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Una Strategia di Marketing sempre efficace: la Unique Selling Proposition per differenziarsi dalla concorrenza

La Unique Selling Proposition, traducibile come “argomentazione esclusiva di vendita“, è un concetto che sta alla base della teoria pubblicitaria ideata da Rosser Reeves negli anni ’40. In breve, l’USP è una frase che spiega cos’è che caratterizza il tuo prodotto/servizio che lo rende unico e, di conseguenza,  attraente agli occhi del consumatore.

L’USP è un concetto di Marketing a Risposta Diretta, ovvero una forma di Marketing Elementare, che è in grado di dare una risposta immediata alle necessità del consumatore.

Negli ultimi anni, però, si è messa in dubbio l’efficacia dell’USP nel Marketing contemporaneo, così come quella della leva del “Reason Why“. Niente di più sbagliato: La Unique Selling Proposition è una strategia che ancora oggi funziona e aiuta a differenziarsi dalla concorrenza.

Zoom su unico omino giallo sorridente

Lente di ingrandimento in primo piano con zoom su omino giallo sorridente in una fila di omini grigi tristi

Perchè USP e Reason Why sono ancora fondamentali

Il concetto di “Reason Why” è strettamente connesso a quello di USP. È “la ragione per la quale” un consumatore dovrebbe comprare proprio il vostro prodotto e risponde ad un’esigenza elementare della psiche umana, quella di dare una spiegazione razionale a qualsiasi azione.

Perciò, è impossibile dire che questo concetto, alla base del processo di acquisto nella mente del consumatore, non funzioni più. La scelta di una persona di spendere denaro per un prodotto o servizio è sempre condizionata da un’impulso emotivo, che ha poi però bisogno di essere giustificata a livello razionale. La Reason Why fornisce tutte le motivazioni che provano la veridicità del messaggio promozionale, o meglio, dell’USP.

L’USP è in grado infatti di comunicare al consumatore l’unica e fondamentale cosa che gli interessa e che, di conseguenza, ricorderà. Spiega cioè il perché il tuo prodotto o servizio risolve i suoi problemi, esaudisce i suoi desideri o soddisfa i suoi bisogni. Questa sarà la spiegazione, la “Reason Why”, dell’acquisto.

Concetti “primitivi” del Marketing come Unique Selling Proposition e Reason Why risultano dunque essere non solo concetti ancora utili, bensì pilastri fondamentali nel processo di costruzione di una campagna promozionale.

 

Ombrello giallo su sfondo di cielo e ombrelli in bianco e nero

Ombrelli in bianco e nero su sfondo di cielo nuvoloso con focus su ombrello giallo

Le critiche alla Unique Selling Proposition che non stanno in piedi

Appare evidente già da quello che abbiamo anticipato che le attuali critiche verso il funzionamento dell’USP risultano sterili e irragionevoli. Esse si fondano principalmente sull’idea che essendo il mercato di oggi pieno di concorrenti che puntano a svalutare a affossare gli altri, ciò che diventa importante è come tu riesca a differenziarti rispetto a loro per primeggiare e vendere di più. In pratica, focalizzano la loro attenzione esclusivamente sul Posizionamento del Brand anziché sul reale motivo che li spinge a fare marketing, ovvero il loro prodotto.

L’USP e il Brand Positioning sono due concetti divergenti: FALSO

Il primo punto su cui le critiche risultano particolarmente inadeguate è il mettere l’USP e il Brand Positioning in contrapposizione. Infatti, sia l’uno che l’altro servono per comunicare ai clienti la tua promessa di vendita. Si può dire dunque che i due concetti hanno molti punti in comune e sono interconnessi tra loro; la principale differenza è ciò su cui focalizzano la loro attenzione.

  • L’USP è uno strumento nato in un periodo in cui la concorrenza non era agguerrita come oggi poiché il mercato lasciava scoperte molte nicchie: parlare esclusivamente dell’unicità del prodotto/servizio che vendevi era sufficiente per entrare nella mente del consumatore come risposta ai suoi bisogni.
  • Il Brand Positioning è invece un concetto nato in epoca più recente, dal momento in cui prodotti offerti e aziende concorrenti hanno iniziato a comparire sul mercato in gran numero e in poco tempo. Il focus del posizionamento si è spostato dunque sulla concorrenza: il punto di partenza diventa la comunicazione avversaria. Tu dovrai andare ad occupare il posto che il concorrente ha lasciato scoperto e differenziarti per essere l’unico del settore a produrre un certo prodotto/servizio e risolvere uno specifico problema del consumatore.

L’altra differenza è sulle tempistiche: se l’USP, essendo uno strumento di Marketing a Risposta Diretta ha effetti verificabili nel breve periodo, il Brand Positioning impiega più tempo per avere efficacia e ha obiettivi  a medio-lungo termine.

L’USP non funziona in un mercato altamente concorrenziale: FALSO

L’errore in questo ragionamento sta nel non capire che nella definizione stessa di USP risiede il concetto di differenziazione. Ricordiamo infatti che secondo il suo ideatore, Reeves, l’USP deve rispettare tre criteri principali

  1. Deve dire all’acquirente: “Se compri questo prodotto, otterrai questo specifico beneficio“,
  2. Deve proporre qualcosa di diverso da ciò che offrono i tuoi concorrenti o qualcosa che loro non possono offrire
  3. Deve avere così tanta efficacia da riuscire ad attirare nuovi clienti verso il tuo prodotto/azienda.

Noi aggiungiamo un quarto punto, che è un cardine della comunicazione aziendale, ma che tuttavia non è mai scontato:

4. Devi idearlo avendo in mente il tuo potenziale cliente e ciò che interessa a lui

In poche parole, l’USP è la base per costruire tutta la tua Strategia di Marketing, perché è il modo più diretto e immediato di avvantaggiarti nel posizionamento sul mercato e dunque, di avere una possibilità di vendere più degli altri.

Diventa dunque uno strumento di differenziazione anche e soprattutto in un mercato altamente competitivo.

 

Lavagna con disegno di strategia

Lavagna con disegno di lampadine gialle sommato a disegno di ingranaggi colorati che sono uguali a un grafico in crescita

L’USP come strumento del Brand Positioning che sfida la concorrenza

L’evoluzione dei mercati ha fatto crescere ed evolvere l’USP, che si adatta perfettamente alle necessità di un mercato globale, concorrenziale e in rete. Questo strumento “primitivo” per gli impulsi che scatena nei consumatori, ha un valore particolare se considerato in una strategia più amplia in funzione del Brand Positioning.

