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Come cambierà il Web nel 2019

Il nuovo anno appena iniziato, per il World Wide Web, si apre con un retaggio degli anni passati abbastanza pesante.

Dagli scandali legati alla diffusione dei dati degli utenti , al cambiamento della legge sulla privacy, alla sempre più massiccia disinformazione che circola sul web (quelle che erroneamente ma più comunemente chiamiamo Fake News), il mondo di Internet sembra sia andato a scontrarsi proprio contro i pericoli intrinsechi che la sua natura prospettava.

Il Web, che è costruito e plasmato dagli internauti che lo navigano, è parte integrante, se non dominante, della società contemporanea e va a coinvolgere i paradigmi della politica, dell’economia e persino dell’etica. Il 2019 si apre dunque su un panorama vasto e piuttosto burrascoso e siamo tutti curiosi di vedere come accoglierà le novità o sarà scenario delle evoluzioni già in corso.

schermo azzurro, blu e bianco con icone di internet

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Facebook e gli altri casi di diffusione dei dati

Negli anni scorsi, l’azienda di Mark Zuckerberg è stata investita dallo scandalo di Cambridge Analytica, ormai ampiamente sdoganato e pesante come un grande macigno sulle spalle di Facebook. Per fare un esempio, nel 2018 il Regno Unito ha multato l’azienda di Menlo Park con una cifra di 500.000 sterline per il suo coinvolgimento nella vicenda, che per quanto nei conti della società risultino poco più che spiccioli, danno un chiaro segnale di come i governi si siano intromessi (o meglio, dovuti intromettere) negli affari del Social Network.

Guardando oltre il campo d’azione strettamente di competenza di Facebook, però, nel 2018 ci sono stati altri casi di problemi con la diffusione dei dati degli utenti. Sullo scadere dell’anno un’inchiesta di Privacy International, l’organizzazione britannica che difende i diritti dei cittadini digitali, ha portato alla luce l’attività di almeno 7 data broker che, alla guida di aziende pressoché sconosciute, hanno rubato e monetizzato un’enorme quantità di dati sugli utenti a scopi commerciali.

Cybersecurity

Il 2018 è stato un anno nero per la sicurezza informatica, tanto da poter essere definito l'”anno dei data breach“. Diversi attacchi di hacker, ma anche strutture di protezione fallaci e disattenzione da parte di chi ha la responsabilità di controllo, hanno messo a repentaglio i dati di molte persone. Oltre al celebre caso di Facebook, si ricorda il caso della catena di hotel Marriot, quello di Quora, di Google+ e molti altri ancora.

Si prospetta dunque un 2019 abbastanza cupo in fatto di cybersecurity, in quanto i numerosi casi scatenatisi hanno acceso i riflettori sull’argomento e, si spera, risvegliato l’attenzione della politica e dei Governi. L’Australia per prima, ad esempio, ha proposto una legge molto controversa che fa la guerra alla crittografia sul web.

Schermo nero con scritta "security" azzurra con manina bianca che la clicca

Schermo nero con scritta “security” azzurra con manina bianca che la clicca

Unione Europea: nuova normativa sulla privacy e sul copyright

Il 2018 ha visto anche alcune novità per l’Europa in fatto di legislazione del Web. Innanzitutto, c’è stata l’introduzione della General data protection regulation (Gdpr) in tutti i paesi dell’Unione e durante il 2019 potremo avere delle risposte più chiare riguardo l’efficacia di questa iniziativa.

Inoltre, di grande interesse per il 2019 c’è l’esito della discussione sulla direttiva UE sul copyright, introdotta nel settembre scorso ma ora al varo di Commissione Europea, Consiglio delle Nazioni e Parlamento che dovrebbero trovare un accordo per scrivere il testo definitivo da sottoporre a voto finale. La direttiva è già andata incontro a diverse critiche, una su tutta quella mossa da Wikipedia, che si scaglia contro la link tax e gli upload filter.

La fine della Net Neutrality negli Stati Uniti

Una decisione della la Federal communications commission (Fcc) statunitense ha posto fine a quella che si definisce Net Neutrality, ovvero il principio secondo il quale tutti i dati devono essere trattati allo stesso modo e non si possono creare delle “linee preferenziali” per determinati servizi, discriminando la velocità di altri.

