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Pubblicità su Whatsapp: in arrivo nel 2019

Nei primi tre mesi del 2019 arriverà la pubblicità su Whatsapp

Pensiamo, per un attimo solo, a quanto diverse potrebbero esser le nostre giornate senza Whatsapp. Quanto potrebbe esser meno immediato sentirsi con gli amici oppure condividere contenuti, foto o video o la propria posizione, con colleghi e conoscenti. Insomma, Whatsapp, col suo avvento ha effettivamente cambiato la vita delle persone (nel bene o nel male, si intenda bene).

Lo ha fatto, come quasi tutte le grandi innovazioni della nostra vita, quasi per caso, innovando del tutto il sistema di messaggistica sui telefoni cellulari (ce li ricordiamo vero i messaggi sms con pochi caratteri a disposizione?) e in generale la comunicazione digitale.

La storia dell’App (che letteralmente è l’unione di “What’s up?”, che significa “che succede”, e App, “applicazione”) è quella di un’idea che ha un percorso del tutto particolare: il suo fondatore nasce a Kiev, in Ucraina, e fa esperienza, nei suoi primi anni di vita, della durezza del regime comunista.

La sua famiglia, come tante altre all’epoca, si trova in cattive acque e la madre, a un certo punto, decide di trasferirsi in America portando con sè il piccolo Koum. In America riescono a sbarcare il lunario, anche se con fatica. Koum, a scuola è un piccolo disastro (inizia l’università ma non la finirà) ma, invece, nel tempo libero si appassiona ai codici di programmazione e inizia a frequentare community di hacker. Entra a lavorare in Ernest & Young come collaudatore della sicurezza fino al momento in cui cambia qualcosina.

La nascita e l’acquisizione da parte di Facebook

Koum, mentre frequenta l’Università incrocia Brian Acton, di Yahoo, il quale, rimane colpito del personaggio, e decide di coinvolgerlo nella sua azienda.

Collaborano per circa 9 anni, fino ad avvertire, ironia della sorte per quello che verrà dopo, un senso di “smarrimento” perchè lavorare nella pubblicità, dicono, non contribuisce a migliorare gli altri. Partono per un anno sabbatico, insieme, in Sud America.

Al rientro Koum compra un i-phone e gli viene un’idea: quella di consentire agli utenti di inserire aggiornamenti sul proprio stato, visibili dai contatti in rubrica. Nasce l’embrione di Whatsapp, perchè in breve tempo Acton e Koum capiscono di aver creato un sistema di messaggistica, primo al mondo, perchè, a differenza degli altri esistenti, come Google Talk e Skype, consente agli utenti di creare un profilo attraverso il proprio numero di cellulare e quindi di esser facilmente raggiungibili.

Dopo diverse difficoltà di programmazione legate alla programmazione considerando i prefissi di tutto il mondo oppure, ad esempio, la sfida dell’abolizione dei costi di abbonamento (oggi Whatsapp infatti è completamente gratis), il sistema inizia a farsi strada alla grande: rispetto ai suoi competitori di instant messaging ha dalla sua la straordinaria semplicità di utilizzo, grazie ai profili utente dei numeri di cellulare.

In questo modo l’app cresce in maniera impetuosa: nel 2013 ha 200 milioni di utenti utenti e nel 2014 arriva a 500 diventando, a tutti gli effetti, un applicazione di utilità mondiale. Entra facilmente nelle antenne di Facebook che annusa l’opportunità enorme e, dopo una serie di trattative, l’acquista con una mega offerta da circa 19 miliardi di dollari.

Nonostante ciò l’app continua a crescere e infatti nel 2017 introduce, forse ispirata anche da Facebook, gli “Stati“: la possibilità per gli utenti di condividere i propri status, per 24 ore, attraverso immagini e post.

L’arrivo della pubblicità su Whatsapp

Il caso di WhatsApp è molto interessante anche perchè rappresenta uno dei pochi casi al mondo di business milionari sviluppati senza sfruttare la pubblicità (grazie anche al fatto che per qualche tempo l’app è stata a, irrisorio, pagamento): da sempre i due fondatori hanno preferito dedicarsi alla crescita degli utenti anzichè allo sfruttamento delle opportunità di advertising.

Da quando però WhatsApp è entrata nella sfera di dominio di Facebook la musica è cambiata.   Quello che fa gola è il numero di utenti (1 miliardo di utenti ogni giorno e circa 450 milioni che quotidianamente visitano le “Storie” ovvero gli “Stati” pubblicati) e, quindi, l’enorme opportunità di sfruttamento pubblicitario che il flusso rappresenta.

L’annuncio è arrivato, in Italia, in via ufficiale da parte del country manager Facebook, Luca Colombo, che ha annunciato che nei primi tre mesi del 2019, su Whatsapp inizieranno a comparire messaggi pubblicitari.

Dove apparirà la pubblicità su WhatsApp?

L’advertising non comparirà nei messaggi di chat, per fortuna, ma si limiterà a comparire nella parte dedicata alle notifiche di stato degli utenti. Facebook assicura che non saranno “eccessivi” e non comprometteranno l’utilizzo normale della piattaforma da parte degli utenti.

 Il futuro di WhatsApp

Il grande enigma, in questo caso, potrebbe esser rappresentato, aldilà delle assicurazioni provenienti dal social network, dal comportamento degli utenti. In molti casi infatti gli utenti hanno dimostrato di non gradire cambiamenti radicali reagendo, infatti, con l’abbandono di piattaforme e social network (es. Google Plus che sta per chiudere).

