con i clienti. Molti team di marketing sono abituati ad avvicinarsi al processo di promozione e vendita in modo tradizionale, arrivando all’approccio col cliente solo alla fine.

Il Next Best Action Marketing richiede invece ai marketer di pensare al processo al contrario, identificando prima le esigenze e i desideri del target, quindi realizzando percorsi di acquisto personalizzati con le migliori probabilità di successo per ogni singolo cliente.

Esempi di Next Best Action Marketing

Uno dei migliori esempi di Next Best Action Marketing applicato è quello che avviene ogni giorno nei ristoranti di tutto il mondo. Aziende come Starbucks, ad esempio, consentono ai clienti di personalizzare completamente il loro caffè. I camerieri spesso consigliano antipasti, vino e altre opzioni in base alle voci di menu per cui gli ospiti esprimono interesse.

Oltre ai ristoranti, altre industrie che offrono servizi, come gli hotel, offrono buoni esempi di Next Best Action. Un concierge dell’hotel si impegnerà in interazioni individuali con gli ospiti per garantire loro un’esperienza eccellente, raccomandando attività, servizi e strutture perfettamente conformi alle esigenze del singolo ospite. Come ben sappiamo, un viaggiatore d’affari avrà probabilmente esigenze diverse rispetto a un ospite che soggiorna in un hotel per una vacanza.

Consigli utili per applicare il Next Best Action Marketing

Le aziende possono sfruttare il Next Best Action Marketing per prevedere e anticipare le mosse dei lead, le conversioni e l’andamento complessivo di ogni trattativa, nonché importanti dati come il costo per acquisizione. Identificando in modo più accurato i Prospect più probabili da convertire, le aziende possono ottimizzare il proprio budget, avendo un ROI altissimo.

Il Next Best Action Marketing non è un sostituto dell’Inbound Marketing; anzi, l’uso combinato dei due concetti può amplificare i risultati. L’Inbound Marketing è prezioso per attirare lead e Prospect e per informare i consumatori sul tuo marchio. Il Next Best Action è un aiuto supplementare che ti consenta di coltivare in modo più efficace quei contatti qualificati attraverso il percorso di acquisto con un’esperienza personalizzata.

Adesso sei pronto a diventare un mago del Marketing, anticipando le mosse dei clienti! Se cerchi dei veri specialisti in strategia e tecniche all’avanguardia, rivolgiti  a noi di MG Group Italia.

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Come essere al primo posto nella SERP di Google

Essere in cima alla SERP di Google significa essere trovato per primo e guadagnare la maggior parte dei click da parte degli utenti che hanno cercato la parola chiave per cui ti sei indicizzato; secondo recenti statistiche, infatti, la prima voce nella lista viene scelta dal 31,7% delle persone.

Per te imprenditore che usi il web per promuovere i tuoi prodotti/servizi, avere una buona posizione nella ricerca organica significa soprattutto più potenziali clienti in entrata, crescita delle conversioni e, di conseguenza, aumento importante delle vendite.

Scopriamo dunque i segreti dell’ottimizzazione SEO riportando i dati di una ricerca svolta da Backlinko. L’agenzia statunitense ha condotto un’analisi su 1 milione di risultati di ricerca Google per stabilire quali sono i criteri con cui questo motore di ricerca classifica i siti.

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12 tattiche per essere al primo posto nella SERP di Google

#1 Usa strategicamente i Backlinks

Per prima cosa, Backlinko ha confermato una delle regole d’oro della SEO: i backlink sono ancora molto importanti per Google. Avere tanti collegamenti verso altre pagine web di qualità (ovvero, considerate autorevoli dal motore di ricerca) è giudicato positivamente e aiuta a scalare il ranking. Allo stesso modo, se la propria pagina viene linkata da tanti e vari domini web, essa aumenterà la sua popolarità guadagnandosi le attenzioni di Google.

Ottenere collegamenti ipertestuali è fondamentale e primario per ogni strategia SEO, ma si ricordi una regola fondamentale: prediligi la qualità alla quantità. Un solo link alla tua pagina fatto da un sito autorevole vale più di 10 collegamenti impopolari.

#2 Il tuo sito deve essere autorevole

Grazie allo strumento Domain Rating di Ahrefs, Backlinko ha scoperto che è molto importante anche l’autorevolezza complessiva dei link valutata sul tuo sito.

C’è un diretto collegamento tra autorevolezza complessiva del sito e posizionamento. Perciò, migliorando la qualità dei link verso una tua singola pagina, migliorerai l’autorevolezza complessiva e dunque anche la visibilità delle altre pagine.

#3 Scrivi contenuti di valore

Grazie a  MarketMuse, una piattaforma che aiuta ad ottimizzare i contenuti per il web, la ricerca ha scoperto che un contenuto di valore, qualitativamente buono e molto dettagliato, viene giudicato meglio da Google e dunque posizionato più in alto nella SERP.

L’algoritmo di Google attivo dal 2013, infatti, non si limita più a “leggere” solo le parole chiave nelle pagine, ma fa uno scraping complessivo del contenuto, comprendendo sinonimi e parafrasi, nell’ottica di una “ricerca semantica” più che puramente linguistica. In sintesi, il motore di ricerca comprende l’intenzione di ricerca dell’utente, suggerendo nella SERP anche le pagine che pur non contenendo nella query le parole chiave precise, si accostano per argomento. Per questo, fare lunghi e articolati contenuti gioverà al posizionamento del vostro sito: Google vi riterrà esperti di quell’argomento e vi posizionerà più in alto nella SERP.

#4 Prediligi contenuti lunghi

Con la collaborazione di SEMRush, Backlinko ha scoperto che i contenuti lunghi hanno più probabilità di finire tra le prime posizioni della SERP. Si pensi che è stato calcolato che, in media, la pagina che si posiziona per prima ha 1890 parole.

Questo si ricollega al punto precedente, ovvero: se scrivi molto e in modo approfondito, Google ti giudicherà più esperto in quell’argomento, dandoti più autorevolezza. I contenuti lunghi sembrano inoltre più graditi per la condivisione sui Social Media.

#5 Adotta il protocollo HTTPS

Non tutti i siti sono aggiornati al protocollo di sicurezza standard HTTPS. Eppure, questo è uno dei fattori che Google giudica per primo.

Dal gennaio 2017 sono entrati in atto penalizzazioni per i siti con protocollo HTTP, ritenuti meno sicuri (avete presente quando cercando un sito vi compare la schermata del browser che vi avvisa che quel dominio non è sicuro?). Google adesso classifica meglio i siti che entro il 2017 hanno effettuato la conversione al nuovo protocollo, al contrario spinge in fondo alla lista quelli obsoleti.