Si potrebbe dire che l’USP rende operativo e funzionante nel breve termine il Brand Positioning. Questo perché, quando si utilizzano strategie di Marketing a Risposta Diretta, si comunica il proprio messaggio differenziante in modo immediato ed impattante e si mettono i propri fattori di unicità costantemente davanti agli occhi dei propri clienti.

E quelli che sono già tuoi clienti, che dunque seguono il tuo Brand e conoscono sia i tuoi prodotti che la tua Immagine Aziendale, si sentiranno ribadire continuamente perché proprio il tuo brand è perfetto per loro. È in questo modo, come “effetto secondario” di tante azioni di Marketing a Risposta Diretta, che realizzerai Brand Positioning.

Viceversa, si può dire che mentre costruisci la tua Immagine Aziendale e ti affermi come occupante di una certa nicchia di mercato, spingi le persone a fare costantemente qualcosa, nello specifico, a consumare il tuo prodotto.

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Il pessimo 2018 di Facebook

L’anno appena trascorso è stato per Facebook tutt’altro che idilliaco: scandali, errori grossolani e ingenti cali in borsa hanno fatto tremare il re dei Social Network.

Il suo fondatore, Mark Zuckerberg, ha scritto un lungo post sulla sua bacheca personale, per riassumere il lavoro svolto e i traguardi raggiunti dal suo punto di vista. Quello che ne è venuto fuori, è stata una lista di azioni realizzate dall’azienda che ha suscitato non poche critiche.

Uomo che indica logo di Facebook

uomo iconizzato che indica logo di facebook

Cosa ha fatto di buono Facebook nel 2018 secondo Mark Zuckerberg

Nel messaggio a cuore aperto ai suoi follower, e per questo al tempo stesso consumatori del suo prodotto, Zuckerberg ha aperto il discorso dichiarando che ci sono state diversi risultati conseguiti dalla sua azienda nel 2018 a renderlo orgoglioso, fra le quali

  • Prevenire le interferenze elettorali
  • Fermare la diffusione dei discorsi d’odio e la disinformazione
  • Essere certi che gli utenti abbiano il controllo delle proprie informazioni
  • Assicurare che i nostri servizi migliorino il benessere delle persone

In questa prima parte del suo discorso, il punto che ha suscitato più critiche è stato indubbiamente quello che riguarda la sicurezza per gli utenti di avere l’esclusiva conoscenza delle proprie informazioni.

A partire dallo scandalo di Cambridge Analytica, seguito poi da numerosi altri casi di diffusione illecita dei dati personali degli utenti, Facebook ha risentito di un grosso calo di popolarità, perdendo utenti e sostanziose quotazioni in borsa.

Prevenendo in un certo senso le critiche che gli sarebbero poi arrivate, Zuckerberg affronta di petto la questione delle sicurezza delle informazioni. Ci dice che:

  • È stato ridotto il numero di informazioni a cui possono accedere app esterne
  • Sono stati indetti nuovi controlli per il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati  (GDPR)
  • È stato chiesto ai singoli utenti di controllare le proprie impostazioni sulla privacy
  • Sono state ridotte alcune delle informazioni di terze parti usate negli annunci pubblicitari
  • È nato uno strumento di “Cronologia Esplicita” che offrirà alle persone maggiore trasparenza nella cronologia della loro navigazione
  • Continua lo sviluppo di servizi di messaggistica e condivisione criptati e effimeri

 

Loghi di Facebook sovrapposti

Loghi di Facebook sovrapposti

La lotta di Facebook alla disinformazione e ai contenuti dannosi

Interessante è però anche l‘attenzione che Mark Zuckerberg riserva alla questione della disinformazione, altro grande cruccio del suo Social Network di punta. Alcune delle iniziative più importanti:

  • Sono stati costruiti sistemi di intelligenza artificiale per identificare e rimuovere automaticamente i contenuti relativi al terrorismo, ai discorsi di incitamento all’odio e altri contenuti dannosi 
  • È stato migliorato il News Feed in modo che mostri solo contenuti attendibili
  • È in corso lo sviluppo di sistemi per ridurre automaticamente la distribuzione di contenuti borderline, che riguardano sensazionalismo e disinformazione.
  • Sono state triplicate le dimensioni del team di revisione dei contenuti per gestire casi più complessi che l’IA non può giudicare e costruito un sistema di appelli per quando vengono prese decisioni sbagliate.
  • È stata avviata una collaborazione con i governi (per prima, la Francia), per stabilire norme efficaci sui contenuti per le piattaforme Internet.

Insomma, dalle parole del suo fondatore, sembra che Facebook si sia dato molto da fare per riempire le sue falle. I numeri in caduta libera, però, non sono d’accordo con lui.

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Il coccodrillo Lacoste è andato in ferie: nuovo logo con le specie in via d’estinzione

Lo storico coccodrillo di Lacoste ha dovuto cedere il passo a specie ben più deboli in nome del rispetto dell’ambiente e del futuro del pianeta.

Il brand famoso soprattutto per le polo ha scelto di rivolgersi ad una fascia di pubblico che da anni non accenna a diminuire, ovvero alla fascia sempre più alta degli ambientalisti, coloro che orientano i propri consumi su prodotti ‘green’ o, ‘vegan’, ecocompatibili, biodegrabili o semplicemente su aziende che dimostrano attenzione nei confronti dell’ambiente e degli animali.

E così Lacoste ha cambiato il suo coccodrillo per una delle 10 specie animali minacciate su una serie di polo a edizione limitata, progettate per attirare l’attenzione sullo stato globale della biodiversità.

1775 polo Lacoste, tanti quanti sono gli animali delle 10 specie che restano sul pianeta

L’occasione per il lancio della linea di polo in edizione limitata, per la quale è stato scelto il suggestivo nome ‘SaveOurSpecies’, è stata offerta  il 1 ° marzo 2018 dalla Paris Fashion Week e ha fatto registrare il tutto esaurito immediatamente.
Sulla passerella, durante la sfilata del brand, sono state presentate le polo con i nuovi loghi, che rappresentano 10 animali in via d’estinzione, scelti tra mammiferi, uccelli, rettili insieme al partner del progetto, la IUCN, l’Organizzazione internazionale per la conservazione della natura.

Il marchio francese ha prodotto in totale 1.775 polo ed ognuna di esse è stata venduta la prezzo di 150 euro.

Per ogni specie, il numero di polo prodotte corrisponde al numero di individui noti ancora in vita e in libertà.

Ecco la lista degli animali e del numero delle polo prodotte.