Questo provvedimento ha ovviamente scatenato l’ira di molti, che stanno provando a cambiare le cose. Dall’esterno, gli stakeholder provano a convincere il Congresso a intervenire utilizzando lo strumento legale del Congressional Review Act (Cra), mentre il Senato ha già varato una legge a favore della Net Neutrality nel maggio scorso. Certo, con il clima burrascoso che gravita attorno alla Casa Bianca in questo periodo, le cose potrebbero non essere così facili.

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Pubblicità su Whatsapp: in arrivo nel 2019

Nei primi tre mesi del 2019 arriverà la pubblicità su Whatsapp

Pensiamo, per un attimo solo, a quanto diverse potrebbero esser le nostre giornate senza Whatsapp. Quanto potrebbe esser meno immediato sentirsi con gli amici oppure condividere contenuti, foto o video o la propria posizione, con colleghi e conoscenti. Insomma, Whatsapp, col suo avvento ha effettivamente cambiato la vita delle persone (nel bene o nel male, si intenda bene).

Lo ha fatto, come quasi tutte le grandi innovazioni della nostra vita, quasi per caso, innovando del tutto il sistema di messaggistica sui telefoni cellulari (ce li ricordiamo vero i messaggi sms con pochi caratteri a disposizione?) e in generale la comunicazione digitale.

La storia dell’App (che letteralmente è l’unione di “What’s up?”, che significa “che succede”, e App, “applicazione”) è quella di un’idea che ha un percorso del tutto particolare: il suo fondatore nasce a Kiev, in Ucraina, e fa esperienza, nei suoi primi anni di vita, della durezza del regime comunista.

La sua famiglia, come tante altre all’epoca, si trova in cattive acque e la madre, a un certo punto, decide di trasferirsi in America portando con sè il piccolo Koum. In America riescono a sbarcare il lunario, anche se con fatica. Koum, a scuola è un piccolo disastro (inizia l’università ma non la finirà) ma, invece, nel tempo libero si appassiona ai codici di programmazione e inizia a frequentare community di hacker. Entra a lavorare in Ernest & Young come collaudatore della sicurezza fino al momento in cui cambia qualcosina.

La nascita e l’acquisizione da parte di Facebook

Koum, mentre frequenta l’Università incrocia Brian Acton, di Yahoo, il quale, rimane colpito del personaggio, e decide di coinvolgerlo nella sua azienda.

Collaborano per circa 9 anni, fino ad avvertire, ironia della sorte per quello che verrà dopo, un senso di “smarrimento” perchè lavorare nella pubblicità, dicono, non contribuisce a migliorare gli altri. Partono per un anno sabbatico, insieme, in Sud America.

Al rientro Koum compra un i-phone e gli viene un’idea: quella di consentire agli utenti di inserire aggiornamenti sul proprio stato, visibili dai contatti in rubrica. Nasce l’embrione di Whatsapp, perchè in breve tempo Acton e Koum capiscono di aver creato un sistema di messaggistica, primo al mondo, perchè, a differenza degli altri esistenti, come Google Talk e Skype, consente agli utenti di creare un profilo attraverso il proprio numero di cellulare e quindi di esser facilmente raggiungibili.

Dopo diverse difficoltà di programmazione legate alla programmazione considerando i prefissi di tutto il mondo oppure, ad esempio, la sfida dell’abolizione dei costi di abbonamento (oggi Whatsapp infatti è completamente gratis), il sistema inizia a farsi strada alla grande: rispetto ai suoi competitori di instant messaging ha dalla sua la straordinaria semplicità di utilizzo, grazie ai profili utente dei numeri di cellulare.

In questo modo l’app cresce in maniera impetuosa: nel 2013 ha 200 milioni di utenti utenti e nel 2014 arriva a 500 diventando, a tutti gli effetti, un applicazione di utilità mondiale. Entra facilmente nelle antenne di Facebook che annusa l’opportunità enorme e, dopo una serie di trattative, l’acquista con una mega offerta da circa 19 miliardi di dollari.

