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Sito statico o dinamico: quale scegliere?

Per chi non è abituato ad usare il linguaggio informatico, parlare di sito web statico o dinamico può creare confusione. Cerchiamo di fare un pò di luce su questi due concetti.

Il sito statico

Un sito statico viene creato con un linguaggio informatico che permette di creare una pagina per ogni informazione che vogliamo inserire.

L’utente non avrà possibilità di interagire con queste pagine, potrà solo passare da un contenuto ad un altro in modo passiva.

Questa tipologia di sito permette di caricare le pagine più velocemente ma non consente un alto livello di interattività. Inoltre, data la sua struttura particolarmente complessa, richiede di coinvolgere più volte il web master per le modifiche che desideriamo fare.

Il sito dinamico

Un sito dinamico, al contrario, è strutturato utilizzando un linguaggio informatico più complesso che permette all’utente di interrogare le pagine ed estrapolare solo le informazioni che gli interessano.

L’informazione viene quindi richiamata dalla fonte principale per essere consultata al momento del bisogno.

Il tempo di caricamento del sito è leggermente più lungo ma garantisce all’utente una maggiore autonomia durante la navigazione.

Sito statico o dinamico: quale scegliere? Dipende dal nostro obiettivo.

La scelta tra un sito statico e un sito dinamico dipende sostanzialmente dall’uso che ne vogliamo fare. Tuttavia, se desideri inserire e aggiornare spesso i contenuti, interagire con gli utenti e rendere la navigazione più energica, un sito dinamico è la soluzione migliore.

Comunica i tuoi prodotti, aggiorna i contenuti in modo semplice e intuitivo attraverso il CMS (Content Management System) e aumenta la tua visibilità attraverso pagine indicizzate in ottica SEO, con i nostri esclusivi piani Business Medium e Business Large creati appositamente per essere coinvolgenti e dinamici con i tuoi utenti.

Per aziende piccole, medio-grandi o grandi, Mg Group Italia saprà consigliarti la soluzione migliore per le tue esigenze e per il tuo budget.

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Google Market Finder: un nuovo strumento per espandere il tuo business

Hai mai pensato di ampliare il tuo mercato e iniziare a vendere all’estero? Sappi che le opportunità di questa scelta sono illimitate e non è poi così difficile espandersi oltre i confini nazionali quando hai strumenti come Google Market Finder a disposizione.

Google Market finder: di cosa si tratta?

Market Finder è una piattaforma messa a disposizione da Google che aiuta ad analizzare i mercati globali e a comprendere quali tra questi siano quelli più adatti ai prodotti che desideri vendere online.

Sono disponibili due versioni, Lite e Completa, entrambe gratuite. Con la prima non è necessario accedere al proprio account Google, si possono consultare report limitati e non è possibile salvare i mercati ideali. La seconda invece richiede l’accesso tramite e-mail ma fornisce risorse illimitate e permette di salvare i mercati di interesse in una dashboard personalizzata.

Come si usa Google Market Finder?

Google Market Finder ti chiederà di inserire il link della tua attività e la categoria di prodotti o servizi della quale ti occupi. In questo modo ti verranno forniti solo informazioni e consigli pertinenti al tuo settore. Per fare questo Google Market Finder utilizza i dati relativi alle ricerche online, attinenti al tuo settore, effettuate dagli utenti, il reddito pro capite disponibile, il loro comportamento durante l’acquisto e le modalità di pagamento preferite. Questa prima fase serve per dare forma al cliente tipo di ogni mercato e indirizzarti verso quelli più promettenti.

Una volta stabiliti i tuoi prossimi mercati, Google Market Finder ti fornirà tutte le informazioni pratiche per espanderti concretamente: dalla localizzazione della tua attività, alle possibili modalità di pagamento, fino ad arrivare alle assunzioni di personale e agli aspetti più strettamente fiscali e legislativi. In questo modo sarai in grado di orientarti in mercati che non conosci senza perdere tempo o correre inutili rischi legati alla difficoltà di reperire informazioni su di essi.

Con Google Market Finder scopri il futuro del tuo business

Ma non finisce qui. Google Market Finder ti aiuta anche a intercettare i tuoi futuri clienti. Sia chiaro, questa piattaforma ti permetterà di entrare in contatto con un fulcro di informazioni globali che ti saranno utili per agganciare nuovi clienti, ma non faciliterà il contatto con loro.

Il resto del lavoro dipenderà da te, ma niente paura: Google Market Finder ti aiuta anche a pianificare una strategia di marketing adeguata. Ogni informazione scorre nel mondo attraverso canali specifici che devono essere compresi per non indirizzare a vuoto i tuoi investimenti. Un utente americano navigherà in internet in maniera diversa da un utente vietnamita, così come un utente danese comprerà in modo diverso da un utente italiano. Culture diverse creano clienti diversi, che devono essere intercettati con modalità distinte. Per veicolare i tuoi prodotti verso questi specifici mercati esteri, sarà quindi indispensabile capire come si comportano gli utenti, la lingua che utilizzano, qual è il modo migliore per raggiungerli, il device più adatto per agganciarli o il social migliore per comunicare con loro.

Perché è importante utilizzare Google Market Finder?

Gli utenti italiani online sono 54 milioni, quelli globali si aggirano attorno ai 4,2 miliardi, di cui 2 solo in Asia. È chiaro che le possibilità di vendita nei mercati esteri sono illimitate e delineano un futuro ben definito e che vede l’online un elemento imprescindibile per il successo della tua attività.

Orientarsi in mercati sconosciuti però non è semplice. Oltre agli ovvi ostacoli linguistici, ce ne sono molti altri di natura fiscale, legale o logistica. Ecco perché è importante non improvvisare, ma informarsi, pianificare ed organizzare scrupolosamente il nostro progetto di espansione, per non rischiare di utilizzare tempo e risorse in modo poco efficiente.