#6 Non ti affannare ad usare il linguaggio di markup Schema

Qualche anno fa, si diceva che dotare il primo sito di questo linguaggio fosse fondamentale per migliorare il proprio posizionamento, in quanto avrebbe aiutato l’algoritmo di Google a comprendere il contenuto della pagina. Tuttavia, negli anni non è stata riscontrata una particolare correlazione tra i codici di Schema.org e il ranking.

SERP Google

#7 Abbrevia i tuoi URL

Google predilige gli URL brevi. Infatti, sembra che il motore di ricerca fermi la sua attenzione alle prime cinque parole, “tagliando” quelle successive. Gli URL lunghi, poi, sono sinonimo di pagine annidiate molto distanti dalla home page alle quali Google attribuisce meno autorevolezza.

#8 Usa (bene) le immagini

I contenuti con almeno un’immagine sembrano posizionarsi meglio nelle SERP di Google. Non è stato stabilito se il numero di immagini sia importante, una potrebbe anche bastare, a patto che rispetti alcuni criteri: deve essere di alta qualità, di dimensioni adeguate a non rallentare il caricamento del contenuto e possedere il Tag Title contenente le parole chiave.

#9 Parole chiave nel titolo: sì, ma non è tutto

A quanto pare, a causa del nuovo metodo di scraping di natura semantica che fa Google, non risulta più fondamentale inserire le parole chiave anche nel titolo della pagina. Per quanto male non faccia (ricordiamo che per la SEO questo è un pilastro), sembra che per il motore di ricerca questo abbia perso progressivamente importanza.

#10 Fai in modo che il tuo sito sia veloce

È stato rilevato che anche la velocità di caricamento delle pagine web viene presa in considerazione da Google. Il motore ritiene talmente importante questo fattore che ha sviluppato uno strumento per misurare la velocità di un dominio: il PageSpeed Insight per gli sviluppatori. Se il tuo sito è rapido nel caricamento, scalerà più facilmente la SERP.

#11 Non usare testi di ancoraggio che contengano le parole chiave

Secondo Backlinko è meglio evitare backlink che usano un testo di ancoraggio contenente le parole chiave. Questo perché Google Penguin, l’algoritmo sviluppato dal colosso di Mountain View per scovare quei siti che ricorrono alla SEO spam (uso eccessivo e ingannevole delle tecniche SEO), potrebbe dare un voto negativo al vostro sito.

#12 Evita che gli utenti scappino dal tuo sito

Un’alta frequenza di rimbalzo (o bounce rate) è giudicata negativamente da Google. Non solo CTR (click-torough-rate) dunque, ma viene preso in considerazione anche il tempo di permanenza dell’utente sul tuo sito. Garantisci un’esperienza piacevole al visitatore così che sosti sul tuo sito il più a lungo possibile: volerai ai primi posti della classifica!

In che posizione è il tuo sito nella SERP di Google? Con noi puoi farlo salire alle prime posizioni.

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10 errori da evitare con le Parole Chiave

Le Parole Chiave sono le colonne portanti di qualsiasi strategia SEO. Tuttavia, non è sempre semplice individuare quelle giuste che mettano in risalto i nostri contenuti sul web e li facciano trovare agli utenti giusti nel momento del bisogno. Soprattutto se si è alle prime armi e non ci si affida a un professionista, è facile incorrere in errori che possono compromettere tutto il nostro lavoro, se non portare ad effetti collaterali.

In questo articolo vi esporremo 10 errori assolutamente da evitare con la scelta delle Parole Chiave.

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10 errori da evitare con le Parole Chiave

#1 Affidarsi a Parole Chiave non pertinenti

L’errore più comune in cui incorrono i SEO specialist in erba è quello di scegliere Parole Chiave non pertinenti con l’argomento trattato nei contenuti. Si potrebbe pensare che scegliere termini “acchiappa tutto”, poco specifici, o parole con grossi volumi di ricerca sia una scelta furba, ma in realtà è la cosa peggiore che si possa fare. Ad esempio, se vendete impianti fotovoltaici in Toscana, mettere tra le parole chiave “casa” solo perché realizzate servizi per abitazioni private è inutile: come potreste essere indicizzati con una parola così inflazionata e generica?

Siate precisi e trovate Parole Chiave rappresentative di ciò che volete promuovere sul web, facendo prima un’indagine su come quella certa cosa viene chiamata e cercata dal vostro target di riferimento.

#2 Non conoscere il vostro target

Ecco che ci ricolleghiamo subito a quanto detto nel punto precedente: è molto importante conoscere bene il target a cui vi rivolgete e a cui vorreste far arrivare i vostri contenuti. Questo è vero per ogni azione di Marketing, ma per quanto riguarda la SEO nello specifico, è importante soprattutto per capire come pensa e come si esprime il vostro Cliente Tipo. Questo varia a seconda della lingua parlata, dell’età, del contesto socio-economico di appartenenza, dell’area di residenza. Un esempio banale? Cercando panni di tessuto per asciugare le stoviglie in cucina, un abitante del Nord Italia digiterebbe “Canovaccio”, uno del Centro “Strofinaccio”.

#3 Pensare molto Global e poco Local

Cosa significa? È presto detto: avete un negozio di mobili su misura e volete farvi pubblicità su Internet. A meno che non abbiate pezzi unici e siate in grado di trovare Clienti in tutte le parti del mondo (ve lo auguriamo!), è molto probabile che la maggior parte dei vostri clienti sia localizzata nella vostra zona, che può estendersi a comprendere qualche Regione se siete fortunati. Perciò ha poco senso usare Parole Chiave generali e pecchereste nuovamente di ingenuità pensando che delimitare il campo d’azione vi faccia guadagnare meno.

Provate a localizzare la Parola Chiave: “mobili su misura Orvieto” vi porterà sicuramente più traffico se a cercarvi è qualcuno che vive nella cittadina umbra.

#4 Usare sempre la stessa Parola Chiave

Abbiamo capito che vendete parquet e che i contenuti del vostro sito non possono (e non devono) scostarsi più di tanto da questo focus, ma usare questa keyword in tutte le pagine, in tutte le immagine e in tutti gli articoli del vostro blog non è un’idea geniale. Una Parola Chiave ripetuta troppe volte crea problemi a Google nel momento della scansione del vostro sito e anche all’utente che percepirà come ridondanti e poco interessanti i vostri contenuti.  Per risolvere questo problema, potreste usare le Parole Correlate e i sinonimi.

errori Parole Chiave

#5 Non usare Parole Correlate e Sinomi

E, per l’appunto, è questo un altro degli errori tipici di chi cerca di usare maldestramente le Parole Chiave per ottimizzare i propri contenuti Web. Sia gli utenti che i motori di ricerca apprezzano discorsi fluidi e linguaggio variegato, che sfrutti tutti i sinonimi e i modi di dire di una lingua. Questo vale in particolar modo per un idioma ricco come quello italiano. Perciò, non esitate ad usare “auto, automobili, autovetture, mezzi di trasporto” in abbondanza anche se vendete e avete scelto come Keyword principale “Macchine”.