La sfida anzitutto sta in tre domande: come e dove avverrà la pubblicità concretamente, come gli utenti la percepiranno, come gli utenti continueranno a “fidarsi” e a usare Whatsapp. Anche considerando che il rivale principale, Messenger, è in grande crescita.

Una storia inimmaginabile e per certi aspetti del tutto ironica pensando alla scelta di due amici, Brian e Jan, di lasciare Yahoo perchè stanchi di lavorare nella pubblicità!

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Spende 600 mila dollari su Facebook Ads senza accorgersene

Il peggior investimento pubblicitario online

Quando decidiamo di comunicare qualcosa, lo abbiamo detto, significa che abbiamo un messaggio chiaro che vogliamo lanciare su chi siamo e cosa facciamo. La cosa vale ancora di più quando decidiamo di lanciare un determinato messaggio nell’intento di pubblicizzare un prodotto o servizio che vendiamo e offriamo.

La comunicazione aziendale, insomma, ha le sue regole fondamentali e la pubblicità ancora di più perché, in questo caso, si tratta di investire tempo e risorse per la creazione di un valore che deve rientrare sia in termini di vendite che di promozione del brand e del prodotto.

Soprattutto con i new media digitali se ci affidiamo all’improvvisazione, come accade, i risultati non sono scontati anzi talvolta, senza conoscenza e senza programmazione degli strumenti a cui ci affidiamo, possiamo imbatterci in grandi, brutte, sorprese.

Imparate da chi ha sperperato 600 mila dollari in pubblicità Facebook Ads

È quello che è accaduto a Raaj Kapur Braar, titolare di una casa editrice, la Fetopolis, che promuove numerose riviste di successo, di moda principalmente, seguitissime e che su Facebook raggiungono in media circa 1,7 milioni di likes. Non male affatto, anche considerando che mediamente, un post pubblicato da una rivista di moda su Facebook raggiunge circa 2000 likes.

Qualche tempo fa, Braar decide di approntare un interessante investimento: decide di affidarsi a Facebook (Facebook Ads) per moltiplicare i suoi “lead” sul social network nella convinzione, abbastanza spannometrica, di ricavare circa il 2-300% rispetto alle risorse investite.

Si butta, impetuosamente, in una massiva campagna su Facebook Ads e, rapidamente, si trova ad aver speso, o meglio potremmo dire sperperato, l’ingente somma di circa 600.000 dollari. E tutto questo senza un concreto ritorno dell’investimento paragonabile a quanto speso.

La vicenda che ancora rimane confusa per punti discordanti espressi da Braar e al contempo anche da Facebook, lascia comunque emergere in maniera importante che quando ci sia affida alla pubblicità di un social network come Facebook risulta fondamentale, anzitutto, conoscere le sue caratteristiche e capire, concretamente, se queste incrociano gli obiettivi che vogliamo raggiungere.

Facebook, in sostanza, è un social network che ogni mese ospita circa 2 miliardi di utenti che fanno di tutto: dal postare foto all’esprimere commenti su quello che hanno mangiato un minuto prima. Tutto meno che, direttamente, comprare. Nel senso, la piattaforma tutto fa meno che vendere prodotti, offre agli utenti contenuti, anche riguardanti prodotti e, d’altro lato, alle aziende la possibilità di potersi promuovere sui propri canali. Facebook è in grado di incrementare la popolarità di un brand, farlo circolare tra gli utenti, generare “lead” e, addirittura, portare le persone a compiere determinate azioni (call to action) capaci di “convertire” il coinvolgimento generato dal brand in gesti concreti come un acquisto o la sottoscrizione di una newsletter.

Nello specifico Facebook Ads prevede tre livelli diversi di azione:

  • CPM (costo per mille), per avere visibilità (e basta) per il nostro brand aziendale. Si paga semplicemente affinché il nostro Brand venga promosso e mostrato il più possibile;
  • CPC (costo per click), si tratta della tipica strategia usata dall’imprenditore di Fetopolis, prevede un costo associato a ogni click (sia una fotografia, che un like, che un commento);
  • CPM (CPM ottimizzato), con questa strategia paghiamo Facebook solo se gli utenti compiono un’azione specifica che ci interessa (come ad esempio visitare il nostro sito di e-commerce). In questo modo il social network, per avere introiti, indirizza la nostra pubblicità solo verso gli utenti che potrebbero esser interessati e, dunque, propensi alla call to action che noi prevediamo.

Affidatevi a dei professionisti

Alla luce dell’esperienza non molto felice di Braar vi è anzitutto una riflessione da fare: prima di incamminarci in qualsiasi azione di advertising su Facebook Ads è necessario definire bene qual è l’obiettivo che vogliamo raggiungere e, concretamente, capire se il social network fa al caso nostro. Anche considerando che all’investimento economico che facciamo deve corrispondere un ritorno effettivo perché poi, alla fine, qualsiasi strategia deve esser valutata in base al rapporto tra effort e risultati prodotto.

In secondo luogo, bisogna conoscere bene quello che Facebook è e rappresenta con tutte le potenzialità e debolezze e, soprattutto, mettere bene a fuoco che esser visibili, impegnarsi a promuovere il proprio profilo, la propria notorietà non equivale a vendere di più.