Google Market Finder ti aiuta proprio in questo. E’ lo strumento di oggi che ti aiuta a trovare il mercato di domani.

Ti interessa conoscere meglio le prospettive che Google Market Finder ti può offrire e scoprire quali imperdibili opportunità può riservarti il mercato globale? Hai bisogno di un esperto che ti guidi verso il raggiungimento dei tuoi obiettivi?

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Pubblicità su Whatsapp: in arrivo nel 2019

Nei primi tre mesi del 2019 arriverà la pubblicità su Whatsapp

Pensiamo, per un attimo solo, a quanto diverse potrebbero esser le nostre giornate senza Whatsapp. Quanto potrebbe esser meno immediato sentirsi con gli amici oppure condividere contenuti, foto o video o la propria posizione, con colleghi e conoscenti. Insomma, Whatsapp, col suo avvento ha effettivamente cambiato la vita delle persone (nel bene o nel male, si intenda bene).

Lo ha fatto, come quasi tutte le grandi innovazioni della nostra vita, quasi per caso, innovando del tutto il sistema di messaggistica sui telefoni cellulari (ce li ricordiamo vero i messaggi sms con pochi caratteri a disposizione?) e in generale la comunicazione digitale.

La storia dell’App (che letteralmente è l’unione di “What’s up?”, che significa “che succede”, e App, “applicazione”) è quella di un’idea che ha un percorso del tutto particolare: il suo fondatore nasce a Kiev, in Ucraina, e fa esperienza, nei suoi primi anni di vita, della durezza del regime comunista.

La sua famiglia, come tante altre all’epoca, si trova in cattive acque e la madre, a un certo punto, decide di trasferirsi in America portando con sè il piccolo Koum. In America riescono a sbarcare il lunario, anche se con fatica. Koum, a scuola è un piccolo disastro (inizia l’università ma non la finirà) ma, invece, nel tempo libero si appassiona ai codici di programmazione e inizia a frequentare community di hacker. Entra a lavorare in Ernest & Young come collaudatore della sicurezza fino al momento in cui cambia qualcosina.

La nascita e l’acquisizione da parte di Facebook

Koum, mentre frequenta l’Università incrocia Brian Acton, di Yahoo, il quale, rimane colpito del personaggio, e decide di coinvolgerlo nella sua azienda.

Collaborano per circa 9 anni, fino ad avvertire, ironia della sorte per quello che verrà dopo, un senso di “smarrimento” perchè lavorare nella pubblicità, dicono, non contribuisce a migliorare gli altri. Partono per un anno sabbatico, insieme, in Sud America.

Al rientro Koum compra un i-phone e gli viene un’idea: quella di consentire agli utenti di inserire aggiornamenti sul proprio stato, visibili dai contatti in rubrica. Nasce l’embrione di Whatsapp, perchè in breve tempo Acton e Koum capiscono di aver creato un sistema di messaggistica, primo al mondo, perchè, a differenza degli altri esistenti, come Google Talk e Skype, consente agli utenti di creare un profilo attraverso il proprio numero di cellulare e quindi di esser facilmente raggiungibili.

Dopo diverse difficoltà di programmazione legate alla programmazione considerando i prefissi di tutto il mondo oppure, ad esempio, la sfida dell’abolizione dei costi di abbonamento (oggi Whatsapp infatti è completamente gratis), il sistema inizia a farsi strada alla grande: rispetto ai suoi competitori di instant messaging ha dalla sua la straordinaria semplicità di utilizzo, grazie ai profili utente dei numeri di cellulare.

In questo modo l’app cresce in maniera impetuosa: nel 2013 ha 200 milioni di utenti utenti e nel 2014 arriva a 500 diventando, a tutti gli effetti, un applicazione di utilità mondiale. Entra facilmente nelle antenne di Facebook che annusa l’opportunità enorme e, dopo una serie di trattative, l’acquista con una mega offerta da circa 19 miliardi di dollari.

Nonostante ciò l’app continua a crescere e infatti nel 2017 introduce, forse ispirata anche da Facebook, gli “Stati“: la possibilità per gli utenti di condividere i propri status, per 24 ore, attraverso immagini e post.

L’arrivo della pubblicità su Whatsapp

Il caso di WhatsApp è molto interessante anche perchè rappresenta uno dei pochi casi al mondo di business milionari sviluppati senza sfruttare la pubblicità (grazie anche al fatto che per qualche tempo l’app è stata a, irrisorio, pagamento): da sempre i due fondatori hanno preferito dedicarsi alla crescita degli utenti anzichè allo sfruttamento delle opportunità di advertising.

Da quando però WhatsApp è entrata nella sfera di dominio di Facebook la musica è cambiata.   Quello che fa gola è il numero di utenti (1 miliardo di utenti ogni giorno e circa 450 milioni che quotidianamente visitano le “Storie” ovvero gli “Stati” pubblicati) e, quindi, l’enorme opportunità di sfruttamento pubblicitario che il flusso rappresenta.

L’annuncio è arrivato, in Italia, in via ufficiale da parte del country manager Facebook, Luca Colombo, che ha annunciato che nei primi tre mesi del 2019, su Whatsapp inizieranno a comparire messaggi pubblicitari.

Dove apparirà la pubblicità su WhatsApp?

L’advertising non comparirà nei messaggi di chat, per fortuna, ma si limiterà a comparire nella parte dedicata alle notifiche di stato degli utenti. Facebook assicura che non saranno “eccessivi” e non comprometteranno l’utilizzo normale della piattaforma da parte degli utenti.