Nonostante ciò l’app continua a crescere e infatti nel 2017 introduce, forse ispirata anche da Facebook, gli “Stati“: la possibilità per gli utenti di condividere i propri status, per 24 ore, attraverso immagini e post.

L’arrivo della pubblicità su Whatsapp

Il caso di WhatsApp è molto interessante anche perchè rappresenta uno dei pochi casi al mondo di business milionari sviluppati senza sfruttare la pubblicità (grazie anche al fatto che per qualche tempo l’app è stata a, irrisorio, pagamento): da sempre i due fondatori hanno preferito dedicarsi alla crescita degli utenti anzichè allo sfruttamento delle opportunità di advertising.

Da quando però WhatsApp è entrata nella sfera di dominio di Facebook la musica è cambiata.   Quello che fa gola è il numero di utenti (1 miliardo di utenti ogni giorno e circa 450 milioni che quotidianamente visitano le “Storie” ovvero gli “Stati” pubblicati) e, quindi, l’enorme opportunità di sfruttamento pubblicitario che il flusso rappresenta.

L’annuncio è arrivato, in Italia, in via ufficiale da parte del country manager Facebook, Luca Colombo, che ha annunciato che nei primi tre mesi del 2019, su Whatsapp inizieranno a comparire messaggi pubblicitari.

Dove apparirà la pubblicità su WhatsApp?

L’advertising non comparirà nei messaggi di chat, per fortuna, ma si limiterà a comparire nella parte dedicata alle notifiche di stato degli utenti. Facebook assicura che non saranno “eccessivi” e non comprometteranno l’utilizzo normale della piattaforma da parte degli utenti.

 Il futuro di WhatsApp

Il grande enigma, in questo caso, potrebbe esser rappresentato, aldilà delle assicurazioni provenienti dal social network, dal comportamento degli utenti. In molti casi infatti gli utenti hanno dimostrato di non gradire cambiamenti radicali reagendo, infatti, con l’abbandono di piattaforme e social network (es. Google Plus che sta per chiudere).

La sfida anzitutto sta in tre domande: come e dove avverrà la pubblicità concretamente, come gli utenti la percepiranno, come gli utenti continueranno a “fidarsi” e a usare Whatsapp. Anche considerando che il rivale principale, Messenger, è in grande crescita.

Una storia inimmaginabile e per certi aspetti del tutto ironica pensando alla scelta di due amici, Brian e Jan, di lasciare Yahoo perchè stanchi di lavorare nella pubblicità!

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E’ l’ora del Check Up Digitale!

Arriva l’autunno e la tua caldaia ha bisogno di un check up. Probabilmente tra un po’ anche la tua automobile e farai naturalmente anche le periodiche analisi del sangue. Continuamente controlliamo che il nostro corpo e le macchine che utilizziamo siano in buona salute e funzionino correttamente. E allora come mai non hai ancora pensato a fare il digital check-up della presenza online della tua azienda?

Ma prima: cos’è il digital Check Up?

Non è difficile da spiegare: è un’attenta analisi degli strumenti della comunicazione digitale di un’azienda che si conclude con un report, in cui vengono riportati i risultati e le indicazioni sulle attività da modificare o sui nuovi strumenti da implementare, nel caso fosse necessario.
Sito internet, Seo, Piano editoriale dei contenuti, Pagine e canali sui social network, sponsorizzazione su Google Ads, Analisi dei sentiment e della Social reputation del marchio: nulla sfugge ad un digital check up fatto con cura e i giusti strumenti, perché chi vuole raggiungere traguardi importanti, e far crescere il proprio business, ha bisogno di rendere efficace ogni canale di comunicazione, anche quello usato solo da una ridotta nicchia di mercato. Se la tua azienda è come la media di quelle italiane sicuramente hai un sito web, magari ben fatto, ma probabilmente ci sono dei punti su cui devi ancora lavorare e che il report del check-up può mettere in luce.

Qualche esempio dei benefici del Digital Check Up:

  1. Avere un piano degli obiettivi specifici per la scelta delle migliori azioni di web marketing
  2. Avere uno studio attento della presenza digitale dei tuoi concorrenti
  3. Avere un piano editoriale pensato sulle parole cercate più spesso dai tuoi potenziali clienti e il tuo target sui motori di ricerca.
  4. Avere una strategia di comunicazione che cerchi il giusto tono e i giusti contenuti per ogni diverso canale social e web

Che aspetti a farti consigliare da un team di specialisti della comunicazione e tecnici del marketing?