#6 Non inserire la Parola Chiave in tutti gli elementi della pagina

Qui passiamo ad aspetti un po’ più tecnici. La Parola Chiave non deve essere inserita solo nelle parti visibili del sito e dunque nei titoli e nei paragrafi di testi e articoli, ma anche nel meta-linguaggio della pagina web. Ciò significa che bisognerà assicurarsi che la nostra Keyword principale sia nel tag title delle immagini e nella meta description degli articoli e così via. Questo aumenterà notevolmente la possibilità che la scansione dei Googlebot ci dia un buon punteggio per la SERP.

#7 Dimenticarsi di inserire la Parola Chiave nel contenuto

Sì, stiamo parlando di Parole Chiave perché sono davvero importanti in una strategia web, ma c’è qualcuno che, ignorando le dinamiche della SEO, “dimentica” di inserire la Parola Chiave nel contenuto del sito. Diciamo che dopo è un po’ incoerente lamentarsi dicendo “io spendo un sacco di soldi su Internet ma nessuno mi trova su Google!”.

Esiste però anche il rovescio della medaglia: dimenticando di inserire nel contenuto la Parola Chiave che avevamo scelto, Google ci ha pensato da sé e ha trovato e indicizzato il sito per qualche altra keyword. Sfruttate questa opportunità! Se il motore di ricerca per eccellenza ci ha aiutato a trovare una Parola Chiave che funziona bene, giochiamo questa carta a nostra favore, implementandone la presenza nei testi e nei meta-dati.

#8 Usare troppo spesso la Parola Chiave

C’è chi la dimentica… e chi invece la usa troppo. Così come è un problema usare sempre la stessa Parola Chiave, lo è anche usare ripetutamente una Keyword in un unico contenuto. Questo errore in gergo tecnico si definisce keyword stuffing ed è uno stratagemma con cui i SEO specialist poco esperti cercano di canalizzare l’attenzione dei motori di ricerca. Invece, esagerare con l’uso della Parola Chiave produce un testo poco scorrevole e privo di senso logico che porterà l’utente ad abbandonare la lettura, peggiorando la reputazione del sito (e dell’azienda) ai suoi occhi.

E c’è anche una spiacevole notizia per questi truffatori della SEO. In realtà anche i Googlebot svantaggiano siti con Parole Chiave inserite in modo innaturale. Perciò evitate una Keyword density esagerata in favore di contenuti fluidi e ricchi di sinonimi: i motori di ricerca ringrazieranno!

#9 Scrivere in funzione della Keyword

Riprendiamo quanto abbiamo appena detto: scrivere un contenuto, in particolar modo un’articolo per il blog aziendale, solo per fare da contorno alla Keyword, ha davvero poco senso. Ricordate che non contano solo i clic in entrata ma anche la permanenza sul vostro sito: una frequenza di rimbalzo alto significa utenti poco interessati e dunque potenziali clienti in meno.

Perciò, il nostro consiglio è di creare articoli prima di tutto interessanti e in secondo luogo di stare attenti alla SEO nei meta-dati e nelle immagini.

#10 Non conoscere il posizionamento e l’efficacia delle Parole Chiave

Quest ultimo errore è un altro di quelli tipici che fanno gli inesperti del web. Non si può puntare tutto il lavoro di mesi e magari anche una grossa fetta di budget su una o più Parola Chiave che non funzionano e non hanno alcuna speranza di posizionarsi. Esistono oggi moltissimi strumenti, anche gratuiti, per controllare la frequenza e il volume di ricerca delle Parole Chiave: usateli!

Molti neofiti del Web Marketing non sanno ancora quanto potrebbe crescere il ROI delle proprie attività online semplicemente aggiustando un po’ la SEO. Adesso che conoscete tutti gli errori da evitare nell’utilizzo di Parole Chiave, diventerete dei veri SEO monster!

Altrimenti..

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Vendi di più trasformando il cliente nell’eroe della tua storia

Abbiamo già parlato dell’importanza dello storytelling per la tua azienda. Quello che vorremmo raccontarti oggi è, per l’appunto, un altro pezzo di questa storia, ovvero il perché dovresti rendere il cliente l’eroe della tua storia.

Trasforma il cliente nell’eroe del tuo corporate storytelling

Comunicare raccontando storie è un’arte molto apprezzata negli ultimi anni nel mondo del business. All’interno delle aziende, questa tecnica viene chiamata corporate storytelling e serve per trasmettere conoscenze, valori, tradizioni sia all’interno che all’esterno dell’azienda.

A questo punto c’è da fare una specifica: fare corporate storytelling non significa raccontare favolette, bensì creare universi narrativi in cui le persone possano riconoscersi. Questo è importante soprattutto per i clienti. Perché? Perché l’essere umano ha un’innata tendenza a rappresentare il mondo sotto forma di storie. Il tuo corporate storytelling ti aiuterà a costruire riconoscibilità di marca e a rendere noti a tutti e fissati nella mente i valori aziendali.

Come ben saprai, le merci e i marchi spesso parlano, fanno scaturire nei consumatori storie e racconti che rispondono alle loro aspettative e si ricollegano alle loro esperienza di vita. Di fatto, in questo modo i tuoi clienti diventano i very storytellers, i menestrelli della tua storia, adattandola ai propri paradigmi di vita e di consumo.

Ed è proprio in quest’ottica che le tue narrazioni devono lavorare, spingendo il cliente all’immedesimazione. Le storie dovranno dunque essere centrate sul tuo cliente ideale e non essere autoreferenziali e girare intorno al brand. In questo modo il cliente diventa il vero eroe della tua storia.

Questo spostamento del focus della tua narrazione dalla tua azienda al cliente fonda le sue basi nell’evoluzione del ruolo del consumatore: non più passivo, assoggettato alla massa, credulone, bensì molto attivo, pretenzioso, selettivo. Si aspetta di essere compreso, intrattenuto, emozionato, sbalordito. Pretenderà di essere informato e di poter comunicare direttamente con te, e subito se necessario. Tenderà dunque a fidarsi ed affidarsi ad aziende e marchi trasparenti e sinceri e sempre più a diffidare di approcci autoreferenziali.
Cosa fare dunque per riuscire a trasformare il cliente nell’eroe della tua storia?

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cliente eroe

Come trasformare il cliente nell’eroe della tua storia

Metti da parte tutte le tue credenze sul doversi pavoneggiare di avere il prodotto migliore, i materiali migliori, il personale migliore, i prezzi migliori per farsi notare. Non servono a nulla con il consumatore moderno. Soprattutto perché con due clic su uno smartphone riuscirebbe a smentire questa tua tesi fin troppo velocemente.