Non farlo significa perdere su due fronti: perdere le opportunità che lo strumento ci offre perché non le comprendiamo e, forse la cosa peggiore, sprecare soldi che potrebbero esser investiti su altri fronti magari maggiormente redditizi per la nostra azienda.

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ROAS e ROI: come valutare l’efficacia di una campagna digitale?

Realizzare una campagna di advertising digitale significa, anzitutto, individuare un chiaro obiettivo e soprattutto le azioni necessarie da compiere per il suo raggiungimento. E questo si traduce, per l’azienda, in un investimento sia di tempo che di risorse umane ed economiche.

Quanto sono efficace sul web?

Il primo modello di valutazione che ci viene in mente, in ambito aziendale, è il ROI (Return on Investment) che tecnicamente misura il ritorno, in termini economici di introiti, che entra in azienda a seguito di uno specifico investimento, nel nostro caso in pubblicità e comunicazione. La domanda a cui il ROI risponde è: come la campagna contribuisce, in base all’investimento, al raggiungimento degli obiettivi aziendali?

Se da un lato quello del ROI rappresenta un modello sintetico ed efficace perché fornisce un indicatore numerico ed economico, dall’altro il modello non consente di entrare nelle specificità che caratterizzano una campagna di advertising perché si ferma alla valutazione economica senza approfondire l’effettivo impatto generato dalle singole azioni messe in campo.

Per entrare nel vivo maggiormente e renderci conto di quanto possa esser efficace, in termini di impatto, ad esempio amplificando le azioni degli utenti rispetto alle call for action, una campagna di advertising digitale abbiamo l’opportunità di prendere in considerazione un nuovo approccio: il ROAS (Return on Advertising Spend) che tecnicamente misura il ritorno rispetto all’investimento specifico di advertising. Secondo tale approccio, una campagna viene valutata in base ai ricavi lordi generati e non in base ai costi sostenuti e quindi risulta interessante in quanto ci fornisce un’analisi ulteriore che amplifica il risultato presentato dal modello ROI. In pratica, il ROAS considera l’attività di marketing come strumento anzi “costo necessario” per lo sviluppo del business aziendale ed effettua le sue valutazioni scendendo in maniera verticale sulle diverse azioni che contraddistinguono una campagna. A differenza del ROI che, invece, considera l’investimento effettuato in marketing e pubblicità come un semplice strumento, come gli altri, per il raggiungimento degli obiettivi aziendali. Il ROAS scende nel dettaglio della campagna e consente di vedere concretamente che ritorno ci arriva da ogni singola azione che abbiamo pianificato, non soltanto in base al costo che sosteniamo per progettarla e implementarla ma soprattutto in termini di incrementi di valore generati dalle singole attività. Ad esempio possono esser analizzati i click totali generati su di un link o sito, il tasso di conversione (quanti click si traducono in azioni concrete come acquisti per esempio) e, soprattutto, il tasso di vendita che in altre parole significa quanti utenti, tra quelli che compiono azioni che indichiamo, fanno incrementare le nostre vendite.

Valutare i risultati delle campagne con ROI e ROAS

Se all’apparenza i due modelli sembrano discordanti, in realtà per comprendere quanto siamo efficaci con le nostre campagne non possiamo prescindere da una combinazione, sinergica, tra i due dando a ciascuno quello che è il suo campo di indagine. Attraverso il modello ROAS, ad esempio, riusciamo a comprendere quanto può esser incisiva una campagna in base a quanto viene generato e potremmo addirittura ipotizzare quali ulteriori investimenti potremmo fare per migliorare la capacità di generare “lead” e conversioni. Incrociando il tutto con il modello ROI, inoltre, potremmo comprendere, poi, quanto la nostra campagna è efficace, e quindi da mantenere, rispetto ai costi sostenuti per progettarla e realizzarla. Con il ROI, quindi, avremo la possibilità di filtrare i dati emersi dal ROAS in ogni singola azione della campagna in base alle risorse che vi abbiamo dedicato e in questo modo potremo avere un indicatore maggiormente ponderato e valuteremo con grande attenzione la realizzazione di nuovi investimenti. Per semplificare, ma senza nulla togliere all’effettiva utilità dei due modelli, potremmo dire che, nella storia, il ROAS è la “cicala”, che ci invita a fare nuovi investimenti in pubblicità perché quello che interessa è che ci siano più “lead”, e il ROI è la formica che ci ammonisce a considerare che un’azienda, dopo tutto, si basa pur sempre sugli introiti generati e che quindi qualsiasi azione va valutata in base al rapporto tra costi sostenuti e ricavi generati.

Entrambi i modelli, come spesso accade tra posizioni all’apparenza in contrasto, ci restituiscono concretamente una lettura, o meglio, un pezzo di verità. E in un contesto “liquido” e mutevole come quello dei social e delle piattaforme digitali affidarsi a entrambi i modelli, per tarare al meglio le nostre strategie di comunicazione e advertising, significa semplicemente avere più elementi a disposizione. A patto, ovviamente, di esser ben consapevoli dei pregi e limiti di ciascun approccio. Per prender il meglio delle opportunità che ognuno dei due modelli ci può offrire.

Siamo esperti nella comunicazione online e ti forniremo tutti gli strumenti per valutare i risultati delle campagne e del nostro lavoro. Contattaci per una consulenza gratuita

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Come funziona Facebook Ads?