MG Group è qui per questo e può offrirti un check up utile a capire dove stai sbagliando, dove stai crescendo e cosa puoi ancora molto migliorare.  Richiedi subito una consulenza gratuita senza impegno.

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Amazon vs Apple: sfida da miliardi di dollari

Amazon e Apple superano il miliardo di dollari

All’inizio di settembre, il valore di mercato di Amazon ha raggiunto e superato la cifra di 1 miliardo di dollari, Apple solo poco più di un mese prima era riuscita ad ottenere questo risultato, prima società al mondo a farcela.

La crescita di queste due società è stata molto veloce nell’ultimo periodo, e anche se da molti anni sui bilanci di entrambe si scrive il segno più (la Apple è stata fondata nel 1976, Amazon nel 1994), non si può non notare che l’andamento della capitalizzazione delle due società ha disegnato in tutti e due i casi una curva in salita, nonostante si noti che una è stata più veloce dell’altra.

Quanto è cresciuta Apple negli ultimi 10 anni?

Se prendiamo in analisi l’ultimo decennio notiamo da quando l’iPhone è stato messo in vendita per la prima volta nel 2007, le azioni di Apple sono aumentate del 1,100% e che sono aumentate di quasi un terzo nell’ultimo anno. Quella di Apple è una grande storia, fatta di innovazione e coraggio, ma che ha davvero stravolto il mercato soltanto con l’iPhone, perché questo prodotto ha permesso a milioni di persone di esplorare la quarta dimensione della nostra esistenza, cioè il web.

E quanto è cresciuto Amazon?

Per quanto riguarda Amazon, il gigante dell’e-commerce ha un taglio diverso, e per questo nella costanza della sua crescita si notano grandi scatti in avanti e una velocità impressionante nell’aumento del prezzo delle azioni, che in un’occasione, in soli 16 giorni, sono riuscite persino a saltare da 600 miliardi di dollari a 700 miliardi di dollari. Al contrario, per raggiungere gli stessi numeri ad Apple sono serviti 622 giorni.

Per questo è legittimo chiedersi se questa crescita durerà e se essa riguarderà entrambe le società allo stesso modo.

Quali sono le differenze tra Amazon e Apple?

Per capire è importante sapere che Apple e Amazon, pur essendo entrambe tra le 5 cinque aziende di tecnologia che hanno migliori prestazioni sul mercato al mondo (fanno compagnia a Facebook, Netflix e Google), sono molto diverse l’una dall’altra.

Apple è una società tecnologica che è anche un marchio di consumatori alla moda. I suoi computer e dispositivi sono stati spesso gadget irrinunciabili e i clienti sono disposti a pagare molto di più per i loro prodotti rispetto alle alternative più economiche.

D’altra parte, Amazon è il luogo virtuale dove le persone vanno quando vogliono ottenere un prodotto più a buon mercato, più facilmente o più rapidamente.

A questo si aggiunga che lo spazio potenziale di espansione sul mercato nel futuro non pare essere lo stesso: Apple avrà difficoltà a crescere ancora molto se non inserisce sul mercato un altro prodotto rivoluzionario. Amazon invece è un’azienda più giovane, non ha ancora una presenza consolidata in molti paesi, quindi ha più spazio per crescere rispetto a Apple, che ha già una base di clienti globale. Apple vende prodotti che si comprano poche volte in un quinquennio, Amazon invece può essere visitata per gli acquisti quasi ogni giorno.

Per questo molti analisti sono portati a pensare che, tra le due aziende, se si trattasse semplicemente di una lotta priva di varianti ed ostacoli esogeni, sarebbe Amazon a vincere.

Cosa può ostacolare la crescita di Amazon e Apple? Niente…

Prima di tutto potrebbero venire dalla politica e dall’opinione pubblica, sempre più spaventati da un mercato globale difficilmente controllabile e da imprese multinazionali così grandi da avere ricchezze molto più grandi di quelle del pil di interi stati.