Nello sviluppare la sua narrazione, la tua azienda non dovrà essere la protagonista della storia, ma assumere il ruolo “secondario” di aiutante. Del resto, abbiamo detto che l’eroe e dunque il personaggio principale sarà il tuo cliente. Nel suo viaggio per la risoluzione di un problema, però, l’eroe avrà sempre bisogno di un aiutante e di un oggetto magico: ecco dunque il ruolo che potrai rivestire tu.

Se riuscirai a costruire bene la tua narrazione, il cliente potrà vivere un’esperienza emozionale di immedesimazione con la storia, che lo porterà ad includere il tuo brand o il tuo prodotto all’interno della sua privata narrazione e forse anche della sua identità. Questa totale fascinazione lo trasformerà in un tuo cliente fedele, ma anche ad essere un tuo importante sponsor: parlerà bene del tuo marchio e della tua azienda con la sua cerchia sociale e lo farà in modo convincente perché adesso sei parte della sua vita. Ricorda: nessuna pubblicità sarà mai più convincente di una voce amica.

Un buon corporate storytelling e la capacità di rendere davvero un cliente l’eroe di una storia aziendale possono dare risultati straordinari. Basti pensare a casi di grandi brand a livello mondiale, capaci di diventare parte della vita delle persone e insostituibili nella loro mente. Alcuni esempi veloci? Coca Cola, Nike, Lego, Ikea, ma anche la nostra Nutella. Nel modo di raccontare la propria azienda e il proprio prodotto, sono riusciti a far immedesimare totalmente il consumatore che se pensa a una crema spalmabile, ripenserà alla nonna che gli preparava pane e Nutella tornato da scuola.

Il corporate storytelling dovrà essere sapientemente raccontato su tutti i canali dell’azienda, in modo uniforme e coerente. In questo senso, un ruolo particolarmente di rilievo è stato assunto dai Social Media, luoghi ideali per raccontare storie e coinvolgere le persone.

Il tuo cliente-eroe, da consumatore si trasforma in publisher di contenuti brandizzati e cassa di risonanza dei tuoi valori.

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Le Social Crisis dei Luxury Brand

Ultimamente c’è stata una vera e propria epidemia di scivoloni e episodi imbarazzanti per i Luxury Brand sulle piattaforme Social.

A partire dal rumorosissimo caso di Dolce&Gabbana VS mercato asiatico, molte case di moda sono state coinvolte in casi di comunicazioni ambigue, di cattivo gusto o interpretate negativamente dal pubblico dei Social.

Allusioni sessuali, luoghi comuni razzisti o sessisti hanno causato danni più o meno grandi all’immagine dei Brand coinvolti e li ha costretti a ricorrere a scuse pubbliche e, in alcuni casi, al ritiro dei prodotti dal mercato.

Scopriamo insieme come il pubblico dei Social stia sempre più dettando il linguaggio della moda, trascinando i Luxury brand in ripetute e rumorose Social Crisis.

Social Crisis Luxury Brand: modelle con abiti firmati che vivono nel lusso

Social Crisis Luxury Brand: modelle con abiti firmati che vivono nel lusso

Crisi Social: i Luxury Brand nella bufera

Tutto ebbe inizio con Dolce&Gabbana

La celebre maison guidata dagli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana è quella che ha subìto il peggiore colpo all’immagine a causa dei suoi scivoloni social. Tutte ebbe inizio con la diffusione di un video promozionale per una sfilata in Cina ricco di stereotipi di cattivo gusto, seguito da screenshot con affermazioni razziste di Stefano Gabbana. In seguito si è scatenata un’ondata di indignazione generale sui Social che ha portato alla cancellazione dello show. Gli stilisti hanno scelto di diffondere delle scuse pubbliche tramite un video che forse è riuscito a peggiorare ulteriormente la loro posizione. Tutt’oggi, la casa di moda risente delle conseguenze negative del social shaming successivo a questo caso.

Prada e Gucci: colpevoli di aver fatto riferimento alla black face

Entrambe le maison italiane sono cadute nell’accusa di riferimenti razzisti. Prada è stata colpevolizzata a causa di un portachiavi a forma di scimmietta con grandi labbra rosse, secondo alcuni un chiaro riferimento allo stereotipo della black face (la caricatura fatta dai bianchi degli afroamericani). Incidente simile per Gucci, che aveva prodotto un maglione a collo molto alto con cut-out contornato di rosso in corrispondenza della bocca.

Entrambe le case di moda hanno seguito lo stesso iter: ritiro immediato del prodotto dal mercato e scuse pubbliche sulle rispettive pagine Social. Soluzione rapida e drastica prima dell’innesco di un climax catastrofico.

Delle due, Gucci ha voluto fare un passo in più per scavalcare le accuse di razzismo: l’azienda ha annunciato l’apertura di una posizione come Direttore globale e regionale per la diversità e l’inclusività, l’avvio di uno scholarship program di Multicultural Design, un Awareness Program e un Exchange Program multiculturale.

L’insensibilità di Burberry

Burberry è finita nel mirino per un accessorio esibito al collo da una modella sulla passerella della London Fashion Week: un cappio vero e proprio. La scelta è stata ben presto tacciata di insensibilità nei confronti di un tema delicato come il suicidio. Sia la maison che il suo direttore creativo, Riccardo Tisci, sono corsi ai ripari con delle scuse pubbliche sui Social.

Anche in questo caso, come ha fatto Gucci, Burberry ha deciso di fare un passo in più per dimostrare il pentimento. In un comunicato è stato dichiarato l’obiettivo di implementare gli aiuti alle organizzazioni “che promuovono diversità e inclusività e che provvedono all’assistenza di persone in difficoltà”, in particolar modo dando sostegno ai Samaritani, i quali “offrono un ricovero sicuro e discreto a chiunque”.

Social Crisis Luxury Brand: illustrazione di donna scandalizzata che guarda lo schermo del proprio smartphone

Social Crisis Luxury Brand: illustrazione di donna scandalizzata che guarda lo schermo del proprio smartphone

La creatività dei Luxury Brand si scontra con i dettami dei Social?

Tutti questi casi fanno sorgere spontanea una domanda: sono i Luxury Brand a prendersi troppe libertà creative o è il pubblico dei Social ad essere eccessivamente censorio?

Sicuramente non è facile dare una risposta. Le case di moda da sempre rompono tabù e fanno scelte considerate estreme dalla società, per poi essere semplicemente precursori di mode che si normalizzano a livello culturale successivamente. È arrivato il momento in cui il giudizio popolare, così facile da esprimere e ricevere tramite le piattaforme Social, limiti questo eclettismo?