 Il futuro di WhatsApp

Il grande enigma, in questo caso, potrebbe esser rappresentato, aldilà delle assicurazioni provenienti dal social network, dal comportamento degli utenti. In molti casi infatti gli utenti hanno dimostrato di non gradire cambiamenti radicali reagendo, infatti, con l’abbandono di piattaforme e social network (es. Google Plus che sta per chiudere).

La sfida anzitutto sta in tre domande: come e dove avverrà la pubblicità concretamente, come gli utenti la percepiranno, come gli utenti continueranno a “fidarsi” e a usare Whatsapp. Anche considerando che il rivale principale, Messenger, è in grande crescita.

Una storia inimmaginabile e per certi aspetti del tutto ironica pensando alla scelta di due amici, Brian e Jan, di lasciare Yahoo perchè stanchi di lavorare nella pubblicità!

Vuoi sfruttare la pubblicità su Whatsapp per la tua azienda e incrementare i contatti interessati ai tuoi prodotti o servizi?
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Spende 600 mila dollari su Facebook Ads senza accorgersene

Il peggior investimento pubblicitario online

Quando decidiamo di comunicare qualcosa, lo abbiamo detto, significa che abbiamo un messaggio chiaro che vogliamo lanciare su chi siamo e cosa facciamo. La cosa vale ancora di più quando decidiamo di lanciare un determinato messaggio nell’intento di pubblicizzare un prodotto o servizio che vendiamo e offriamo.

La comunicazione aziendale, insomma, ha le sue regole fondamentali e la pubblicità ancora di più perché, in questo caso, si tratta di investire tempo e risorse per la creazione di un valore che deve rientrare sia in termini di vendite che di promozione del brand e del prodotto.

Soprattutto con i new media digitali se ci affidiamo all’improvvisazione, come accade, i risultati non sono scontati anzi talvolta, senza conoscenza e senza programmazione degli strumenti a cui ci affidiamo, possiamo imbatterci in grandi, brutte, sorprese.

Imparate da chi ha sperperato 600 mila dollari in pubblicità Facebook Ads

È quello che è accaduto a Raaj Kapur Braar, titolare di una casa editrice, la Fetopolis, che promuove numerose riviste di successo, di moda principalmente, seguitissime e che su Facebook raggiungono in media circa 1,7 milioni di likes. Non male affatto, anche considerando che mediamente, un post pubblicato da una rivista di moda su Facebook raggiunge circa 2000 likes.

Qualche tempo fa, Braar decide di approntare un interessante investimento: decide di affidarsi a Facebook (Facebook Ads) per moltiplicare i suoi “lead” sul social network nella convinzione, abbastanza spannometrica, di ricavare circa il 2-300% rispetto alle risorse investite.

Si butta, impetuosamente, in una massiva campagna su Facebook Ads e, rapidamente, si trova ad aver speso, o meglio potremmo dire sperperato, l’ingente somma di circa 600.000 dollari. E tutto questo senza un concreto ritorno dell’investimento paragonabile a quanto speso.

La vicenda che ancora rimane confusa per punti discordanti espressi da Braar e al contempo anche da Facebook, lascia comunque emergere in maniera importante che quando ci sia affida alla pubblicità di un social network come Facebook risulta fondamentale, anzitutto, conoscere le sue caratteristiche e capire, concretamente, se queste incrociano gli obiettivi che vogliamo raggiungere.

Facebook, in sostanza, è un social network che ogni mese ospita circa 2 miliardi di utenti che fanno di tutto: dal postare foto all’esprimere commenti su quello che hanno mangiato un minuto prima. Tutto meno che, direttamente, comprare. Nel senso, la piattaforma tutto fa meno che vendere prodotti, offre agli utenti contenuti, anche riguardanti prodotti e, d’altro lato, alle aziende la possibilità di potersi promuovere sui propri canali. Facebook è in grado di incrementare la popolarità di un brand, farlo circolare tra gli utenti, generare “lead” e, addirittura, portare le persone a compiere determinate azioni (call to action) capaci di “convertire” il coinvolgimento generato dal brand in gesti concreti come un acquisto o la sottoscrizione di una newsletter.

Nello specifico Facebook Ads prevede tre livelli diversi di azione:

  • CPM (costo per mille), per avere visibilità (e basta) per il nostro brand aziendale. Si paga semplicemente affinché il nostro Brand venga promosso e mostrato il più possibile;
  • CPC (costo per click), si tratta della tipica strategia usata dall’imprenditore di Fetopolis, prevede un costo associato a ogni click (sia una fotografia, che un like, che un commento);
  • CPM (CPM ottimizzato), con questa strategia paghiamo Facebook solo se gli utenti compiono un’azione specifica che ci interessa (come ad esempio visitare il nostro sito di e-commerce). In questo modo il social network, per avere introiti, indirizza la nostra pubblicità solo verso gli utenti che potrebbero esser interessati e, dunque, propensi alla call to action che noi prevediamo.

Affidatevi a dei professionisti

Alla luce dell’esperienza non molto felice di Braar vi è anzitutto una riflessione da fare: prima di incamminarci in qualsiasi azione di advertising su Facebook Ads è necessario definire bene qual è l’obiettivo che vogliamo raggiungere e, concretamente, capire se il social network fa al caso nostro. Anche considerando che all’investimento economico che facciamo deve corrispondere un ritorno effettivo perché poi, alla fine, qualsiasi strategia deve esser valutata in base al rapporto tra effort e risultati prodotto.

In secondo luogo, bisogna conoscere bene quello che Facebook è e rappresenta con tutte le potenzialità e debolezze e, soprattutto, mettere bene a fuoco che esser visibili, impegnarsi a promuovere il proprio profilo, la propria notorietà non equivale a vendere di più.