La minaccia di una regolamentazione da parte di un certo numero di governi è concreta, quella di un innalzamento della tassazione anche. Soprattutto considerato che, secondo una ricerca del Financial Times, le più grandi società al mondo pagano meno tasse oggi rispetto a dieci anni fa. La percentuale delle tasse che pagano sui profitti è diminuita in media del 9 per cento in dieci anni, nonostante i numerosi tentativi fatti dai governi di mezzo mondo per migliorare l’efficienza della tassazione.

E non finisce qui: molti governi stanno ormai chiedendo apertamente ad Apple di spostare la produzione nei paesi occidentali e ad Amazon di retribuire in maniera più equa il lavoro nel settore della logistica e delle consegne. Tutte le grandi multinazionali della tecnologia sono al centro di grandi dibattiti che riguardano le contraddizioni tra questo modo di fare impresa ed una democrazia piena e sana, basti pensare agli scandali che hanno travolto Facebook sul tema della privacy.

I governi agiscono e agiranno, molto probabilmente. Tuttavia, gli analisti sono portati a considerare quasi all’unanimità che, data la loro grandezza, difficilmente le fortune di Apple e Amazon potranno essere intaccate profondamente e che per questa ragione le due imprese continueranno a crescere.

L’innovazione tecnologica sta migliorando la nostra vita?

L’innovazione tecnologica si conferma essere la vera benzina nei motori delle più grandi aziende del mondo. Il web e i servizi digitali stanno già cambiando la nostra vita e la cambieranno in maniera sempre più profonda. Si sono aperti nuovi giganteschi mercati e altri ancora se ne apriranno. Rimanere fuori da questi processi significa in prospetta rischiare di essere marginalizzati o peggio espulsi dal mercato: chi ha un’azienda dovrebbe attrezzarsi in ogni caso ad affrontare le sfide del web marketing.

Mg Group è nata per questo: aiutare le imprese a raggiungere il proprio futuro. Oggi basta un click per avere una consulenza gratuita.

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Russiagate: tra fake e troll dei social di Russia e Iran

L’appuntamento più ravvicinato è quello con le elezioni di midterm in Usa e l’attenzione sulla possibilità che la Russia tenti di influenzarne il risultato si fa con il passare dei giorni sempre più alta. Solo qualche giorno fa il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, John Bolton, ha dichiarato alle agenzie di stampa di aver messo in guardia la controparte russa contro eventuali interferenze nelle elezioni a novembre, dopo aver incontrato a Ginevra Nikolai Patrushev, direttore del consiglio per la sicurezza nazionale russa. Ha detto: “Ho chiarito che non tollereremo interferenze nelle elezioni del 2018 e che siamo pronti a prendere le misure necessarie per impedire che ciò avvenga”.
Nel frattempo Facebook e Microsoft qualche misura hanno già da tempo cominciato a prenderla, dopo che sono emersi numerosi casi in cui è stata riscontrata una propaganda coordinata di disinformazione da parte di potenze straniere negli Stati Uniti e in alcuni paesi Europei. In questo articolo vi spieghiamo come Facebook ha scoperto i finti profili coinvolti nel Russiagate.

Ancora 652 pagine fake legate al Russiagate rimosse da Facebook

Il 21 agosto 2018 la compagnia fondata da Mark Zuckerberg ha rilasciato un comunicato in cui spiega di aver individuato una campagna di disinformazione partita da Russia e Iran:

“Oggi abbiamo rimosso numerose pagine, gruppi e account per comportamento inautentico coordinato su Facebook e Instagram. Alcune di queste attività hanno avuto origine in Iran, e alcune hanno avuto origine in Russia. Si trattava di campagne distinte e non abbiamo identificato alcun collegamento o coordinamento tra loro. Tuttavia, hanno usato tattiche simili creando reti di account per ingannare gli altri su chi erano e cosa stavano facendo.