Facebook Ads: dimmi a cosa metti Like e ti suggerirò cosa acquistare

La comunicazione, o meglio, la pubblicità di un prodotto, ha la capacità, lo sappiamo, di influenzare in maniera determinante le nostre scelte di acquisto.

Ricevere in un momento specifico, ad esempio, una comunicazione efficace e mirata sui vantaggi e sconti di acquisto di un prodotto è un elemento capace di formare e orientare le nostre preferenze. Le piattaforme social, Facebook in primis con un flusso giornaliero di 2 miliardi di utenti, hanno un potenziale a dir poco enorme nel poter promuovere un brand o un prodotto specifico.

In particolare, grazie a Facebook Ads, è possibile inviare messaggi mirati e altamente personalizzati seguendo il trend di preferenze di un utente descritto dai like e dai post pubblicati online. Nello specifico, filtrando preferenze e dati del profili, come ad esempio la localizzazione geografica e cluster di età, Facebook Ads riesce a formulare e far pervenire agli utenti messaggi promozionali di prodotti e servizi potenzialmente molto interessanti per gli utenti con l’obiettivo, finale, di favorire l’acquisto.

Ma più in generale Facebook Ads rappresenta uno strumento molto rilevante, nell’ambito della strategia di comunicazione online aziendale, perchè offre numerosi strumenti di analisi con cui monitorare gli utenti del social network e fornire non solo messaggi capaci di invogliare a compiere una specifica call for action bensì fornire all’azienda una mappatura complessiva di chi sono gli utenti con cui ci si relaziona e il grado di engagement che essi hanno nei confronti del brand. In tale ottica, Facebook Ads consente, quindi, anche attraverso l’incrocio con i siti maggiormente visitati, di personalizzare i messaggi e fare in modo che, ad esempio, un utente che si sta avvicinando adesso alla nostra azienda non riceva lo stesso messaggio di uno che invece conosce bene i nostri prodotti e li acquista correntemente.

Se vogliamo, quindi, che la nostra azienda abbia una strategia di comunicazione promozionale efficace e mirata, Facebook Ads, in sinergia con altri, è a tutti gli effetti un tool di cui non possiamo fare a meno.

Contattaci ed insieme creeremo la strategia di comunicazione social più efficace per la tua azienda.

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Facebook Watch l’ultima novità che rivoluzionerà il mondo dei video

Stasera in tv c’è Facebook su tutti i canali

Quando la televisione fece la sua comparsa si pensava, un po’ semplicisticamente, che il libro, antico passatempo di carta, primo o poi sarebbe scomparso. Soppiantato in quattro e quattrotto dal nuovo strumento di intrattenimento collettivo. Ma così non è stato. La gente, anche se di meno, continua a leggere libri e, al contempo, guarda la televisione.

E vista la mole di contenuti prodotti ogni giorno dagli utenti sui social network non poteva non accadere qualcosa tra il mondo dell’entertainment da divano e le nuove piazze digitali.

Qualcuno ci aveva già provato inserendo alcuni comandi nel digitale terrestre, nell’illusione di rendere lo spettatore protagonista, grazie ad alcune app selezionabili da telecomando, della programmazione. Un’idea bella, visionaria ma mai realizzata.

Cosa è Facebook Watch?

Ci ha pensato Facebook. Nel 2017, grazie a un investimento di circa 2 miliardi di dollari il colosso di Menlo Park ha lanciato Facebook Watch, strumento di condivisione di contenuti video che a tutti gli effetti si presenta come la TV di casa del social network più usato al mondo.

Si tratta di un’app che facilmente può essere aggiunta al proprio profilo e che promuove contenuti video in base alle nostre preferenze e a quelle degli amici con cui siamo in contatto. Ma non solo. Facebook Watch propone programmi specifici e serie tv totally made in Facebook che sin da adesso iniziano a riscuotere successo grazie soprattutto all’alto livello di engagement degli utenti del social network (ad esempio secondo Ad Age, una clip su Donald Trump in the Late Show di Stephen Colbert è stato il video con il più elevato volume di Watch arrivando a 2 milioni di visualizzazioni e 1,7 mila commenti, più del doppio di quanto avrebbe generato un video di Youtube).

Come Funziona Facebook Watch?

Facebook Watch però non è assimilabile a una comune piattaforma di fruizione di contenuti video come Youtube ad esempio perchè ha una caratteristica unica di distinzione e personalizzazione: ciascun utente può intervenire, direttamente, in uno show live, pubblicando post, citazioni, video trasformandosi, così, da semplice spettatore a protagonista della serata. L’ultima evoluzione, possiamo dire, dell’approccio crowd-sourcing che sfruttando la folla come fonte di informazioni e contenuti ha aperto le porte al web user generated contents, dove ciascuno è artefice di quello che guarda e legge.

La televisione fai da te

Una rivoluzione epocale, quindi, per l’intrattenimento TV per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Con grande divertimento possiamo immaginare cosa potrebbe accadere alla diretta del Festival di Sanremo, con un conduttore interrotto continuamente dai commenti degli utenti online, oppure a un quiz televisivo in cui un conduttore sfinito esce sconfitto dagli utenti che suggeriscono risposte ai concorrenti.

Scherzi a parte, cambia il modello di entertainment che diventa prodotto tailor made anzi self made in base all’esperienza e alle preferenze degli utenti.

Con Facebook Watch l’intrattenimento si sposta su di un contenitore unico capace di tenere gli utenti spontaneamente fidelizzati perchè coinvolti grazie ai propri contenuti e preferenze.