 

  1. Iguana di Anegada, 450 polo
  2. La focena del Golfo di California, 30 polo
  3. La tigre di sumatra, 350 polo
  4. Il gibbone di Cao Vit, 150 polo
  5. Il kakapo, 157 polo
  6. Il condor della California, 231 polo
  7. Il lepilemure settentrionale, 50 polo
  8. Il saola (o bue Vu Qang), 250 polo
  9. Il rinoceronte di Giava, 67 polo
  10. La tartaruga rugosa birmana, 40 polo

 

Il ricavato della vendita delle polo sarà devoluto all’IUCN, che da 70 anni opera nel campo della conservazione della natura e dell’uso sostenibile delle risorse naturali.

Chi ha deciso di sostituire il coccodrillo?

La collaborazione Save Our Species, che è stata avviata dall’agenzia pubblicitaria francese BETC che aiuterà l’organizzazione benefica a coordinare i progetti di prima linea in tutto il mondo per contribuire a garantire la sopravvivenza a lungo termine delle specie minacciate e dei loro habitat.

Il coccodrillo Lacoste è uno dei marchi più iconici del mondo, orgogliosamente esposto nelle famose polo del marchio negli ultimi 85 anni”, ha affermato Lacoste in una nota. “Per la prima volta nella storia del marchio, BETC ha proposto un cambiamento del logo.”

“Lacoste e BETC hanno lavorato a stretto contatto con gli esperti di IUCN per definire e selezionare dieci specie minacciate, e poi il disegno degli animali è stato progettato dal laboratorio di design della Lacoste, adottando esattamente lo stesso approccio incentrato sul ricamo che è stato usato per il coccodrillo storico”, ha continuato.

Le polo Lacoste per Save Our Species segnano l’inizio di una partnership triennale tra il marchio e l’International Union for Conservation of Nature.

In realtà non è la prima volta che Lacoste ha modificato il suo famoso logo. Il marchio di moda francese ha precedentemente ingaggiato il graphic designer Peter Saville e i designer brasiliani Fernando e Humberto Campana per creare gamme di polo che giocano con diversi coccodrilli ricamati. Una scelta coraggiosa ma di grande impatto: quando un logo storico cambia, anche solo per un’edizione limitata, fa molto parlare di se.
E in questo caso la Lacoste è sicuramente riuscita a far parlare bene, molto bene, di sé stessa, del suo marchio. Un obiettivo che tutte le aziende dovrebbero perseguire quando vogliono far diventare influente il proprio marchio, avvalendosi dell’aiuto di marketers esperti e grazie alla conoscenza del proprio territorio.

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Come migliorare la Reputazione dell’Immagine Online

Difendere la propria immagine online nella società contemporanea, quella dove sempre e comunque ‘the show must go on’, è diventato un obiettivo imprescindibile per chi vuole avere un business di successo, qualsiasi esso sia.
‘Non ti curar di loro e passa’, il vecchio adagio popolare italiano che invitata a ignorare le malelingue, non è più del nostro tempo e va ribaltato: oggi l’imperativo è ‘curati di chiunque parla male di te e fermati subito per convincerlo del contrario’. Perché? Il motivo è semplice: da quando esistono il web e i social media tutto ciò che viene detto resta, a futura memoria, scritto su pagine virtuali consultabili da chiunque in qualsiasi momento.
Per questo la reputazione online della tua azienda e dei tuoi prodotti è fondamentale se vuoi vendere online, convincere i clienti, generare un passaparola positivo.

Non trascurare la tua Immagine Online

Agire per avere un’immagine curata (andresti mai ad incontrare un cliente con i vestiti completamente sporchi di fango?) e puntare a conquistare quante più recensioni positive ai tuoi prodotti è possibile conquistare.

Cosa succede però se iniziano ad aumentare drasticamente le recensioni negative?

O se peggio ancora il nome della tua azienda viene associato a parole come “delusione” o “fregatura”? Succederebbe che il danno d’immagine sarebbe enorme, con colpi quasi mortali alla tua brand reputation e quindi alla futura curva del tuo fatturato.

Web Reputation: é sempre meglio prevenire che curare

Meglio – ed è sempre bene ricordarsene – prevenire che curare: investire per monitorare la propria Reputation, ad esempio con il social listening o la sentiment analysis, e per migliorarla con scelte che puntano ad affermare la propria influenza su un territorio e a comunicare positività, impegno sociale, attenzione all’ambiente.

In ogni caso è possibile anche intervenire in seguito, quando il danno di immagine si è già prodotto, utilizzando strategie SEO e Web Marketing professionali orientate a rendere sempre meno visibili le notizie e i commenti negativi, e a migliorare la brand reputation del tuo marchio.

E’ giusto rispondere ai commenti negativi?

Facciamo degli esempi: quello perfetto è quello che conoscono tutti i ristoratori, i negozianti, gli organizzatori di eventi che ricevono recensioni negative da un cliente su piattaforme come TripAdvisor o su forum diversi. In questo caso si tratta di un problema di reputazione e di immagini di piccole proporzioni, da risolvere con tecniche semplici scegliendo una tra le strade diverse disponibili. Ciò che suggeriamo di fare ovviamente è di rispondere con un linguaggio semplice e chiaro, possibilmente gentile, perché una mancata risposta significa automaticamente ammissione di colpa.

Ricordatevi sempre di fare prima un’analisi dei motivi che possono aver spinto quel cliente a scrivere la recensione negativa: ha una qualche fondata ragione? Se pensate di si, e dovete essere onesti con voi stessi, allora intervenire subito per rimuovere o correggere il problema generato nella vostra azienda. E se è possibile spiegate nella risposta al cliente in che modo siete intervenuti per evitare che i disagi si ripetano.

E’ possibile eliminare i lunghi post negativi?

In caso di post più lunghi contenenti giudizi negativi, ben indicizzati e in prima pagina sui motori di ricerca, la situazione è più complessa ma non sarà lo stesso impossibile intervenire. Si tratta in sostanza di produrre ulteriori nuove notizie, attraverso comunicati stampa, annunci, racconti o compagne di comunicazione, che possano far scendere in secondo piano quello negative che ora sono in cima alle SERP dei motori di ricerca.

Social network, siti internet, stampa amica: vanno utilizzati tutti i canali possibili per diffondere le nuove notizie. E’ fondamentale inoltre assumere un consulente SEO capace di creare una strategia per far in modo di occupare le prime pagine dei risultati di Google con articoli che parlano positivamente dei prodotti è una scelta saggia che consigliamo.

Cronaca negativa? La situazione è molto difficile ma va saputa affrontare in modo efficace

L’ultimo caso di cui vogliamo parlarvi è quello che vede le aziende coinvolte in qualche scandalo negativo, in qualche incidente in cui si siano feriti degli esseri umani o in qualche vicenda giudiziaria.