Forse i Luxury Brand (come del resto, chiunque) devono solo capire come muoversi nell’insidioso mondo Digital per evitare Social Crisis che rischiano di compromettere la loro immagine.

Qualcuno ci è riuscito, altri meno. Quel che è certo che chi riesce a sopravvivere sui Social, avrà lunga vita.

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Come tenere lontani i Competitors dai tuoi Clienti migliori

Ogni Imprenditore si chiede come tenersi stretti i propri Clienti. Questa è una preoccupazione lecita, in quanto i Concorrenti sono sempre dietro l’angolo, pronti a sottrarteli anche giocando sporco. Vuoi sapere come evitare che succeda? Scopri insieme a noi come tenere lontani i Competitors dai tuoi Clienti migliori.

Nel momento migliore, qualcosa può andare storto

Quando una compagnia sta vivendo un momento di crescita, l’Imprenditore tende ad essere positivo.

Del resto, negli ultimi anni è riuscito a rilevare tutti i propri concorrenti più tosti, affermando la propria Azienda come leader del settore. È addirittura diventato il punto di riferimento rispetto al quale vengono confrontati tutti gli altri venditori.

A questo punto, cosa potrebbe mai andare storto? Purtroppo, la risposta è “tutto” (o, per essere ottimisti, possiamo dire “molte cose”).

All’improvviso quell’Azienda apparentemente sulla cresta dell’onda, inizia a perdere diversi grossi contratti. Questo è un fatto molto grave e deve fermarsi!

Clienti migliori: bicchiere che contiene un liquido rosso con scritto sopra "pieno" o "vuoto". Fumo tutto intorno

Clienti migliori: bicchiere che contiene un liquido rosso con scritto sopra “pieno” o “vuoto”. Fumo tutto intorno

Queste perdite risultavano inconcepibili per molti motivi! In molti casi, le relazioni con i propri clienti duravano da oltre 20 anni. Inoltre, nel tempo l’Azienda aveva sempre ricevuto recensioni e referenze fantastiche da loro.

In breve, non c’era motivo di ritenere che i suoi affari con questi Clienti fossero seriamente a rischio… fino a quando non è arrivata la brutta notizia.

Ma a quel punto era troppo tardi: i contratti con i suoi Competitors erano già stati firmati. All’improvviso l’Azienda si è trovata ad essere spettatrice del successo altrui.

Tuttavia, non c’è da stupirsi

Le relazioni commerciali che durano da molto tempo possono sfociare nella noncuranza e quando ciò accade, è solo una questione di tempo prima di ricevere una brusca doccia gelata.

In questo casi, spesso succede che il Concorrente che ha sottratto il Cliente si è reso conto che non avrebbe potuto battere l’incumbent ormai consolidato (la nostra Azienda in esempio) in uno scontro diretto.

Quindi ha cambiato le carte in tavola.

Invece di provare a far cambiare idea ai Clienti su ogni singola variabile di una trattativa canonica, ha portato la decisione ad un livello superiore – e fuori dalla portata (e dai pensieri) dei compratori tradizionali.

Ha quindi mostrato ai Clienti la propria proposta in modo che prendessero familiarità con i diversi criteri che esso aveva messo in campo. Ovviamente, ha inserito alcuni criteri che hanno giocato a suo completo favore.

Cambiando il focus della discussione, o meglio, le variabili del contratto all’attenzione del Clienti, ce l’ha fatta. Ha guadagnato il contratto e ha rubato il Cliente all’Azienda.

Adesso è tempo di pensare seriamente in modo negativo.

L’unico modo per evitare che accadano cose del genere è pensare negativamente.
Sul serio. Pensa davvero in modo pessimistico. Pensieri scuri, neri, tutto ciò che potrebbe andare storto.

La paranoia fa bene alla fidelizzazione e alla crescita dei Clienti. Devi presumere di essere sempre nel mirino dei tuoi Concorrenti per quanto riguarda la sottrazione di Clienti. (ed effettivamente lo sei, lo sai da solo).

Ciò richiede una seria pianificazione di emergenza. La tua missione sarà quella di entrare nei panni della concorrenza e pianificare un assalto alla tua stessa base di clienti.

Per prima cosa, devi fare un’analisi della situazione. Identifica i tuoi punti di forza e di debolezza. Valutati e giudicati mettendoti a confronto con i tuoi concorrenti. Sii spietatamente onesto.

La verità può far male, ma perdere Clienti a ritmo quotidiano è molto peggio.

Clienti migliori: disegno di due tessere umanizzate che sorreggono due cartelli che rappresentano negatività

Clienti migliori: disegno di due tessere umanizzate che sorreggono due cartelli che rappresentano negatività

Tieni lontani i Competitor dai tuoi Clienti Migliori

Devi diventare furbo come una volpe.

Pensa a come potresti rubare Clienti alla tua stessa compagnia. Fatti domande come:

  • Quali dubbi potresti insinuare riguardo la tua Azienda?
  • Come hai fatto ad evidenziare i tuoi punti deboli? Quali carte hai lasciato scoperte?
  • Come potresti cambiare il gioco in modo da non dover competere a testa alta e in modo diretto (come ha fatto il Competitor del nostro esempio)?
  • Cosa potresti fare per evitare il tuo radar e agire di nascosto con i tuoi Clienti senza che tu te ne accorga?
  • Chi altro potresti coinvolgere nella decisione?

Fare questo esercizio di pessimismo in gruppo è ancora più divertente. L’intelligenza collettiva di un team paranoico scopre molte più debolezze di quelle che una persona potrebbe trovare da sola.

Una volta che hai una chiara visione delle tue vulnerabilità, sviluppa un piano per contrastarle prima di perdere i tuoi Clienti.

Se rimarrai costantemente in uno stato mentale di positività, rischierai di perdere Clienti. Questo può sembrare pazzesco, ma è vero.

Abbraccia il potere del pensiero negativo. Sarai molto più felice a lungo termine.

Il consiglio di Napolean Hill, autore di Pensa e arricchisci te stesso, riassume questo pensiero: “La maggior parte degli uomini incontra il fallimento a causa della loro mancanza di perseveranza nella creazione di nuovi piani per prendere il posto di quelli che falliscono”.

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Aumenta le Vendite B2B ampliando la tua Rete di Contatti Professionali

Cosa puoi fare per raddoppiare o addirittura triplicare le tue Vendite in un mercato B2B? Sembra una domanda difficile, ma per Aumentare le Vendite ti basta espandere la tua Rete di Conoscenze e migliorare i Contatti Aziendali. Per farlo, puoi usare delle semplice strategie.

Perché ampliare la Rete di Contatti professionali può aiutarti a Vendere di più B2B

Secondo una ricerca di LinkedIn, hai possibilità molto maggiori di chiudere un Accordo Commerciale B2B quando hai più connessioni sulla Piattaforma con più Professionisti appartenenti alla stessa Azienda.