Come utilizzare Facebook Watch?

Facebook Watch può esser fruito non solo da pc, mac, smartphone o tablet ma addirittura attraverso le tv di ultima generazione per coloro che preferiscono guardare i contenuti stando comodamente sul divano.

Seppure non ci sia, ad ora, competizione rispetto ai big player dell’entertainment, non si esclude che prossimamente Facebook possa stringere accordi con Netflix per offrire agli utenti, magari a pagamento, esperienze di intrattenimento sempre nuove.

Aspetto interessante e affatto trascurabile è la capacità di Watch, grazie all’enorme flusso di utenti di Facebook, di attrarre sponsors e partner commerciali. I video, infatti, agli utenti vengono offerti in maniera, per ora, del tutto gratuita ma nelle brevi pause sono inseriti degli spot pubblicitari di pochi secondi che schiudono opportunità di monetizzazione interessanti.

Nuove frontiere dell’entertainment televisivo

L’esperimento può dirsi del tutto riuscito e anzi ci troviamo di fronte a un prodotto dirompente in grado di farsi promotore e apri pista, nel vero senso della parola, di nuove frontiere di sviluppo tecnologico, culturale e commerciale. Non solo per Facebook ma per tutti i principali player globali dell’entertainment televisivo e in generale multimediale. Come d’altronde nella storia umana è sempre accaduto: quando compare un’innovazione, sia la ruota sia internet, il primo a guadagnarci, in vantaggio competitivo è il proprietario e inventore. Ma dura poco. Subito dopo la portata è così forte da essere contagiosa e innesca un circuito virtuoso che stimola tutti a sfruttare, con nuove invenzioni, il portato dell’innovazione.

Addio mio caro zapping

Tra poco tempo quindi non avremo più quel simpatico malumore tipico di alcune serate, quando accendiamo la televisione e dopo aver fatto, assorti, un po’ di zapping ci rendiamo conto, sfiduciati, che non c’è niente di buono da guardare. Forse ne sentiremo pure un po’ la mancanza perchè accadrà che ci sarà sempre qualcosa di buono. Semplicemente perché saremo noi a decidere o meglio a creare cosa guardare. Noi e, soprattutto, Facebook.

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Il Social Media Strategist

Se un tempo bastava andare nella piazza del paese per lanciare un messaggio, magari con un manifesto o un megafono, oggi, gran parte dei contenuti di informazione di cui disponiamo avviene sulle cosiddette piattaforme social. Facebook e Twitter, ad esempio, sono veri e propri spazi digitali, o meglio, piazze digitali, in cui ciascuno di noi, dalla politica, alla cultura, allo sport può diventare protagonista della diffusione di uno specifico messaggio o contenuto.

In questi nuovi spazi le aziende hanno nuove interessanti opportunità per promuovere prodotti, campagne e incrementare il valore del proprio brand raggiungendo un numero di utenti molto più ampio rispetto ai media tradizionali.

Chi è il Social Media Strategist?

Per far questo occorrono strategie e prima ancora figure capaci di leggere i linguaggi delle diverse piattaforme al fine di creare e promuovere contenuti che siano accattivanti, efficaci e in grado di creare engagement e condivisione tra gli utenti.

Per raccogliere questa opportunità le aziende devono affidarsi a un Social Media Strategist, figura con esperienza, preparazione e dimestichezza nel marketing digitale, e nello specifico nell’utilizzo degli strumenti di social media marketing, che supporta l’azienda nel suo ingresso sulle piattaforme sociali. MG Group Italia, grazie all’esperienza maturata negli anni, è in grado di offrire un team qualificato di Social Media Strategist capaci di supportare le aziende clienti nella realizzazione della propria social media strategy aziendale in diverse fasi: dall’individuazione dei target (chi sono i miei clienti), alle strategie di engagement e promozione del brand, fino all’integrazione con la strategia complessiva di marketing dell’azienda.

Le competenze diversificate offerte dal nostro team di social media strategist consentono di offrirti un servizio personalizzato capace di creare valore aggiunto anche in base allo specifico settore di attività della tua azienda.

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Google annuncia la chiusura del suo social network Google+

Google+ era nato con le migliori aspettative, di tutti, utenti e, perchè no, anche aziende, interessate a sfruttare, in brand promotion, l’enorme flusso di dati del motore di ricerca di Montain View. Ma qualcosa è andato storto o meglio è andato non come previsto. D’altronde è una costante di successo dell’innovazione: l’effetto disruptive del continuo avanzamento da un prodotto ad un altro e la considerazione, semplice, che poi alla fine non tutti i mali vengono per nuocere ovvero un fallimento genera una nuova creazione.

Il fallimento del social network di Mountain View

Google+ nasce tra i migliori auspici nel 2011 con l’intento della casa madre di fare ingresso, a tutti gli effetti, nel mercato dei social network avendo dalla propria l’enorme flusso quotidiano di utenti su Gmail e sul motore di ricerca. La casa madre di Mountain View attua una strategia di fidelizzazione very strong e in pratica ciascun utente dei prodotti Google, Gmail e Youtube soprattutto, viene “automaticamente” registrato su Google+ per utilizzare “al meglio” i servizi richiesti. Google intende caratterizzare la propria piattaforma di social networking, come un prodotto capace di concorrere, in breve tempo, con i big Twitter e Facebook.

Cosa è accaduto negli ultimi anni?