Non farlo significa perdere su due fronti: perdere le opportunità che lo strumento ci offre perché non le comprendiamo e, forse la cosa peggiore, sprecare soldi che potrebbero esser investiti su altri fronti magari maggiormente redditizi per la nostra azienda.

Non improvvisare, affidati a dei professionisti per ottenere risultati dai tuoi investimenti in pubblicità. Richiedi una consulenza Gratuita

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L’importanza dell’immagine coordinata

L’abito fa il monaco, diceva qualcuno tempo fa. In sostanza, il modo in cui ci presentiamo , dice chi siamo, è il primo nostro biglietto da visita, il primo strumento che abbiamo per delineare la nostra identità come individui e, soprattutto, come aziende. E, lo sappiamo, il primo impatto, nella maggior parte dei casi, è decisivo. Soprattutto per un’azienda che ha l’esigenza fondamentale di comunicare per render maggiormente riconoscibili i suoi prodotti, il suo brand e, semplicemente, incrementare le vendite.

Immagine Coordinata e Grafica Aziendale

Per un’azienda, ad esempio, la cura della forma con cui i contenuti vengono realizzati è un aspetto centrale: determina il modo in cui l’azienda si presenta ai suoi clienti attraverso l’immagine del brand che influenza, in maniera determinante, il modo in cui si rende riconoscibile e fidelizza i suoi clienti. Occorre quindi delineare una strategia complessiva che, anzitutto, definisca quella che è l’identità dell’azienda e le modalità attraverso cui esprimerla graficamente (caratteri, colori, elementi grafici per logo) e successivamente preveda specifici strumenti e modalità per la sua implementazione coerente con quello che è il messaggio, fondamentale, che l’azienda intende comunicare su di sé. Questa strategia di “immagine coordinata” fa in modo tale che l’azienda esprima, sempre, la sua identità (riproducendo elementi grafici del proprio logo, colori e caratteri) pur sviluppando, ad esempio, linee grafiche nuove dedicate a specifici progetti.

In questo modo la comunicazione dell’azienda riesce ad esprimere con maggiore chiarezza quelli che sono i messaggi chiave che, di conseguenza, possono esser recepiti, compresi e condivisi con maggiore immediatezza e semplicità. D’altronde, nella maggior parte dei casi, rimaniamo colpiti, inconsciamente, da ciò che è in grado di trasmetterci una certa dimensione di armonia.

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ROAS e ROI: come valutare l’efficacia di una campagna digitale?

Realizzare una campagna di advertising digitale significa, anzitutto, individuare un chiaro obiettivo e soprattutto le azioni necessarie da compiere per il suo raggiungimento. E questo si traduce, per l’azienda, in un investimento sia di tempo che di risorse umane ed economiche.

Quanto sono efficace sul web?

Il primo modello di valutazione che ci viene in mente, in ambito aziendale, è il ROI (Return on Investment) che tecnicamente misura il ritorno, in termini economici di introiti, che entra in azienda a seguito di uno specifico investimento, nel nostro caso in pubblicità e comunicazione. La domanda a cui il ROI risponde è: come la campagna contribuisce, in base all’investimento, al raggiungimento degli obiettivi aziendali?

Se da un lato quello del ROI rappresenta un modello sintetico ed efficace perché fornisce un indicatore numerico ed economico, dall’altro il modello non consente di entrare nelle specificità che caratterizzano una campagna di advertising perché si ferma alla valutazione economica senza approfondire l’effettivo impatto generato dalle singole azioni messe in campo.

Per entrare nel vivo maggiormente e renderci conto di quanto possa esser efficace, in termini di impatto, ad esempio amplificando le azioni degli utenti rispetto alle call for action, una campagna di advertising digitale abbiamo l’opportunità di prendere in considerazione un nuovo approccio: il ROAS (Return on Advertising Spend) che tecnicamente misura il ritorno rispetto all’investimento specifico di advertising. Secondo tale approccio, una campagna viene valutata in base ai ricavi lordi generati e non in base ai costi sostenuti e quindi risulta interessante in quanto ci fornisce un’analisi ulteriore che amplifica il risultato presentato dal modello ROI. In pratica, il ROAS considera l’attività di marketing come strumento anzi “costo necessario” per lo sviluppo del business aziendale ed effettua le sue valutazioni scendendo in maniera verticale sulle diverse azioni che contraddistinguono una campagna. A differenza del ROI che, invece, considera l’investimento effettuato in marketing e pubblicità come un semplice strumento, come gli altri, per il raggiungimento degli obiettivi aziendali. Il ROAS scende nel dettaglio della campagna e consente di vedere concretamente che ritorno ci arriva da ogni singola azione che abbiamo pianificato, non soltanto in base al costo che sosteniamo per progettarla e implementarla ma soprattutto in termini di incrementi di valore generati dalle singole attività. Ad esempio possono esser analizzati i click totali generati su di un link o sito, il tasso di conversione (quanti click si traducono in azioni concrete come acquisti per esempio) e, soprattutto, il tasso di vendita che in altre parole significa quanti utenti, tra quelli che compiono azioni che indichiamo, fanno incrementare le nostre vendite.