Ma è davvero così semplice?

Non esattamente. Ovviamente, per Vendere di Più non basta avere molte connessioni su LinkedIn. Serve una strategia ben ponderata. È vero però che se hai una buona relazione professionale solo con una o due persone all’interno di un’azienda, sei vulnerabile nel caso in cui dovesse succedere loro qualcosa e non potessi più contare sul loro appoggio.

Inoltre, poiché la maggior parte delle decisioni coinvolge oggi più di 4 persone, è essenziale stabilire relazioni con ognuna delle figure che ricoprono un ruolo di responsabilità all’interno dell’Azienda. In questo modo hai una maggiore probabilità di venire preso in considerazione, di superare eventuali ostacoli e di far andare a tuo favore il processo decisionale.

Segui le nostre indicazioni per Aumentare le Vendite B2B migliorando i Contatti Professionali e ampliando la tua rete di Conoscenze.

Vendite B2B: tanti loghi di LinkedIn sovrapposti

Vendite B2B: tanti loghi di LinkedIn sovrapposti

3 modi per Aumentare le Vendite B2B ampliando la tua Rete di Contatti Professionali:

  1. Identifica le Figure Chiave nei processi decisionali: Ripensa alle recenti decisioni in cui sei stato coinvolto: quando è stata fatta una scelta vincente e quando una perdente? E quando l’esito è stato positivo, chi era coinvolto? Ad esempio, se vendi nel settore Marketing e Comunicazione, una singola decisione potrebbe coinvolgere: un CMO (Capo dell’Ufficio Marketing), un Vicepresidente responsabile della Comunicazione d’Impresa, il Direttore Vendite e un direttore dell’area IT. Annotata i loro nomi e lavora per guadagnare il loro interesse e la loro fiducia.
  2. Usa LinkedIn per trovare chi lavora nell’Azienda di tuo interesse: Cerca un primo contatto che lavori nell’azienda di tuo interesse, poi usa la sezione “Altri utenti che lavorano presso l’Azienda XYZ” per espandere la tua Rete di conoscenze. Con questo strumento potrai trovare tutti coloro che lavorano in quella certa Azienda e il ruolo da loro ricoperto.
  3. Utilizza la ricerca avanzata per scovare altre Posizioni interessanti: Se gli acquirenti chiave si trovano in diverse unità funzionali (vendite, acquisti, IT, risorse umane), possono essere scoperti in questo modo.
Vendite B2B: stretta di mano tra uomini d'affari in un ufficio

Vendite B2B: stretta di mano tra uomini d’affari in un ufficio

Come ampliare la tua Rete di Contatti Professionali

Molti venditori sono davvero a disagio quando si tratta di espandere la propria Rete di Conoscenze all’interno di un’Azienda Cliente. Il motivo principale è che non vogliono che la persona con cui hanno avuto il primo contatto si senta scavalcata o messa da parte nel momento in cui cercate di stabilite relazioni con altri componenti della sua Compagnia.

Questo, però, è un errore di giudizio. Tu sei un professionista che sta cercando di chiudere un Accordo commerciale con l’Azienda, non con il singolo dipendente. Il tuo Contatto probabilmente non è abituato a prendere decisioni di questo tipo e ha sicuramente bisogno della tua guida più esperta. Quindi, potresti dirgli:

Carlo (nome fittizio), lavoro con molte altre aziende che stanno cercando di decidere se cambiare lo status quo e Aumentare le Vendite affidandosi a Noi. Di solito, la decisione coinvolge questi tipi di persone/posizioni. In base alla mia esperienza, è bene coinvolgerli il prima possibile.

Puoi anche aggiungere:

Ho fatto una ricerca su LinkedIn e mi sono fatto un’idea di chi dovrebbe essere coinvolto. Controlliamo insieme l’elenco delle persone che ho segnato, così mi puoi dire se secondo te è giusto. Se non lo è, consigliami tu chi altro dobbiamo contattare.”

Potresti anche inviare un messaggio sulla Piattaforma a una di quelle persone che hai identificato dicendo:

Ciao Alberto (altro nome fittizio), stavo discutendo con Carlo del reparto Marketing di come la mia Azienda potrebbe aiutare la vostra a ottenere più rapidamente un ricavo dal prossimo prodotto che lancerete. Di solito quando lavoro su progetti come questo, il VP delle Vendite deve essere subito coinvolto. Avresti tempo per un rapido incontro faccia a faccia per discuterne la prossima settimana? Martedì pomeriggio sarebbe perfetto per me.

PS: Nell’attesa del nostro incontro, ti ho mandato anche un invito di collegamento su LinkedIn. A presto

Il segreto sta nell’essere tu il primo a contattare gli altri. Non lasciare mai che un tuo possibile Accordo Commerciale con un’Azienda Cliente si basi su una persona sola. Scopri chi hai bisogno di incontrare per concludere l’affare e raggiungi proprio quelle persone.

Ampliare la tua Rete di Contatti Professionali è una delle migliori cose che puoi fare per Aumentare le Vendite nel mercato B2B.

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Google Maps: arrivano i messaggi per negozi e aziende

Gli utenti di Google Maps da sempre utilizzano primariamente l’app per avere informazioni su come raggiungere fisicamente luoghi sparsi sul Globo Terrestre. Col tempo però, la piattaforma è diventata un vero e proprio prontuario per scoprire giorni e orari di apertura, dati di contatto nonché le recensioni dei clienti di negozi e aziende individuabili sulle mappe.

Tuttavia, per entrare in contatto con un’attività commerciale fino ad oggi era sempre stato necessario abbandonare l’app per affidarsi a servizi di messaggistica esterna. Da oggi, Google risolve questa disfunzione, integrando dentro Maps una piccola piattaforma di messaggistica che servirà agli utenti per richiedere informazioni direttamente ai gestori delle strutture.

La novità era stata anticipata dall’azienda di Mountain view nei mesi scorsi ma fino ad oggi era stata fatta provare in versione beta solo in alcuni paesi. Adesso il servizio sembra confermato e in arrivo a breve sugli smartphone  con sistemi Android e iOS.

Smartphone da cui escono in modo scomposto molte lettere colorate

Smartphone da cui escono in modo scomposto molte lettere colorate

Messaggistica di Google Maps: guida per gli utenti

La nuova funzione di messaggistica figurerà nell’App con la dicitura “Messaggi” e verrà inserita nel menù a tendina che compare sulla sinistra dello schermo, sia su smartphone che su PC, quando si clicca sulla localizzazione di un’attività commerciale sulla mappa.