In breve tempo, il social network made in Google inizia a perdere colpi soprattutto perchè gli utenti non vogliono sentirsi pilotati nelle loro scelte di aderire o meno ad alcuni contenuti e soprattutto preferiscono avere e mantenere esperienze digitali diversificate senza dovere, per forza, migrare verso un unico contenitore. D’altronde, la propensione all’utilizzo dei social, in ottica user generated content, sta anche nella possibilità di poter utilizzare più strumenti, anche mixandoli, per veicolare messaggi differenti.

Google comunque, continua a rilanciare il proprio prodotto: lo espande, ne amplia le funzioni e le capacità di condivisione contenuti sempre nell’intento di costruire, finalmente, la propria rete sociale. Il salto, però, non riesce. Manca una componente fondamentale, alla base non solo di una piattaforma ma di ogni processo sociale, sia una petizione o una votazione: manca l’engagement, la capacità essenziale di uno strumento collettivo di saper “coinvolgere” gli Utenti, stimolando il loro interesse a condividere contenuti di vario genere e, dunque, a frequentare e avvertire lo spazio virtuale della “piattaforma” come spazio proprio di affermazione e promozione.

Perchè è fallito Google+?

Google+ diventa il social network meno “sociale” della storia e si caratterizza per un singolare paradosso: quello di esser un prodotto di un gigante del web, in termini di flussi e utenti giornalieri, con un flusso bassissimo. Dati recenti comunicati da Mountain View, infatti, affermano che circa il 90% degli utenti di Google+ non supera i 5 secondi totali di accesso alla piattaforma.

E di conseguenza, su queste basi, fallisce anche una delle rilevanti direzioni di sviluppo: quella verso le aziende che, in teoria, avrebbero avuto tutto da guadagnare, in termini di followers e brand promotion, veicolando i propri contenuti sui canali Google. Senza engagement degli utenti non c’è circolazione di informazioni e contenuti e, quindi, nessuna promozione del brand.

A marzo 2018, una nuova, definitiva (almeno per ora) tegola: google annuncia che tra il 2015 e il 2018 un bug della piattaforma, sconosciuto agli sviluppatori, ha causato la probabile violazione dei dati personali di circa 500.000 utenti. La claudicante piattaforma di casa Google+ viene, quindi, annunciata in chiusura: insieme ai bassissimi livelli di engagement, la perdita di fiducia generata dalla mancanza di sicurezza nella protezione dei dati danno il colpo di grazia o meglio archiviano definitivamente la parentesi del social network made in Google che sarà chiuso, ufficialmente, entro agosto 2019, lasciando agli utenti il tempo necessario per migrare altrove le proprie informazioni.

La lezione di Google per il cambiamento della propria azienda

Tutto ciò può sembrare un fallimento, un percorso determinato da scelte poco lungimirante e soprattutto, all’apparenza, poco comprensive delle dinamiche in corso soprattutto con riferimento allo sviluppo del mercato dei social network. Ma si tratta solo di apparenza guardando un po’ più da vicino la storia dello sviluppo evolutivo di Google, che poi altro non è se non la storia delle innovazioni digitali che, progressivamente, hanno modificato e trasformato la nostra vita quotidiana e le relazioni. Google, in particolare, è un’azienda che, per certi aspetti, non ha mai tralasciato la sua natura essenziale di startup: ha sempre promosso sperimentazioni di nuovi prodotti con continui cambi di strategie e modifiche affrontando il potenziale rischio di “fallimento” con una “visionaria” capacità, tipica da startupper, di leggere il successo che può nascere dopo ogni caduta. E infatti, come già avvenuto nel passato, l’azienda sperimenta e affronta “fallimenti” ma senza tralasciare i percorsi intrapresi, anzi. Ciascun percorso, ciascun passaggio, ciascuna sperimentazione, con i relativi “fallimenti”, vengono analizzati, metabolizzati, ragionati per rielaborare le complessive strategie di business development dell’azienda. É la base, anche, del successo e della crescita di tante applicazioni che usiamo ogni giorno e che, all’inizio, erano niente altro che semplici startup.

Pensiamo al Futuro

Da quanto realizzato nel passato si fa tesoro e, in ottica di apprendimento e miglioramento continuo, gli errori del passato possono rappresentare la base per la progettazione di nuovi prodotti di successo di domani. Questa è la mentalità che seguiamo in MG Group Italia, azienda dinamica che supporta i propri clienti in piani specifici di brand promotion sul web e sui social attraverso l’integrazione di differenti strumenti al fine di fornire strategie aggiornate che consentono ai propri clienti e partner commerciali di trasformare il cambiamento in concrete opportunità.

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Perché è importante svolgere Campagne Sponsorizzate sui Social?

La grande novità delle campagne sponsorizzate sui social network è che puoi raggiungere solo gli utenti che ti interessano realmente, targettizzando la tua pubblicità per genere, posizione geografica, età, interessi. Si chiama Social Advertising e da alcuni anni è una tipologia di marketing su cui le aziende investono sempre di più.

Gli obiettivi delle campagne sponsorizzate su Facebook, su Twitter o su Instagram possono essere diversi: aumentare la base utenti sui social network (like, followers, ecc.), generare click e conversioni verso un sito web, accrescere l’engagement (like, condivisioni, menzioni, ecc.), promuovere un’App o un video o un nuovo prodotto, rafforzare la brand identity.  Oltre ai tradizionali annunci testuali e ai banner pubblicitari, esistono anche forme di advertising indiretto: sui social i clienti esprimono le proprie opinioni in tanti modi, dalle recensioni ai post nei gruppi, fino ai sondaggi e all’uso delle applicazioni. Monitorare anche le conversazioni che hanno luogo sui social, con un programma efficace di social listening, consente di intervenire tempestivamente nel caso in cui venisse menzionato il proprio brand o nel caso in cui ci si rendesse conto che la campagna sponsorizzata non sta avendo il successo sperato.