In casi come questi i commenti sui social o nei forum sono l’ultimo dei problemi perché a diffondere le notizie negative capaci di azzoppare definitivamente la brand reputation di un’azienda saranno direttamente le agenzie di stampa, le televisioni, più in generale gli organi di stampa. In casi come questi può essere d’aiuto aver predisposto prima un piano per la comunicazione di crisi e quindi affrontare le ore più difficili in maniera efficace.

Se invece la situazione diventa velocemente irrecuperabile allora poi non resta che tentare le strade più impervie:

  • In primis contattare il proprio team legale, o semplicemente il vostro legale: se siete convinti di essere finiti in una gogna mediatica, di essere innocenti e accusati ingiustamente, allora dovete querelare chi lo fa e intimargli di cancellare (o rettificare) i contenuti accusatori.
  • Come secondo passaggio cercate di fare appello al diritto all’oblio: anche se non è possibile far cancellare tutto a causa della tutela legittima del diritto di cronaca probabilmente potreste riuscire ad ottenere qualche miglioramento.
  • Infine inventate una nuova iniziativa, meglio se benefica, grande e molto visibile, che possa riabilitare l’immagine della vostra azienda e darvi una posizione migliore da cui ripartire.

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Amazon vs Apple: sfida da miliardi di dollari

Amazon e Apple superano il miliardo di dollari

All’inizio di settembre, il valore di mercato di Amazon ha raggiunto e superato la cifra di 1 miliardo di dollari, Apple solo poco più di un mese prima era riuscita ad ottenere questo risultato, prima società al mondo a farcela.

La crescita di queste due società è stata molto veloce nell’ultimo periodo, e anche se da molti anni sui bilanci di entrambe si scrive il segno più (la Apple è stata fondata nel 1976, Amazon nel 1994), non si può non notare che l’andamento della capitalizzazione delle due società ha disegnato in tutti e due i casi una curva in salita, nonostante si noti che una è stata più veloce dell’altra.

Quanto è cresciuta Apple negli ultimi 10 anni?

Se prendiamo in analisi l’ultimo decennio notiamo da quando l’iPhone è stato messo in vendita per la prima volta nel 2007, le azioni di Apple sono aumentate del 1,100% e che sono aumentate di quasi un terzo nell’ultimo anno. Quella di Apple è una grande storia, fatta di innovazione e coraggio, ma che ha davvero stravolto il mercato soltanto con l’iPhone, perché questo prodotto ha permesso a milioni di persone di esplorare la quarta dimensione della nostra esistenza, cioè il web.

E quanto è cresciuto Amazon?

Per quanto riguarda Amazon, il gigante dell’e-commerce ha un taglio diverso, e per questo nella costanza della sua crescita si notano grandi scatti in avanti e una velocità impressionante nell’aumento del prezzo delle azioni, che in un’occasione, in soli 16 giorni, sono riuscite persino a saltare da 600 miliardi di dollari a 700 miliardi di dollari. Al contrario, per raggiungere gli stessi numeri ad Apple sono serviti 622 giorni.

Per questo è legittimo chiedersi se questa crescita durerà e se essa riguarderà entrambe le società allo stesso modo.

Quali sono le differenze tra Amazon e Apple?

Per capire è importante sapere che Apple e Amazon, pur essendo entrambe tra le 5 cinque aziende di tecnologia che hanno migliori prestazioni sul mercato al mondo (fanno compagnia a Facebook, Netflix e Google), sono molto diverse l’una dall’altra.

Apple è una società tecnologica che è anche un marchio di consumatori alla moda. I suoi computer e dispositivi sono stati spesso gadget irrinunciabili e i clienti sono disposti a pagare molto di più per i loro prodotti rispetto alle alternative più economiche.

D’altra parte, Amazon è il luogo virtuale dove le persone vanno quando vogliono ottenere un prodotto più a buon mercato, più facilmente o più rapidamente.

A questo si aggiunga che lo spazio potenziale di espansione sul mercato nel futuro non pare essere lo stesso: Apple avrà difficoltà a crescere ancora molto se non inserisce sul mercato un altro prodotto rivoluzionario. Amazon invece è un’azienda più giovane, non ha ancora una presenza consolidata in molti paesi, quindi ha più spazio per crescere rispetto a Apple, che ha già una base di clienti globale. Apple vende prodotti che si comprano poche volte in un quinquennio, Amazon invece può essere visitata per gli acquisti quasi ogni giorno.

Per questo molti analisti sono portati a pensare che, tra le due aziende, se si trattasse semplicemente di una lotta priva di varianti ed ostacoli esogeni, sarebbe Amazon a vincere.

Cosa può ostacolare la crescita di Amazon e Apple? Niente…

Prima di tutto potrebbero venire dalla politica e dall’opinione pubblica, sempre più spaventati da un mercato globale difficilmente controllabile e da imprese multinazionali così grandi da avere ricchezze molto più grandi di quelle del pil di interi stati.

La minaccia di una regolamentazione da parte di un certo numero di governi è concreta, quella di un innalzamento della tassazione anche. Soprattutto considerato che, secondo una ricerca del Financial Times, le più grandi società al mondo pagano meno tasse oggi rispetto a dieci anni fa. La percentuale delle tasse che pagano sui profitti è diminuita in media del 9 per cento in dieci anni, nonostante i numerosi tentativi fatti dai governi di mezzo mondo per migliorare l’efficienza della tassazione.

E non finisce qui: molti governi stanno ormai chiedendo apertamente ad Apple di spostare la produzione nei paesi occidentali e ad Amazon di retribuire in maniera più equa il lavoro nel settore della logistica e delle consegne. Tutte le grandi multinazionali della tecnologia sono al centro di grandi dibattiti che riguardano le contraddizioni tra questo modo di fare impresa ed una democrazia piena e sana, basti pensare agli scandali che hanno travolto Facebook sul tema della privacy.

I governi agiscono e agiranno, molto probabilmente. Tuttavia, gli analisti sono portati a considerare quasi all’unanimità che, data la loro grandezza, difficilmente le fortune di Apple e Amazon potranno essere intaccate profondamente e che per questa ragione le due imprese continueranno a crescere.

L’innovazione tecnologica sta migliorando la nostra vita?

L’innovazione tecnologica si conferma essere la vera benzina nei motori delle più grandi aziende del mondo. Il web e i servizi digitali stanno già cambiando la nostra vita e la cambieranno in maniera sempre più profonda. Si sono aperti nuovi giganteschi mercati e altri ancora se ne apriranno. Rimanere fuori da questi processi significa in prospetta rischiare di essere marginalizzati o peggio espulsi dal mercato: chi ha un’azienda dovrebbe attrezzarsi in ogni caso ad affrontare le sfide del web marketing.