Pare che per avviare la conversazione, per gli utenti sarà sufficiente fare swype da sinistra verso destra. Cliccando invece sull’icona “Messaggi”, si aprirà una sorta di storico delle conversazioni in cui l’utente potrà visualizzare tutte le comunicazioni intercorse con l’attività commerciale.

La nuova sezione di Google Maps non avrà quindi l’aspetto di una piattaforma di messaggistica istantanea, come del resto non ne ha lo scopo. Infatti, poiché i messaggi scambiati con negozi e aziende saranno di natura tecnica e informativa, si presume che le persone usufruiscano di questa funzionalità prima, o comunque in differita, rispetto all’uso di Maps come navigatore. “Messaggi” assomiglierà dunque più ad una casella di posta collegata a filo diretto con le attività commerciali.

Grazie a “Messaggi” potremo scoprire comodamente da casa e soprattutto direttamente su Google Maps, se i nostri negozi preferiti fanno promozioni o se hanno riassortito un prodotto che ci interessa, se fanno aperture straordinarie o se accettano animali e così via.

Indiscrezioni parlano della possibilità, in futuro, di poter “seguire” le attività commerciali direttamente sull’App per sapere in tempo reale degli sconti o delle offerte a tempo limitato riservate a chi usa l’app di Google.

Uomo che con due mani regge uno smartphone illuminato

Uomo che con due mani regge uno smartphone illuminato

Messaggistica di Google Maps: guida per le aziende

Sull’altro versante, le aziende che vorranno interagire con i propri clienti grazie a questo nuovo strumento, dovranno scaricare la nuova applicazione Google My Business, per registrare la propria attività ed abilitarla alla ricezione di questo tipo di messaggi. In questo modo i negozi verranno indicizzati sul motore di ricerca direttamente con il pulsante per i messaggi integrato.

La comodità di “Messaggi” di Google Maps sta anche nel fatto che non è necessario per le aziende possedere un sito internet preesistente per ottenere questa funzione. Basterà che il gestore dell’attività scarichi sul proprio smartphone Google My Business e colleghi la sua attività al proprio profilo Google.

Inoltre, Google sta aggiornando l’applicazione lato business per consentire agli imprenditori o ai proprietari di locali di creare sull’app una loro piccola scheda sull’attività che consenta di visualizzare delle particolari promozioni, aggiornabili ogni giorno.

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Antitrust: multa per Apple e Samsung per Obsolescenza Programmata

A volte pensiamo che quello che abbiamo tra le mani duri per sempre o comunque, per certi aspetti, che ci si avvicini. Quando compriamo qualcosa, ad esempio, inconsciamente vorremmo che si conservasse, così come è incurante dello scorrere del tempo.

Fino a quando non arriva un qualsiasi momento in cui ci rendiamo conto che così non è. E ci rimaniamo pure male perché come sempre pure alle “cose” ci dedichiamo e ci facciamo affidamento.

Cosa accade nel settore tecnologico?

La tecnologia, o meglio i progressi a cui siamo costantemente sottoposti, ondata dopo ondata, ci hanno abituati, per certi aspetti, a  cambiamenti rapidi e avvicendamenti “naturali” dei prodotti che animano la nostra vita quotidiana. Tutto in sostanza, ha da essere di “ultima generazione” per raggiungere migliori livelli di performance, svolgere il lavoro nel minor tempo possibile e consumare, almeno sulla carta, un quantitativo minore di energia.

Un processo che si configura come essere del tutto normale se consideriamo la velocità con cui l’innovazione incede nella vita di tutti i giorni. Insomma, cambiare quello che non funziona più o che non funziona più bene come una volta ci può anche stare il problema è che non può trattarsi di avvenimenti “programmati” o peggio ancora “condizionati”.

Che cos’è l’Obsolescenza Programmata?

Il tema dell’obsolescenza programmata, ovvero la capacità che i produttori hanno, talvolta, di condizionare e programmare la durata dei prodotti, è di grande attualità e richiamo, e affonda le sue origini agli inizi degli anni 20 del secolo scorso, il 1923 per l’esattezza, quando con il “cartello Phoebus”, i principali produttori di apparati elettronici si misero d’accordo per mettere in commercio lampadine con una durata massima programmata di mille ore con l’intento di incrementare le vendite.

Potrebbe anche starci che alla fine un prodotto, dopo un certo periodo di tempo, venga ad esser sostituito ma il tema, alla base, è che il consumatore, nelle sue scelte, deve esser sempre libero e soprattutto informato di tutto quello che riguarda il prodotto che ha acquistato. Quando, infatti, l’obsolescenza programmata, non reca informazioni può, semplicemente, tradursi in danno per gli utenti. E infatti, su queste basi l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust), alla fine di ottobre, ha multato Apple e Samsung per aver programmato, in maniera poco trasparente, l’obsolescenza dei suoi dispositivi.

La multa a Samsung e Apple

Le due multinazionali, infatti, hanno bombardato gli utenti di messaggi funzionali al download di aggiornamenti di sistema pensati per dispositivi superiori che una volta scaricati non consentivano di tornare alle condizioni precedenti e che, soprattutto, provocavano gravi rallentamenti ai rispettivi device rendendoli, quindi, “obsoleti”.

Pratiche scorrette secondo l’Antitrust, che ha multato le due compagnie per un totale di 15 milioni di euro, riscontrando una netta e concreta mancanza di trasparenza nei confronti degli utenti tenuti all’oscuro dalle multinazionali sulle conseguenze, negative, degli aggiornamenti scaricati.

Il problema che ha sollevato l’Antitrust è la mancanza di trasparenza nei confronti degli utenti e soprattutto la non possibilità di tornare alle condizioni precedenti rispetto all’installazione degli aggiornamenti. Si provoca in questo senso un danno che difficilmente può esser sanato e si condiziona l’utente, anche in maniera psicologica, all’acquisto di nuovi dispositivi quando magari quelli precedenti rimangono a tutti gli effetti funzionanti.

Come ha rilevato l’Autorità Francese per la protezione ambientale e l’energia in un recente rapporto, l’impatto psicologico è rilevante soprattutto con riferimento all’obsolescenza percepita di alcuni dispositivi che quotidianamente utilizziamo: sappiamo, ad esempio, che i nostri dispositivi funzionano bene e comunque ci consentono di fare quello che, alla fine, ci serve. Ciononostante, dopo un certo periodo di tempo siamo portati, inconsciamente, a considerarli come obsoleti, da sostituire per prenderne altri più “al passo coi tempi” mentre, invece, risultano esser perfettamente funzionanti.

Potrebbe accadere ancora, anzi, quasi sicuramente accadrà vista la pervasività dell’innovazione che riguarda i dispositivi che animano la nostra vita quotidiana e soprattutto la difficoltà di rintracciare violazioni come quella riscontrata dall’antitrust.