Usare le sponsorizzazioni sui social media è quindi un modo per non sprecare le risorse economiche destinate al marketing e avere subito il quadro sui dati delle persone raggiunte e sulla tipologia della loro risposta.

Se vuoi avere al tuo fianco dei professionisti del settore mentre affronti la delicata sfida dei social, rivolgiti a Mg Group Italia e metteremo a tua disposizione un team completo e affidabile, capace di superare ogni ostacolo con creatività e flessibilità.

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Summer influencer: i più seguiti dell’estate 2018

L’estate è finita con un curioso annuncio di lavoro: il gruppo Vidanta, leader nella costruzione e nella gestione di resort di lusso in tutta l’America Latina, cerca social influencer e brand ambassador.  La società ha lanciato la campagna “Word’s best job”, creando un sito apposito per inviare la propria candidatura, ed è disponibile a pagare 120mila dollari per trovare qualcuno che provi i suoi resort e posti foto e video sui social.

E’ solo l’ultima di una lunghissima catena di notizie curiose che testimoniano la nascita e la crescita di un mondo, quello degli influencer sui social, che non finisce mai di stupire e che di certo avrà sempre più importanza in futuro.

Cosa è accaduto in Italia durante l’estate?

Basti pensare a ciò che è successo per un semplice matrimonio:  le nozze di Chiara Ferragni e Fedez hanno generato 67 milioni di interazioni sui social e – come ha scritto lo stesso Fedez in un post ideato per ringraziare il pubblico – alcune Instagram Stories pubblicate durante la cerimonia hanno raggiunto 3,2 milioni di visualizzazioni.

La coppia ha venduto tutto ciò che poteva vendere: nei giorni precedenti il matrimonio, la coppia ha girato con due mascotte disegnate dall’azienda di peluche Trudi (#SuppliedByTrudi), gli ospiti poi sono tutti arrivati a Noto su un volo Alitalia (#SuppliedByAlitalia), e Prada ha vestito la sposa nella festa pre cerimonia (#SuppliedByPrada). Per non parlare poi dei vestiti del gran giorno: l’abito della sposa è una creazione di Dior (#SuppliedByDior), quello dello sposo di Versace (#SuppliedByVersace). E questo è solo l’elenco degli sponsor principali, ma ce ne sono tanti altri interni all’operazione: dagli snack (Pringles e M&M’s), alle acque, al sapone liquido e così via, la lista delle sponsorizzazioni varie è lunghissima.

Il valore di tutto ciò è ignoto, ma il quotidiano La Repubblica ha osato fare una stima che si aggira oltre i 20 milioni di euro, altri invece hanno parlato di 67.

Chi sono i social influencer?

Non si tratta semplicemente di un lavoro strapagato, ma di una fiorente azienda che in sostanza vende soltanto una persona, il suo modo di vestirsi e il suo modo di comunicare. Non vi stupirà di certo a questo punto sapere che è lei la regina indiscussa degli influencer dell’estate. Chiara Ferragni è prima nella classifica stilata in occasione della Milano Fashion Week (19-25 settembre) sui profili instagram dei più forti influencer del mondo della moda. La Ferragni con più di 500.000 interazioni doppia la seconda in classifica, la YouTuber Marzia Bisognin con il modico numero di 236.000 interazioni in media per ogni post. Terza classificata, Alice Campello, che registra circa 204.000 interazioni, e infine due profili creati da uomini: il quarto è Mariano Di Vaio con 196.000 interazioni per post e poi c’è il modello/ingegnere Pietro Boselli con circa 140.000 interazioni.

Dal Fashion allo Sport: quali sono i principali settori degli influencer?

I fashion influencer, ossia i profili Instagram più influenti della rete legati al mondo della moda, sono ormai capaci di orientare le decisioni di acquisto di un numero sempre più grande di consumatori: lanciano prodotti, contribuiscono in modo determinante ad aumentare l’awareness di un brand e soprattutto si prendono una fetta sempre più grande dei soldi che le aziende investono nel webmarketing e nella pubblicità.

Il meccanismo con cui una stella nasce e un’altra muore è una girandola, o meglio un caleidoscopio di strumenti e significati. Ci sono decine e decine di influencer meno noti, con profili al di sotto dei 100.000 follower, che sono pronti a scalare la classifica. Chissà se ce la faranno o se il loro lavoro quotidiano sui social non si rivelerà essere altro che una fatica di Sisifo.

Nel fashion accade così, ma non è che nel calcio ormai il meccanismo di costruzioni delle strategie di marketing sia diverso. Questa estate 2018 ci ha regalato una grande prova di questo mutamento: l’ennesimo tripudio di follower, condivisioni e interazioni creato dall’annuncio del passaggio di Cristiano Ronaldo alla Juve. Un tripudio di follower e naturalmente anche un gigantesco flusso di affari che ha permesso alla Juve di accrescere i gadget venduti e innalzare immediatamente il prezzo degli abbonamenti.

E voi cosa aspettate?