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Boom! La Ricetta esplosiva del Pordenone Calcio sui Social Network

8 giorni di autoironia e divertimento: è stata questa la ricetta esplosiva con cui il social media manager del Pordenone Calcio  ha accompagnato i tifosi della squadra alla singolare sfida con l’Inter in Coppa Italia.
8 giorni in cui grazie ai post preparati dall’addetto stampa Marco “Mika” Michelin e del grafico Sebastiano Orgnacco il Pordenone Calcio ha visto crescere i suoi follower fino al 100%, raddoppiando su Facebook dove sono arrivati quasi fino alla cifra di 35.000 persone, passando su Twitter  da 4.000 a oltre 6.000 e infine esplodendo su Instagram dove la pagina della squadra è passata da quasi 5.000 follower a 24.000.
Sul campo i neroverdi perdettero ai rigori, anche se nessuno lo avrebbe mai immaginato, ma tra il popolo del web i ramarri avevano già vinto da un pezzo.

La Storia della Campagna Social del Pordenone Calcio

«Abbiamo guadagnato migliaia di seguaci in una settimana – ha dichiarato Michelin -, ci scrivono tutti, siamo finiti sui giornali: pazzesco. E ho letto tantissimi bei commenti su di noi, ci fa un gran piacere». Lo stesso piacere che immaginiamo i due abbiano provato quando subito dopo la partita, visti i dati, il patron neroverde Mauro Lovisa ha promesso di aumentargli lo stipendio.
Ma vediamo ora alcuni dei post che la squadra dei ramarri ha pubblicato partendo esattamente da 8 giorni prima della partita e lavorando sul tema del countdown, accompagnato dal continuo appello ai tifosi a presentarsi allo stadio esattamente la domenica dopo. Uno dei primi ‘mai in serie B’ era già un piccolo capolavoro: quello che per l’Inter è un vanto (essere l’unica delle grandi squadre a non esser mai scesa in B) per il Pordenone calcio invece dovrebbe essere un demerito (essere un piccola squadra mai riuscita a salire in B). Ma i due social media manager dei neroverdi capiscono subito che invece la chiave autoironica è quella con cui affrontare questa stramba partita in cui una piccolissima si scontra con un gigante del calcio.

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I post continuano con lo stesso tono: quello sul confronto Berretoni-Icardi, passando per i video in stile Harry Potter, fino ai “30 sul campo”, cioè i trenta pullman di tifosi da schierare davanti alla porta per cercare di non perdere, fino al ‘se vince il Pordenone’ e l’uso divertente delle foto di Mourinho : i post del Pordenone Calcio sono diventati velocemente virali in tutto il web, guadagnandosi moltissimi like e condivisioni.

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Anche il post sulla ‘partita che non si può giocare nemmeno alla playstation’ è stato gestito magistralmente, non solo perché ha individuato una battuta geniale su cui fare comunicazione ma perché poi grazie ad un team di sviluppatori on-line il Pordenone Calcio è sbarcato davvero su Pro Evolution Soccer, uno dei videogiochi sportivi più amati di sempre. A poche ore dalla partita infine, hanno chiesto alle squadre di Serie C di fare il tifo per loro: un appello accolto in varie parti d’Italia, da Livorno ad Agrigento, con condivisioni, like, cuori e quant’altro.

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Un tono particolare, che ha trasformato il Pordenone in una ‘squadra simpatia’ e ha perfino cambiato le caratteristiche del pubblico della stessa, più leggero, più voglioso di scherzarci su e vivere lo sport con passione e leggerezza. Qualcosa che quasi nessuno era stato capace di comunicare prima di una partita (l’ammissione di debolezza nello sport è un tabù) è stato comunicato in questa particolare occasione con grande maestria tecnica e con una strategia che non si è limitata ad un solo post ma è diventata un tone of voice complessivo del brand.
Sui social prima che sugli altri canali, perché come ha affermato lo stesso Michelin: “i social hanno sostituito la comunicazione ufficiale. Se dobbiamo annunciare l’acquisto di un nuovo giocatore, il primo annuncio parte dai social, non più dal sito o da un comunicato stampa. C’è stato un cambio di gerarchia, non solo nostro, sia chiaro”. Quello tra social, calcio e marketing è diventato infatti un connubio inscindibile che produce una gran parte del valore delle squadre di calcio, si pensi ad esempio alla vicenda del passaggio di Cr7 alla Juve.

Esattamente quel cambio di gerarchia che ogni azienda che commercializza servizi o prodotti dovrebbe mettere al centro della sua riflessione sul futuro. Mg Group Italia è una società specializzata nel web marketing, che ha compreso già da molti anni che la comunicazione tradizionale, quella del cartaceo per intendersi, non è più assolutamente sufficiente e deve essere accompagnata, in alcuni casi persino sostituita, da nuove strategie basate sull’online. Se vuoi conoscere i nostri servizi e i pacchetti che offriamo non tentennare e chiedici una consulenza gratuita: siamo qui per aiutarti a vincere la tua partita

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Che differenza c’è tra Logo, Marchio e Marca?

Ci metto la Firma (e la Faccia)!

Ma che differenza c’è tra Logo, Marchio e Marca?

Difendere il proprio nome è importante nella vita come nel mercato. Quando si tratta di un’azienda il nome della stessa e quello dei suoi prodotti sono un grande valore su cui investire: il brand infatti esprime un’identità, rende riconoscibili, costruisce relazioni con i clienti basate su un bene primario come la fiducia. I nomi delle grandi aziende di un paese entrano nelle case, nel vissuto e nella memoria di milioni di persone, alcuni di essi definiscono persino le generazioni e gli stili di vita (pensate a cosa è stato El Charro per i paninari degli anni ‘80 a Milano!), altri caratterizzano nicchie sociali e diventano veri e propri status symbol (viene subito in mente la parola Rolex, no?) . Vale per i grandi, certo, ma anche quelli radicati nelle realtà locali sono importanti, perché fanno sentire a casa e fanno parte della comunità rappresentandone le tipicità produttive, enogastronomiche o perfino geografiche (sapete che Tiscali è un sito archeologico della Sardegna? E che dire della costa calabrese raffigurata sull’etichetta dell’Amaro del Capo?). Per questo i migliori esperti di marketing del mondo da tanti anni si occupano del brand: come sceglierlo, quali significati debba comunicare, con quale stile grafico vada realizzato, ma soprattutto con quali tecniche imprimerlo nella memoria delle persone, facendone crescere l’awareness, la visibilità e la reputation, e infine come difenderlo da eventuali errori comunicativi.
Eppure nonostante tanto impegno progettuale e teorico spesso le aziende e i clienti dei merketers non conoscono il significato preciso dei termini che si utilizzano in questo ramo e fanno fatica a distinguere i diversi piani su cui si costruisce un brand di successo, ognuno dei quali va considerato dentro la relazione con gli altri, ma anche nella sua autonomia.