Possibili soluzioni

La soluzione, tuttavia, non sempre potrebbe esser rappresenta dalla semplice condanna di atteggiamenti sbagliati. La multa per obsolescenza programmata , ad esempio, rimane sempre sanzionatoria di un atteggiamento svolto nel passato e non incentiva, in modo spontaneo, un miglioramento e un cambiamento di paradigma.

Interessante, invece, sarebbe proporre, insieme alla multa, nuovi approcci di accordo con le grandi multinazionali dell’elettronica finalizzati per lo sviluppo di nuove strategie con cui tutelare gli utenti, fornendo informazioni sui prodotti in maniera dettagliata e relativa assistenza, e al contempo, promuovere la vendita di nuovi dispositivi. Ad esempio, oltre che sanzionare, le grandi multinazionali, potrebbero incentivare comportamenti finalizzati a raccogliere dispositivi datati o non funzionanti offrendo in cambio ai clienti sconti particolari e personalizzati per l’acquisto di nuovi prodotti messi sul mercato.

Il caso dell’obsolescenza programmata e della multa ai due giganti, ci mostra che, ancora una volta, la tecnologia e il mercato non sono buoni o cattivi a prescindere ma sono sempre e solo strumenti. Il significato reale che questi hanno sta sempre nell’utilizzo che ne facciamo.

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Rendi famoso il brand con pubblicità ‘pay per impression’

Vuoi sapere come far crescere il numero dei tuoi clienti e il volume del tuo fatturato? Allora devi sapere cos’è la brand awareness e come puoi aumentarla. Unisciti alle tantissime aziende che ogni giorno si prendono cura della propria identità e notorietà. Non farlo significa perdere occasioni ed opportunità che potresti invece cogliere grazie agli opportuni investimenti nel web e social media marketing. Una strategia sicuramente utile è quella di utilizzare campagne di inserzioni basate sulla formula commerciale del ‘pay per impression’, realizzate attraverso Facebook Ads e Google ADW.

Cos’è la brand awareness e perché è importante per la tua impresa

Cominciamo dalla definizione: la brand awareness è la riconoscibilità di un marchio e la capacità dei consumatori di associarlo ai prodotti o all’impresa che lo usano. In sostanza si tratta di considerare quanto un marchio sia famoso, e soprattutto quanto esso venga ricordato dal pubblico largo dei potenziali clienti. Più un marchio è conosciuto, più persone, al momento del bisogno, cercheranno on-line proprio il nome dell’azienda o del prodotto che sono immediatamente in grado di richiamare alla mente.
Un meccanismo semplice e facilmente comprensibile da chiunque, che spesso viene però trascurato da molti professionisti e perfino da alcuni comunicatori, troppo concentrati soltanto su obiettivi a breve termine che rischiano di non assicurare risultati duraturi nel tempo.

Se invece vuoi dare gambe solide al tuo business puoi scegliere di investire nella brand awareness, affidandoti a professionisti che si occuperanno per la tua azienda di misurare con dati oggettivi il livello di notorietà del tuo marchio, quello dei tuoi competitors e di individuare una solida strategia per farti conoscere da quanti più clienti possibile.

Comunicare per raccontare la propria storia e i propri valori

Tutto si gioca intorno alla capacità di raccontare la storia del proprio marchio, i valori che rappresenta e di cercare un contatto empatico con le persone: investire in questo tipo di comunicazione è una scelta di straordinario valore, che darà i suoi frutti sul lungo periodo. Tutti i marchi più famosi investono molto nel brand in Internet, consapevoli che la sola strategia lead generation non può essere sufficiente per chi ha l’obiettivo di essere presenti su tutti i media e i canali per attirare massicciamente l’attenzione dei potenziali clienti, per comunicare al meglio la propria corporate identity e costruire un legame emotivo più forte di quello che si può ottenere con una campagna di marketing finalizzata esclusivamente alla vendita.

Perché scegliere una campagna pay per impression?

Una strategia sicuramente utile è quella di utilizzare campagne di inserzioni basate sulla formula commerciale del ‘pay per impression’, realizzate attraverso Facebook Ads e Google ADW. Banner e video con illustrazioni e testi coinvolgenti, capaci di attirare il pubblico più interessato al brand proposto e di sedimentarsi nella sua memoria.
Quando si deve impostare una strategia di rafforzamento del brand infatti ci si orienta in questa direzione, se si dispone di un budget adeguato e di una efficace targetizzazione questa è sicuramente la scelta migliore: nel caso in cui l’annuncio riceva numerosi click, si pagherà comunque soltanto per le visualizzazioni, con una evidente maggiore convenienza economica.

I formati, strumenti, regole per una buona campagna di branding

In Facebook sono tre i formati a disposizione per le inserzioni: video, slideshow e il formato canvas consentono di calibrare il messaggio sul target di riferimento in maniera efficace, in modo da comunicare in maniera ricca il brand value.

In Google Adwords ci sono a disposizione almeno cinque tipologie di inserzione: annuncio di testo nei motori di ricerca, annuncio nella sezione Shopping, annunci in app mobile, banner nel Google Display Network e annuncio video su Youtube. Tra questi, gli ultimi due consentono di configurare la campagna di advertising sulle impostazioni e le funzionalità più utili ad aumentare la brand awareness.

Una campagna pay per impression efficace trae il massimo risultato anche da budget limitati, seguendo segue alcune piccole ma fondamentali regole nella costruzione delle inserzioni:

  1.  scegliere un layout visivo coerente con il messaggio,
  2.  usare testi empatici orientati all’engagement emotivo del pubblico,
  3.  usare un linguaggio pertinente, preciso ed evocativo,
  4.  generare curiosità per spingere i potenziali clienti ad approfondire la conoscenza dell’azienda o dei suoi prodotti
  5.  usare call to action chiare, che illustrino in maniera chiara i vantaggi dell’azione proposta.

Risultati concreti e misurabili

Con un buona strategia sarà possibile raggiungere risultati importanti e verificabili. L’analisi dei dati è uno dei passaggi chiave per migliorare il proprio marketing. Diversamente da quanto non accada con la tradizionale pubblicità, con i tools del web e dei social è possibile monitorare concretamente i risultati dei propri investimenti in tempo reale. Alla fine di ogni campagna potrai sapere con esattezza dati e numeri delle persone coinvolte, verificare l’efficacia del messaggio sul target individuato e quindi gestire al meglio le risorse economiche disponibili per massimizzare i risultati in futuro.

Perché restare nell’ombra?

Grazie al suo team giovane e dinamico MG Group ti garantisce strategie di qualità e personalizzate per il tuo brand, derivanti da uno studio approfondito della tua azienda.

Chiedici una consulenza Gratuita allo 05771516860 e pianificheremo insieme la campagna più adatta per far crescere il tuo futuro.