Valutare i risultati delle campagne con ROI e ROAS

Se all’apparenza i due modelli sembrano discordanti, in realtà per comprendere quanto siamo efficaci con le nostre campagne non possiamo prescindere da una combinazione, sinergica, tra i due dando a ciascuno quello che è il suo campo di indagine. Attraverso il modello ROAS, ad esempio, riusciamo a comprendere quanto può esser incisiva una campagna in base a quanto viene generato e potremmo addirittura ipotizzare quali ulteriori investimenti potremmo fare per migliorare la capacità di generare “lead” e conversioni. Incrociando il tutto con il modello ROI, inoltre, potremmo comprendere, poi, quanto la nostra campagna è efficace, e quindi da mantenere, rispetto ai costi sostenuti per progettarla e realizzarla. Con il ROI, quindi, avremo la possibilità di filtrare i dati emersi dal ROAS in ogni singola azione della campagna in base alle risorse che vi abbiamo dedicato e in questo modo potremo avere un indicatore maggiormente ponderato e valuteremo con grande attenzione la realizzazione di nuovi investimenti. Per semplificare, ma senza nulla togliere all’effettiva utilità dei due modelli, potremmo dire che, nella storia, il ROAS è la “cicala”, che ci invita a fare nuovi investimenti in pubblicità perché quello che interessa è che ci siano più “lead”, e il ROI è la formica che ci ammonisce a considerare che un’azienda, dopo tutto, si basa pur sempre sugli introiti generati e che quindi qualsiasi azione va valutata in base al rapporto tra costi sostenuti e ricavi generati.

Entrambi i modelli, come spesso accade tra posizioni all’apparenza in contrasto, ci restituiscono concretamente una lettura, o meglio, un pezzo di verità. E in un contesto “liquido” e mutevole come quello dei social e delle piattaforme digitali affidarsi a entrambi i modelli, per tarare al meglio le nostre strategie di comunicazione e advertising, significa semplicemente avere più elementi a disposizione. A patto, ovviamente, di esser ben consapevoli dei pregi e limiti di ciascun approccio. Per prender il meglio delle opportunità che ognuno dei due modelli ci può offrire.

Siamo esperti nella comunicazione online e ti forniremo tutti gli strumenti per valutare i risultati delle campagne e del nostro lavoro. Contattaci per una consulenza gratuita

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Antitrust: multa per Apple e Samsung per Obsolescenza Programmata

A volte pensiamo che quello che abbiamo tra le mani duri per sempre o comunque, per certi aspetti, che ci si avvicini. Quando compriamo qualcosa, ad esempio, inconsciamente vorremmo che si conservasse, così come è incurante dello scorrere del tempo.

Fino a quando non arriva un qualsiasi momento in cui ci rendiamo conto che così non è. E ci rimaniamo pure male perché come sempre pure alle “cose” ci dedichiamo e ci facciamo affidamento.

Cosa accade nel settore tecnologico?

La tecnologia, o meglio i progressi a cui siamo costantemente sottoposti, ondata dopo ondata, ci hanno abituati, per certi aspetti, a  cambiamenti rapidi e avvicendamenti “naturali” dei prodotti che animano la nostra vita quotidiana. Tutto in sostanza, ha da essere di “ultima generazione” per raggiungere migliori livelli di performance, svolgere il lavoro nel minor tempo possibile e consumare, almeno sulla carta, un quantitativo minore di energia.

Un processo che si configura come essere del tutto normale se consideriamo la velocità con cui l’innovazione incede nella vita di tutti i giorni. Insomma, cambiare quello che non funziona più o che non funziona più bene come una volta ci può anche stare il problema è che non può trattarsi di avvenimenti “programmati” o peggio ancora “condizionati”.

Che cos’è l’Obsolescenza Programmata?

Il tema dell’obsolescenza programmata, ovvero la capacità che i produttori hanno, talvolta, di condizionare e programmare la durata dei prodotti, è di grande attualità e richiamo, e affonda le sue origini agli inizi degli anni 20 del secolo scorso, il 1923 per l’esattezza, quando con il “cartello Phoebus”, i principali produttori di apparati elettronici si misero d’accordo per mettere in commercio lampadine con una durata massima programmata di mille ore con l’intento di incrementare le vendite.

Potrebbe anche starci che alla fine un prodotto, dopo un certo periodo di tempo, venga ad esser sostituito ma il tema, alla base, è che il consumatore, nelle sue scelte, deve esser sempre libero e soprattutto informato di tutto quello che riguarda il prodotto che ha acquistato. Quando, infatti, l’obsolescenza programmata, non reca informazioni può, semplicemente, tradursi in danno per gli utenti. E infatti, su queste basi l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust), alla fine di ottobre, ha multato Apple e Samsung per aver programmato, in maniera poco trasparente, l’obsolescenza dei suoi dispositivi.

La multa a Samsung e Apple

Le due multinazionali, infatti, hanno bombardato gli utenti di messaggi funzionali al download di aggiornamenti di sistema pensati per dispositivi superiori che una volta scaricati non consentivano di tornare alle condizioni precedenti e che, soprattutto, provocavano gravi rallentamenti ai rispettivi device rendendoli, quindi, “obsoleti”.

Pratiche scorrette secondo l’Antitrust, che ha multato le due compagnie per un totale di 15 milioni di euro, riscontrando una netta e concreta mancanza di trasparenza nei confronti degli utenti tenuti all’oscuro dalle multinazionali sulle conseguenze, negative, degli aggiornamenti scaricati.

Il problema che ha sollevato l’Antitrust è la mancanza di trasparenza nei confronti degli utenti e soprattutto la non possibilità di tornare alle condizioni precedenti rispetto all’installazione degli aggiornamenti. Si provoca in questo senso un danno che difficilmente può esser sanato e si condiziona l’utente, anche in maniera psicologica, all’acquisto di nuovi dispositivi quando magari quelli precedenti rimangono a tutti gli effetti funzionanti.

Come ha rilevato l’Autorità Francese per la protezione ambientale e l’energia in un recente rapporto, l’impatto psicologico è rilevante soprattutto con riferimento all’obsolescenza percepita di alcuni dispositivi che quotidianamente utilizziamo: sappiamo, ad esempio, che i nostri dispositivi funzionano bene e comunque ci consentono di fare quello che, alla fine, ci serve. Ciononostante, dopo un certo periodo di tempo siamo portati, inconsciamente, a considerarli come obsoleti, da sostituire per prenderne altri più “al passo coi tempi” mentre, invece, risultano esser perfettamente funzionanti.