Differenze

Cominciamo col dire che logo, marchio e marca (o brand) non sono la stessa cosa, e di tutti bisogna occuparsi con cura e attenzione.

Il Logo

Il primo è il logo: un logo (abbreviazione di logotipo) è la scritta che solitamente rappresenta un prodotto, un servizio, un’azienda, un’organizzazione.

Il logo può essere formato esclusivamente dal logotipo e quindi essere rappresentato da un lettering che riproduce una parola o un acronimo, come accade in moltissimi loghi famosi, come ad esempio in quello della pasta Barilla.

Oppure il logo può essere formato esclusivamente da un Pittogramma, Ideogramma, monogramma oppure da una combinazione di due o più di questi con il logotipo.

  • Un pittogramma è un segno iconico che rappresenta in modo diretto un oggetto/servizio/attività, come nel caso del panino inserito nel logo di Burger King.
  • L’ideogramma invece è un segno svincolato dall’oggetto che vuole rappresentare, più astratto e non iconico o comunque a bassa iconicità, come nel caso della conchiglia della Shell.
  • Infine il monogramma è un simbolo grafico ottenuto sovrapponendo o combinando in altro modo due o più lettere del nome del marchio,  ad esempio come nel logo di Fendi.

Il Marchio

Diversamente quando parliamo di marchio parliamo di un qualunque segno che possa essere rappresentato graficamente (parole, disegni, lettere, cifre, design, combinazioni cromatiche) purché sia idoneo a distinguere i prodotti o i servizi di un’impresa da quelli delle altre. In sostanza con la parola marchio si intende quella combinazione di logotipo e simbolo riconosciuta legalmente come appartenente ad una data azienda.

La Marca

Infine la marca o il brand sono parole che fanno riferimento ad un universo molto più ampio di quanto non si faccia con la parola logo e la parola marchio: la marca infatti è l’unione del logo alla storia dell’azienda, incarnata dai suoi prodotti, evocata nel suo packaging,  viva nei suoi testimonial, forte nei suoi slogan e salda nei suoi valori. Chi si occupa di costruire un brand deve considerare la necessità di esprimere attraverso la comunicazione nel suo complesso il grande arco dell’esperienza aziendale e della percezione, sedimentata nel tempo, che di essa hanno i suoi clienti e l’opinione pubblica.

Chi ha un’azienda e voglia lavorare con cura sul proprio brand deve sapere che per farlo servono team di più professionisti con competenze diverse: affidarsi ad un semplice grafico, o fare campagne estemporanee e frantumate, pensate da tanti soggetti diversi con impostazioni differenti, potrebbe infatti provocare un danno alla riconoscibilità del logo e quindi alla reputazione della marca.

Rivolgersi ad agenzie specializzate è quindi una scelta necessaria, che verrà sicuramente premiata in termini di ritorno dell’investimento economico e di qualità. Noi di Mg Group Italia possiamo offrirti una consulenza gratuita per un progetto personalizzato sul quale mettere al lavoro le migliori energie in questo settore. Che aspetti? Non si diventa qualcuno per caso, ci vuole volontà e competenza nel marketing: la prima puoi metterla tu, la seconda possiamo offrirtela noi.

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Le regole fondamentali per far diventare un marchio influente

Non è l’unico obiettivo, ma sicuramente è tra i più importanti. Un’azienda, qualsiasi cosa produca, dovrebbe avere a cuore il proprio nome (cioè il proprio marchio) e la capacità di questo di esser influente, cioè di avere con i clienti e l’opinione pubblica una relazione migliore e più solida degli altri. Un marchio influente è infatti prima di tutto un marchio conosciuto (brand awareness), con una buona reputazione (brand reputation) e di cui le persone si fidano, e per questo è capace e letteralmente di influenzarne i comportamenti e le scelte. Non è capace soltanto di far acquistare i prodotti a cui viene associato, ma fa qualcosa in più: evoca uno stile di vita e rappresenta i caratteri di una comunità, per questa via in qualche modo riesce a far parte dell’universo culturale e ad esprimere dei valori. Ovviamente tanto più un marchio è importante sul livello globale tanto più tutto ciò è vero: pensate ad esempio alla Nike e a quanta influenza eserciti non solo sul mondo delle persone che fanno sport ma anche su milioni e milioni di giovani del pianeta. Eppure non è difficile citare casi di marchi leader in comunità locali più piccole e circoscritte, oppure di marchi che sono partiti da piccole comunità per poi diventare noti a livello mondiale. Per fare soltanto un esempio potremmo citare Cucinelli, un marchio molto importante di abbigliamento in cachemire, che ha cominciato da un piccolo borgo umbro vicino Perugia, oppure la birra Guiness, che era inizialmente soltanto la birra di Belfast e oggi è famosa in tutto il mondo.

Vediamo quali poche regole fondamentali è importante seguire per puntare a costruire un marchio influente.

1)Il territorio

La vostra comunità e il vostro territorio contano. Dovete avere cura dell’immagine del vostro marchio nella comunità locale che circonda i vostri stabilimenti o la vostra sede: i cittadini devono associare alla vostra azienda valori positivi, non soltanto per quanto riguarda lo spazio in cui tutti noi dobbiamo rispettare regole e leggi della convivenza civile, ma anche su un terreno più largo, ovvero quello in cui si dimostra di essere vicini alla collettività sociale e allo sviluppo economico locale. Un buon modo di farlo è finanziare attività di beneficienza, sostenere associazioni culturali o restauri di beni pubblici, o diversamente usare soltanto lavoratori e prodotti del territorio, a km zero o a basso impatto ambientale.

2) Comunicate quello che fate

Chiaramente fare non basta, bisogna anche raccontarlo. Per questo ogni vostra iniziativa rivolta alla comunità deve essere comunicata: conferenze stampa, immagini e foto, post sui social, video. Dovete avere un piano di comunicazione e una strategia precisa che vi aiuti ad arrivare al maggior numero di persone possibili, con una comunicazione chiara, semplice che non sembri troppo artefatta.