Nessuna azienda che voglia avere visibilità può ormai fare a meno di corteggiare gli influencer e di effettuare una campagna di marketing ben pianificata, sostenuta da un sito veloce, da buone pagine sui social e tanta attenzione al posizionamento nei motori di ricerca. Vale per i marchi famosi a livello nazionale ma vale anche per coloro che devono posizionarsi a partire dal proprio territorio, per quanto piccolo sia.

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Boom! La Ricetta esplosiva del Pordenone Calcio sui Social Network

8 giorni di autoironia e divertimento: è stata questa la ricetta esplosiva con cui il social media manager del Pordenone Calcio  ha accompagnato i tifosi della squadra alla singolare sfida con l’Inter in Coppa Italia.
8 giorni in cui grazie ai post preparati dall’addetto stampa Marco “Mika” Michelin e del grafico Sebastiano Orgnacco il Pordenone Calcio ha visto crescere i suoi follower fino al 100%, raddoppiando su Facebook dove sono arrivati quasi fino alla cifra di 35.000 persone, passando su Twitter  da 4.000 a oltre 6.000 e infine esplodendo su Instagram dove la pagina della squadra è passata da quasi 5.000 follower a 24.000.
Sul campo i neroverdi perdettero ai rigori, anche se nessuno lo avrebbe mai immaginato, ma tra il popolo del web i ramarri avevano già vinto da un pezzo.

La Storia della Campagna Social del Pordenone Calcio

«Abbiamo guadagnato migliaia di seguaci in una settimana – ha dichiarato Michelin -, ci scrivono tutti, siamo finiti sui giornali: pazzesco. E ho letto tantissimi bei commenti su di noi, ci fa un gran piacere». Lo stesso piacere che immaginiamo i due abbiano provato quando subito dopo la partita, visti i dati, il patron neroverde Mauro Lovisa ha promesso di aumentargli lo stipendio.
Ma vediamo ora alcuni dei post che la squadra dei ramarri ha pubblicato partendo esattamente da 8 giorni prima della partita e lavorando sul tema del countdown, accompagnato dal continuo appello ai tifosi a presentarsi allo stadio esattamente la domenica dopo. Uno dei primi ‘mai in serie B’ era già un piccolo capolavoro: quello che per l’Inter è un vanto (essere l’unica delle grandi squadre a non esser mai scesa in B) per il Pordenone calcio invece dovrebbe essere un demerito (essere un piccola squadra mai riuscita a salire in B). Ma i due social media manager dei neroverdi capiscono subito che invece la chiave autoironica è quella con cui affrontare questa stramba partita in cui una piccolissima si scontra con un gigante del calcio.

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I post continuano con lo stesso tono: quello sul confronto Berretoni-Icardi, passando per i video in stile Harry Potter, fino ai “30 sul campo”, cioè i trenta pullman di tifosi da schierare davanti alla porta per cercare di non perdere, fino al ‘se vince il Pordenone’ e l’uso divertente delle foto di Mourinho : i post del Pordenone Calcio sono diventati velocemente virali in tutto il web, guadagnandosi moltissimi like e condivisioni.

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Anche il post sulla ‘partita che non si può giocare nemmeno alla playstation’ è stato gestito magistralmente, non solo perché ha individuato una battuta geniale su cui fare comunicazione ma perché poi grazie ad un team di sviluppatori on-line il Pordenone Calcio è sbarcato davvero su Pro Evolution Soccer, uno dei videogiochi sportivi più amati di sempre. A poche ore dalla partita infine, hanno chiesto alle squadre di Serie C di fare il tifo per loro: un appello accolto in varie parti d’Italia, da Livorno ad Agrigento, con condivisioni, like, cuori e quant’altro.

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Un tono particolare, che ha trasformato il Pordenone in una ‘squadra simpatia’ e ha perfino cambiato le caratteristiche del pubblico della stessa, più leggero, più voglioso di scherzarci su e vivere lo sport con passione e leggerezza. Qualcosa che quasi nessuno era stato capace di comunicare prima di una partita (l’ammissione di debolezza nello sport è un tabù) è stato comunicato in questa particolare occasione con grande maestria tecnica e con una strategia che non si è limitata ad un solo post ma è diventata un tone of voice complessivo del brand.
Sui social prima che sugli altri canali, perché come ha affermato lo stesso Michelin: “i social hanno sostituito la comunicazione ufficiale. Se dobbiamo annunciare l’acquisto di un nuovo giocatore, il primo annuncio parte dai social, non più dal sito o da un comunicato stampa. C’è stato un cambio di gerarchia, non solo nostro, sia chiaro”. Quello tra social, calcio e marketing è diventato infatti un connubio inscindibile che produce una gran parte del valore delle squadre di calcio, si pensi ad esempio alla vicenda del passaggio di Cr7 alla Juve.

Esattamente quel cambio di gerarchia che ogni azienda che commercializza servizi o prodotti dovrebbe mettere al centro della sua riflessione sul futuro. Mg Group Italia è una società specializzata nel web marketing, che ha compreso già da molti anni che la comunicazione tradizionale, quella del cartaceo per intendersi, non è più assolutamente sufficiente e deve essere accompagnata, in alcuni casi persino sostituita, da nuove strategie basate sull’online. Se vuoi conoscere i nostri servizi e i pacchetti che offriamo non tentennare e chiedici una consulenza gratuita: siamo qui per aiutarti a vincere la tua partita

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