Potrebbe accadere ancora, anzi, quasi sicuramente accadrà vista la pervasività dell’innovazione che riguarda i dispositivi che animano la nostra vita quotidiana e soprattutto la difficoltà di rintracciare violazioni come quella riscontrata dall’antitrust.

Possibili soluzioni

La soluzione, tuttavia, non sempre potrebbe esser rappresenta dalla semplice condanna di atteggiamenti sbagliati. La multa per obsolescenza programmata , ad esempio, rimane sempre sanzionatoria di un atteggiamento svolto nel passato e non incentiva, in modo spontaneo, un miglioramento e un cambiamento di paradigma.

Interessante, invece, sarebbe proporre, insieme alla multa, nuovi approcci di accordo con le grandi multinazionali dell’elettronica finalizzati per lo sviluppo di nuove strategie con cui tutelare gli utenti, fornendo informazioni sui prodotti in maniera dettagliata e relativa assistenza, e al contempo, promuovere la vendita di nuovi dispositivi. Ad esempio, oltre che sanzionare, le grandi multinazionali, potrebbero incentivare comportamenti finalizzati a raccogliere dispositivi datati o non funzionanti offrendo in cambio ai clienti sconti particolari e personalizzati per l’acquisto di nuovi prodotti messi sul mercato.

Il caso dell’obsolescenza programmata e della multa ai due giganti, ci mostra che, ancora una volta, la tecnologia e il mercato non sono buoni o cattivi a prescindere ma sono sempre e solo strumenti. Il significato reale che questi hanno sta sempre nell’utilizzo che ne facciamo.

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Il Web Master: qual è il suo ruolo nelle Agenzie e Aziende

Quando decidiamo di costruire casa, oppure di rimodernare quella che abbiamo la prima cosa che facciamo è selezionare un professionista capace a cui poterci affidare per la realizzazione di tutti gli aspetti che l’attività presuppone.

Allo stesso modo, quando decidiamo, come persone e come aziende, di fare la nostra comparsa sul web, è necessario poterci avvalere di professionisti avviati ed esperti per realizzare, in tutte le fasi, il nostro sito.

Entra in gioco, il Web Master, un vero e proprio “stregone del web”: si tratta una figura, indispensabile per chi vuole creare il proprio sito, che cura il processo di realizzazione nelle sue diverse fasi: dall’analisi dei bisogni, ovvero delle ragioni su cui poggia la nostra esigenza di avere uno spazio sul web, alla progettazione del design grafico e dei contenuti, alla realizzazione concreta e alla manutenzione e gestione dello spazio.

La figura del Web Master

Il Web Master ha competenze caratterizzate, anzitutto, dalla conoscenza ampia dei maggiori linguaggi di programmazione web, dalle tecniche e modalità di gestione di spazi web e hosting, dalla conoscenza circa il funzionamento dei principali motori di ricerca e delle relative tecniche di indicizzazione. In quest’ottica, il Web Master, con riferimento specifico alla comunicazione aziendale, si interfaccia in maniera costante e spontanea con diverse professionalità tra cui graphic designer, per la realizzazione del design grafico del sito, SEO specialist, per l’analisi e le strategie più efficaci con cui render un sito maggiormente reperibile sui motori di ricerca. Con l’intento, principale e semplice, di render quanto più coerente l’attività svolta dall’azienda nella comunicazione digitale nei vari aspetti con la progettazione, realizzazione e l’aggiornamento del proprio sito web.

Grazie all’esperienza maturata negli anni nella comunicazione digitale, noi di MG Group Italia disponiamo di web master qualificati, all’interno di un team dedicato, con cui supportare le aziende nell’implementazione dei rispettivi siti web e, in generale, per corrispondere, con qualità e tempismo, alle specifiche esigenze richieste.

Richiedi subito una consulenza gratuita e ti aiuteremo a sviluppare il tuo progetto web

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Le Mappe di Calore: che cosa sono

Qualsiasi cosa facciamo, dalla mattina quando ci svegliamo fino alla sera, non è nient’altro che un trasferimento, da e verso cose e persone, di energia e, semplicemente calore. Quando camminiamo ad esempio oppure addirittura quando mangiamo, pensiamo e proviamo emozioni. Tutto, quindi, può, per certi aspetti, esser misurato in base alla quantità di calore generato.

Le Mappe di Calore

La stessa capacità degli strumenti di comunicazione di esser pervasivi può esser valutata, per esempio, in base a “mezzi caldi”, quelli che producono un maggiore livello di coinvolgimento e aggregazione, a quelli “freddi”, che generano livelli bassi di engagement e si focalizzano principalmente su di una comunicazione e informazione da trasmettere.

Il web non rimane immune da questa logica e infatti esiste una modalità del tutto particolare, ma allo stesso tempo efficace, per valutare l’efficacia di un sito web, per capacità di interessare gli utenti e accoglierli, in base alla quantità di calore generata.

Si chiamano Heat Map, letteralmente mappe di calore, e sono strumenti avanzati che consentono di “mappare” gli accessi su di un sito in base alla quantità di movimenti, calore, generata dagli utenti. L’efficacia e il grado di coinvolgimento degli utenti vengono valutate in base ai “movimenti” degli utenti sul sito nel suo insieme o su componenti peculiari. In questo modo possiamo avere idea di come funziona il nostro sito nel senso di come si relaziona con gli utenti e come li coinvolge.

Come rendere un sito web efficace con le mappe di calore?