3) Fate ciò che dite

Ad un’azienda capita spesso di fare promesse con i proprio slogan: il miglior prodotto sul mercato, il più vasto assortimento, solo ingredienti sani e genuini etc etc. Ricordate sempre che ogni promessa è debito: non tradite la fiducia dei vostri clienti perché è la cosa più importante che avete. Pensate a quali conseguenze disastrose ha solitamente uno scandalo negativo che coinvolga un’azienda, come è accaduto ad esempio con la Volskwagen e il caso delle emissioni: in piccolo può accadere anche a voi.

4) Abbiate il coraggio di fare tendenza

Ciò che si presenta sempre uguale per anni e decenni può rassicurare ma di certo non fa parlare di sé. Valutate con attenzione la possibilità di osare il coraggio dell’innovazione: chi innova, cambia, può arrivare a convincere altri a fare lo stesso e quindi – come si dice – ‘a fare tendenza’, che è il grado più alto della capacità di un marchio di essere influente. Se non volete o non potete innovare il prodotto, innovate la comunicazione o fate una versione speciale dello stesso prodotto che venderete solo per un preciso e ristretto periodo di tempo.

5) Non siete soli: coinvolgete chi vi sta intorno

Non potete essere gli unici a parlare di voi stessi. Servono idee e un piano di marketing ricco di iniziative orientate ad aprire un dialogo continuo con i vostri clienti: per strada e sulle strade virtuali dei social dovete essere presenti, far parlare di voi, fare in modo che i clienti vi mandino un feedback, una loro opinione, qualche suggerimento. Le emozioni dei vostri clienti sono importanti e voi dovete imparare a generarne di positive. Attenzione sempre alla customer care: avere un servizio clienti efficace non è un optional ma un fattore fondamentale del proprio successo e della soddisfazione degli utenti.

In sostanza prendersi cura del marchio della propria azienda significa prendersi cura del proprio nome e delle persone che vi circondano. Non fatelo in maniera superficiale, approssimativa e casuale! Sarebbe davvero un segno imperdonabile di trascuratezza e il segno che non state cercando la strada giusta per far crescere le vostre vendite e il vostro fatturato. Noi di Mg Group Italia siamo specializzati nel marketing sul web e possiamo aiutarti a comunicare nel modo migliore, dandoti i giusti suggerimenti e mettendo a tua disposizione creatività e professionalità. Contattaci subito, e studieremo per te una strategia personalizzata. Non aspettare: ogni minuto perso è un minuto regalato ad un concorrente

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Notifiche Push: cosa sono e come le imprese possono usarle

Non possiamo separarci dal nostro smartphone: ci ricorda l’agenda, ci indica la strada, ci dà le informazioni su cosa sta accadendo nel mondo e soprattutto ogni tanto attira la nostra attenzione con delle notifiche push. Ma cosa sono queste notifiche? E come possono essere usate dalle imprese per dialogare con i propri clienti e fare del marketing intelligente? In questo articolo proviamo a rispondere.

Cosa sono le notifiche push.

Un notifica push è un avviso che proviene da una app e viene visualizzato sullo schermo dello smartphone. Sono ‘push’ perché sono notifiche che vengono visualizzate anche quando l’applicazione che le invia non è aperta. Una notifica push può essere di testo, come un messaggio di whatsapp, ma può anche contenere delle immagini e ed è simile a un annuncio pop-up in un browser
Naturalmente affinché sia possibile riceverle è necessario che l’utente le abbia abilitate quando ha scaricato la app: oramai quasi sempre infatti nel momento in cui le app vengono installate per la prima volta il sistema chiede all’utente se vuole ricevere notifiche push. Esse sono disponibili su tutti i sistemi operativi: iOS, Android, Windows Phone, BlackBerry.

Notifiche push: un’opportunità unica per coinvolgere gli utenti

Lo strumento delle notifiche push ha un particolare valore che non si rintraccia facilmente in altri canali della comunicazione e del marketing: permettono infatti di cogliere un’opportunità unica di coinvolgimento e dialogo diretto rivolto ai propri utenti. Ricevere notifiche è semplice, non complesso – ad esempio – come iscriversi ad una newsletter: l’immediatezza e la possibilità di recapitarla in ogni momento richiamando l’attenzione dell’utente sono due caratteristiche che rendono le notifiche molto forti dal punto della comunicazione ma non molto invasive.

Sono molto efficaci perché possono contenere un’offerta, una notizia, un’informazione o un avviso account: tutti messaggi progettati ad hoc per riportare l’attenzione dell’utente sull’app da cui provengono e quindi riattivare il ciclo di vita della App stessa, oltre che il ciclo delle vendite e del fatturato.

Mobile Marketing con le App: la scelta giusta per fidelizzare i clienti.

Le aziende che usano le notifiche push – e quindi le app – all’interno delle proprie strategie di marketing ottengono risultati migliori rispetto a quelle che utilizzano tecniche più classiche come il classico email marketing.
Questo perché le app sono lo strumento più adatto per fidelizzare clienti che già esistono e che si sono già dimostrati interessati ai prodotti e ai marchi dell’azienda scaricando l’app rilasciata sugli store.
Anche tramite sms un’azienda può offrire promozioni e notifiche, ma questi sono uno strumento più adatto quando si vuole andare a colpire un pubblico più largo e generalista.

Come abbiamo già detto infatti le notifiche push sono una tecnica di marketing meno invasiva rispetto agli sms, perché i messaggi possono essere spediti senza interrompere l’utente nella sua attività e senza che debba essere sostenuto un costo aggiuntivo. Infine le notifiche push non hanno restrizioni legate al numero di caratteri e al formato, mentre i normali messaggi hanno un limite di 160 caratteri.

Hai bisogno di un’app per usare le notifiche push? Rivolgiti a noi.

Non perdere l’occasione di utilizzare il mobile marketing accanto al web marketing. Il futuro è internet, ma visto dal nostro smartphone! Per questo è sempre più importante che ogni azienda abbia una app da rilasciare sui principali store con cui cercare di accrescere l’engagement dei propri clienti, fidelizzarli e per questa via raggiungere gli obiettivi di vendita e fatturato. Pensa che cosa può significare avere una vetrina, disponibile 24 ore su 24, davanti alla quale potenzialmente possono passare tutti i clienti del mondo e che ti permette inoltre di richiamare l’attenzione di tutti coloro che sono passati almeno una volta in un solo attimo, con un solo messaggio, una semplice notifica push.