Fatto questo, abbiamo l’opportunità di progettare tutte le azioni efficaci per ottimizzare la web usability, la facilità di utilizzo dell’utente, e incrementare le “conversioni”, ovvero convertire l’interesse dell’utente in azioni specifiche, come ad esempio acquistare un prodotto se si tratta di un sito di e-commerce.

Nato negli anni 90 nel mondo della finanza per monitorare i flussi finanziari, il metodo dell’heat mapping consiste in una serie di strumenti che hanno l’obiettivo di fornire al gestore di un sito indicazioni fondamentali anzitutto su due aspetti: design marketing e content generation.

Il design di un sito, la sua progettazione a livello anche grafico ma meglio ancora intesa come organizzazione, logica, dei contenuti, è un aspetto fondamentale per garantire l’efficacia, in termini di traffico, di un sito. Un utente che si sente “accolto” su di un sito e trova la sua esperienza di navigazione “piacevole” e divertente tende maggiormente a rimanere nello spazio virtuale del sito e, talvolta, si sente maggiormente invogliato a rispondere a una call to action. Per lo stesso motivo, basilare e ancestrale per cui preferiamo stare in un posto bello e accogliente piuttosto che in uno asettico, senza personalità. Nel web funziona allo stesso modo.

Se l’utente si trova in un posto che non capisce, dove c’è confusione nell’organizzazione dei contenuti l’unica cosa che vorrà è uscirne al più presto anche se le informazioni sono interessanti e utili. Pure l’abito fa il monaco, talvolta.

Ma l’abito da solo serve a poco e quindi altro elemento rilevante è la content generation, il processo, logico e coerente, con cui vengono realizzati i contenuti di un sito. I contenuti devono, anzitutto, esser scritti in maniera chiara e semplice per far comprendere all’utente la maggior parte di quanto è presente sul sito. Banalmente, anche per non confondere e stancare.

Come funziona l’heat mapping?

L’heat mapping “disegna” una mappa di frequentazione delle diverse aree di un sito web distinguendole per colori caldi (come il rosso, l’arancione, il giallo) per definire le zone di maggiore frequentazione, e colori freddi (verde e blu) per quelle di minore flusso. Il tutto con diversi strumenti che si incrociano per avere dati dettagliati. Anzitutto, l’hover heat map analizza i movimenti del cursore sull’interfaccia grafica del sito. Dove l’utente si sposta ci sono i maggiori flussi di interesse e attenzione e se gli spostamenti avvengono in maniera del tutto casuale o irregolare può significare che l’utente è confuso, perchè svaria da una parte all’altra, e quindi che i contenuti o l’interfaccia sono stati realizzati in maniera poco chiara. Il click heat map, invece analizza i click effettuati dagli utenti e permette, quindi, di avere una panoramica sui punti che riscuotono maggiore interesse sul sito. A seguire, lo scroll heat map analizza i dati riguardanti il livello di scroll degli utenti. In altre parole se un utente “scrolla” regolarmente la pagina e vi rimane per un certo tempo, andando a fondo nei contenuti, significa che quella parte riscuote interesse e i suoi contenuti sono efficaci.

Tutti gli strumenti indicati rappresentano ciascuno una chiave di lettura differente e, insieme agli altri consentono di avere una mappatura unica su come funziona il sito e soprattutto su come riprogettarlo in base alle aree “fredde” e “calde”, riprogettando il design dell’interfaccia oppure riscrivendo i contenuti in maniera più accattivante.

Il mio sito è efficace?

L’utilizzo delle Mappe di calore è un approccio di analisi indispensabile per aziende, professionisti ed enti che vogliono incrementare la propria reputation sul web anzitutto ponendosi la domanda fondamentale: sono efficace sul web? Se si quanto?

Alla base di tutto però la considerazione che la mappa di calore del proprio sito non è un punto di arrivo ma solo l’inizio di un percorso, paziente, con cui comprendere le dinamiche della propria presenza sul web, e successivamente, dopo un po’ di tempo, riprogettarla valorizzando punti di forza e minimizzando, ove possibile, i punti “freddi” di debolezza.

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Come aumentare le Conversioni di un sito web

Chi decide, azienda o professionista, di creare un sito web e promuoverlo attraverso i canali social e le strategie di ottimizzazione vuole anzitutto creare traffico coinvolgendo il maggior numero di utenti possibile. In secondo luogo, obiettivo è quello di fare in modo che gli utenti siano invogliati a compiere un’azione, come effettuare un acquisto o iscriversi a una newsletter, insomma rispondere a quella che si chiama “call to action”. In questo modo un sito web riesce ad esser efficace attraverso un passaggio che prende il nome di conversione, che significa, semplicemente, convertire l’engagement degli utenti in azioni concrete.

La Coppa dei Campioni che ogni web strategist sogna, insomma.

Ma come facciamo? Come riusciamo a far in modo che gli utenti, ovviamente motivati, trasformino il loro interesse in conversioni?

Come incrementare le conversioni in 10 passaggi

Per incrementare le conversioni e rendere un sito web realmente efficace ci sono alcuni passaggi chiave. Per provare a vedere quali sono dobbiamo immaginarci ad esempio di voler lavorare sull’efficacia di un sito di ecommerce. In questo caso, quindi, le conversioni sono determinate dalle modalità con cui un utente viene invogliato a perfezionare un acquisto.

1. Chiarezza

Se vogliamo incrementare le conversioni e fare in modo che i nostri utenti trasformino l’interesse verso il nostro sito in azioni di acquisto di quello che vendiamo nel nostro negozio online, è importante anzitutto concentrarsi, nelle fasi di progettazione così come in quelle, continue, di modifica e revisione dei contenuti (sia grafici che testuali), sulla semplicità e chiarezza delle informazioni. Se, infatti, l’utente dispone di informazioni semplici e dirette sviluppa una maggiore propensione a permanere sul nostro sito, ne capisce la finalità e le caratteristiche e riesce, finalmente, a trovare in tempi brevi quello che cerca.

2. Fiducia

Il fatto che l’utente sia finito sul nostro sito, bisogna tenere a mente, non rappresenta mai il punto di fine ma senza il punto di arrivo perchè una volta che ce lo abbiamo portato, bravo il SEO specialist, dobbiamo lavorare affinché non solo rimanga ma si sente a proprio agio, sviluppi un’esperienza di navigazione divertente e piacevole. Andando più nello specifico, l’utente deve maturare la consapevolezza concreta che il sito è fatto proprio per corrispondere alle sue esigenze e deve sentirsi sicuro di poter effettuare acquisti senza che i suoi dati vengano in qualche modo compromessi. Concretamente, potrebbe rappresentare un’alternativa di valore, inserire contenuti sintetici che indicano, in poche righe, gli strumenti di pagamento accettati, i contatti in caso di difficoltà e, in generale, i principali strumenti di pagamento accettati.

3. Hosting

Se vogliamo che gli utenti non scappino a gambe levate dal nostro negozio online, è rilevante dedicare tempo e lavoro alla scelta dell’host dove collocare il nostro sito. Infatti, se il sito è “lento”, ovvero ci mette molto tempo a caricare i contenuti, l’utente sarà automaticamente invogliato ad abbandonare la sessione senza finalizzare nessuna azione di acquisto.

4. Design marketing e contenuti

Un’interfaccia accattivante, intuitiva e quindi semplice da usare per navigare tra i contenuti è uno stimolo fondamentale per l’utente che potrà esser maggiormente interessato a rimanere sul sito e ad acquistare un prodotto. Allo stesso modo, scrivere bene i contenuti che vogliamo promuovere, anzitutto individuarli e tararli in base al target di utente, è molto importante per fare in modo che l’utente rimanga incuriosito da quello che promuoviamo. Lo stile di scrittura varia da sito a sito, tuttavia un criterio standard di elaborazione contenuti può esser oltre che la semplicità e l’immediatezza anche la capacità di saper offrire all’utente un esperienza di viaggio all’interno dell’azienda e dei suoi prodotti senza scendere, in modo pesante, su contenuti molto specifici che rischierebbero di generare noia.

La progettazione dei contenuti, tuttavia, non si ferma alla realizzazione e pubblicazione dei contenuti ma prevede una costante attività di monitoraggio e analisi (anche sulla base delle heat map ad esempio) su ciò che funziona meglio e ciò che va peggio (per riprogrammarlo e creare valore).

5. Competitor strategy

Migliorare le conversioni del nostro e-commerce vuol dire avere un occhio attento, attentissimo, a quello che fanno i nostri competitor diretti: come si relazionano con i clienti, cosa scrivono e come per presentarsi, come scrivono i contenuti e che tipo di interfacce grafiche usano per dare l’idea di semplicità.

6. Identità

Gli utenti potranno sviluppare un maggiore senso di fiducia nei confronti del sito se comprendono l’identità dell’azienda e il suo focus di attività. Ad esempio si può prevedere l’aggiunta di una sezione “chi siamo” evidenziando l’esperienza nel campo della vendita al dettaglio.

7. Empatia

Se vogliamo avere successo e spingere gli utenti a convertire il loro interesse nei nostri confronti, è necessario che la strategia di ottimizzazione del nostro e-commerce, preveda, alla base, strumenti e metodologie, anche di linguaggio con cui avvicinarsi agli utenti e ai loro desideri. In sostanza, occorre capacità creativa per “pensare come un cliente”. Questo al contempo consente di sviluppare strategie personalizzate e di rafforzare il grado di fiducia.

8. Promo e convenienza

Qualsiasi sia l’oggetto e il prodotto che intendiamo vendere è innegabile che l’utente che intende fare shopping online può esser invogliato a finalizzare un acquisto se il sito presenta opportunità di sconto aggiornate capaci di rafforzare l’intenzione dell’utente a permanere e a tornare.

9. Customer care

Il successo del nostro e-commerce passa anche dalla capacità con cui non solo dialoghiamo con i nostri clienti (social network) ma soprattutto dal modo attraverso il quale offriamo supporto, in modo efficace (es. Con un call center dedicato o una chat) nei diversi aspetti: dal momento  in cui mette piede l’acquisto a quello in cui si perfeziona un acquisto l’utente deve sentirsi “a casa”, deve, cioè sentirsi seguito e supportato in tutte le esigenze che dovessero sorgere. Sapere cioè che il nostro e-commerce dispone di un servizio buono di reso, è un elemento che invoglia l’utente nella sua fase di acquisto.

10. Followers

Last but not the least: il nostro sito, per esser efficace e incrementare le conversioni deve far vedere all’utente tutto il track record di vendita e i rapporti intrattenuti con i clienti. In sostanza, pubblicare tutte le recensioni degli utenti, consente di avere una panoramica sul grado complessivo di engagement con l’obiettivo finale di invogliare l’utente all’acquisto: effettivamente sapere che qualcun altro ha comprato quel prodotto che noi stessi stiamo osservano è una forte call to buy.

Ma non bisogna concentrarsi solo sulle recensioni positive. Talvolta, pubblicare anche le recensioni di utenti non del tutto contenti dell’acquisto e/o del sito può rappresentare un elemento vincente in termini di fiducia perchè consente all’utente di vedere quanto il sito sia concretamente trasparente e con quale modalità risponde ad eventuali criticità emerse in ottica di problem solving.

Se ha un sito che non converte abbastanza e vuoi che i tuoi utenti ti facciano incrementare il Fatturato aziendale, contattaci per una consulenza gratuita.

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