Una app aziendale è tutto questo. Per svilupparla servono molte professionalità diverse, capaci di lavorare in maniera integrata. Noi di Mg Group Italia abbiamo una squadra appositamente formata per far fronte a queste sfide. Contattaci e la metteremo a tua disposizione per studiare un progetto personalizzato che sia compatibile con il tuo budget e soprattutto efficace rispetto ai tuoi obiettivi.

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Brand Safety: come proteggere il proprio marchio

Web, croce e delizia delle imprese e dei consumatori! Tutti noi sappiamo infatti che la rete è piena di perle, ma anche di immondizia: fake news, siti spazzatura, contenuti violenti, razzisti, xenofobi e molto altro ancora. Pensare che il marchio di una qualsiasi azienda che voglia vendere e per vendere abbia bisogno di comunicare sentimenti positivi e autorevolezza, possa finire accostato ad uno di questi contenuti immondizia dà immediatamente l’idea di cosa sia e a cosa serva la brand safety.

Cos’è la brand safety

La brand safety è un insieme di tecniche, utilizzate durante la pianificazione di una campagna advertising, per collocare correttamente le unit pubblicitarie di un marchio, come ad esempio i banner o i video. In particolare attraverso la brand safety si punta ad evitare che la pubblicità venga posizionata accanto a contenuti di natura razzista, violenta o sessista o, in ogni caso, tra contenuti inopportuni, poco affidabili o lesivi della verità e dell’oggettività.

L’accostamento a contenuti offensivi viene scambiato per endorsement

Secondo una ricerca di YouGov del 2017 oltre il 30% degli utenti è tendenzialmente portato a credere che una pubblicità posta accanto ad un contenuto sia una specie di endorsement per il contenuto stesso. Ovviamente questo vale anche per i contenuti offensivi che, sempre secondo la ricerca, urtano il 47% dei navigatori, lasciando in essi traccia di sentimenti negativi associati anche al brand e alla pubblicità che inavvertitamente si sono trovati su quella pagina.

Per questa ragione sono sempre più numerosi i manager e gli esperti di marketing che si adoperano per cercare di ottenere posizionamenti affidabili per le proprie campagne advertising. Anche in questo caso una ricerca del 2017 ci aiuta a capire quali siano le nuove tendenze: secondo la ‘Trust Media Brand’ le tre priorità che i manager considerano quando acquistano pubblicità sul web sono:

  1.  l’audience target delivery per il 64%, ovvero la possibilità di targetizzare con esattezza la consegna dei messaggi ad un tipo di pubblico individuato per specifiche caratteristiche socio-demografiche o comportamentali,
  2.  la viewability per il 54%, ovvero la possibilità che l’annuncio venga visto sullo schermo per almeno alcuni secondi e per una alta percentuale dei suoi pixel
  3.  la brand safe environments per il 46%, ovvero – come abbiamo già visto – l’attenzione a non accostare l’annuncio a contenuti inopportuni.

La rivincita degli editori premium

Per alcuni anni la Programmatic Advertising è sembrata lo strumento più potente dei marketer del futuro: per programmatic si intende infatti la possibilità di scegliere il pubblico cui far vedere un annuncio avvalendosi dei dati forniti da cookie e pixel, e dal altri sistemi di monitoraggio, che consentono di acquisire le caratteristiche dell’utente che rientra nei target e poi di acquistare in maniera automatizzata, sulla base di questi dati, gli spazi pubblicitari.
Ma oggi, tenuto conto delle nuove normative in materia di dati (in particolare il gdpr) e degli avanzamenti tecnologici nel settore del machine learning, molte aziende stanno rivalutando il valore del contesto di pubblicazione degli annunci, visto che non basta lavorare solo sulle caratteristiche dell’utente che li visualizzerà (targeting audience-based) ma bisogna essere certi che il contesto di visualizzazione sia di qualità e non inquinato dai contenuti spazzatura. Non è un caso infatti che nell’ultimo anno molti inserzionisti abbiano spostato la propria spesa su editori e inventory premium, ovvero con un costo più alto cui corrisponde una più alta qualità. Anche i vertici di Google hanno dovuto ammettere i problemi presentati da inventory pubblicitarie non completamente ripulite dai siti dediti al più bieco clickbaiting, ovvero dediti alla diffusione di fake news, foto, video sensazionalisti creati solo per acchiappare click, che possono seriamente pregiudicare la reputazione dei marchi, e di conseguenza hanno promesso un inasprimento dei controlli, degli standard e delle procedure per individuare safe area per gli advertiser.

Come garantire una buona Brand Safety?

A questo punto  si pone per le imprese che scelgono la strada del webmarketing chiaramente il problema di difendere il proprio marchio quando acquistano pubblicità su google display o in modalità programmatic. Come si può attuare una efficace strategia di Brand Safety?
Ogni aziende e settore dovrebbe immaginare delle azioni specifiche, insieme a specialisti in questa attività,  ma a livello generale si può dire, che gli strumenti da impostare in ogni caso sono i seguenti.

  1. individuare con chiarezza il proprio standard e il proprio sistema di valori e le caratteristiche del proprio mercato. Sicuramente pirateria online, siti per adulti o relativi a armi, odio, xenofobia, conflitti militari, droghe illegali, terrorismo, spam sono una grande parte della inventory da escludere per la pubblicità del proprio marchio, però possono esserci altri argomenti e contenuti inopportuni da considerare solo su determinate campagne.
  2. fare una targetizzazione precisa degli utenti, tramite micro-clusterizzazioni, che eviti di avere un pubblico troppo generalista.
  3. prima di cominciare la campagna è bene impiegare del tempo per compilare una dettagliata blacklist globale, contenente i nomi degli editori e le url dei siti spazzatura da evitare. Più specifica e approfondita è la blacklist richiesta ai vendor, agenzie e publisher, più ridotti sono i rischi di essere associati a pagine inopportune
  4. Durante la campagna è necessario invece procedere ad un attento monitoraggio, aggiungendo alle pagine bloccate tutte quelle che si presentano come inopportune e che non erano state inserite nella blacklist iniziale.
  5. Alla fine della campagna è bene fare una seria analisi dei risultati, degli insight e inserire tutto in un report da utilizzare per la campagna seguente.

Con questi e altri accorgimenti che potranno suggerirvi i professionisti del settore è possibile difendere il proprio marchio da epic fail e crisi comunicative generate da posizionamenti sbagliati dei propri banner e video advertising. Chi avesse necessità di fare un approfondimento su questo tema può interrogare noi di Mg Group che siamo nati per assistere le imprese nelle nuove sfide generate dal web.

I nostri professionisti sono a portata di mouse o della tastiera del vostro smartphone: contattateci al più presto e individueremo velocemente una strategia personalizzata di web marketing e brand safety per la vostra azienda.