Mettiamo al bando questo tipo di comportamento perché vogliamo che le persone siano in grado di fidarsi delle connessioni che effettuano su Facebook. Stiamo facendo progressi sul contrasto a questo tipo di questo abuso, ma come abbiamo detto prima dobbiamo sapere che si tratta di una sfida continua, perché i responsabili sono determinati e ben finanziati. Dobbiamo costantemente migliorare per rimanere all’altezza. Ciò significa costruire una tecnologia migliore, assumere più persone e lavorare più a stretto contatto con le forze dell’ordine, gli esperti di sicurezza e altre società. La loro collaborazione è stata fondamentale per le nostre indagini, dal momento che nessuna azienda può combattere da sola.”

Si tratta in sostanza della rimozione in 4 continenti di 652 fra pagine, gruppi e profili rimossi che condividevano in maniera coordinata materiale a sfondo politico. Facebook stavolta si è mossa con tempestività, probabilmente per il timore di incappare di nuovo in casi come quello di Cambridge Analytica, altri scandali sul tema della privacy e in quello sui sospetti di interferenze sulle presidenziali Usa del 2016. Per questo Facebook ha preferito non aspettare che le indagini, le analisi e le verifiche del materiale considerato sospetto si concludano e ha bloccato le pagine e la diffusione dei messaggi.

Lo schema delle connessioni sospette dall’Iran

Ad aver messo in allerta Facebook rispetto a quanto stava accadendo è stata la società di cyber security FireEye, che nelle sue attività di monitoraggio della rete ha riscontrato movimenti anomali. La società afferma di poter indicare con moderata fiducia in attori iraniani i responsabili di questa campagna di disinformazione e ha pubblicato lo schema delle connessioni sospette analizzate e rilevate.

Facebook dal canto suo ha indicato che il gruppo denominato Liberty Front Press cui fanno capo diversi account su Facebook e Instagram con circa 155mila follower, stando alle registrazioni del sito e agli indirizzi IP e degli amministratori risultava legato a media di Stato iraniani, con i primi account creati nel 2013 e con contenuti su Medio Oriente, Regno Unito e Usa. Dalle prime ricerche in effetti non si segnala tra gli obiettivi di questo gruppo quello di influenzare le elezioni di midterm, sebbene non si escluda “che tentativi in questo senso possano essere stati fatti”. Altri due gruppi sono stati segnalati con legami all’Iran.

Come funzionano le attività legate all’intelligence russa

La società di Mark Zuckerberg  ha rilevato anche un quarto gruppo, il cui obiettivo è diffondere notizie false su Siria e Ucraina, legato a fonti che secondo Facebook gli Usa considerano relazionate con l’intelligence militare russa.

Una delle piattaforme rimosse dal social network pare sia stata già al centro di precedenti ricerche: il gruppo  “Inside Syria Media Center diffondeva infatti ricostruzioni pro-Cremlino e pro-Assad raramente supportate da prove”.

Secondo Facebook “la terza parte dell’indagine ha portato alla luce un’altra serie di conti e pagine, la prima delle quali è stata creata nel 2011, che ha ampiamente condiviso contenuti sulla politica mediorientale in arabo e farsi. Hanno anche condiviso contenuti sulla politica nel Regno Unito e negli Stati Uniti in inglese. Abbiamo scoperto questo set per la prima volta nell’agosto 2017 e abbiamo ampliato le nostre indagini nel luglio 2018.”

Si parla sostanzialmente dei seguenti dati:

Presenza su Facebook e Instagram: 168 pagine e 140 account su Facebook, oltre a 31 account su Instagram.

Followers: circa 813.000 account hanno seguito almeno una di queste pagine e più di 10.000 hanno seguito almeno uno di questi account Instagram.

Pubblicità: oltre $ 6.000 di spesa per annunci su Facebook e Instagram, pagati in dollari USA, lire turche e rupie indiane. Il primo annuncio è stato pubblicato a luglio 2012 e l’ultimo è stato pubblicato nell’aprile 2018. Non abbiamo completato la nostra revisione dei contenuti organici provenienti da questi account.

Anche in questo spesso accade che il contenuto non veritiero nato su questa o altre pagine viene poi ripreso da media legittimi e filogovernativi come Sputnik e RT (oltre che da un certo numero di portali cospirazionisti), per poi essere rilanciato su social network da troll (anche reti di bot, come quelle operanti dalla nota Ira di San Pietroburgo), influencer e utenti comuni.

Anche Microsoft e Twitter rimuovono account

In questi giorni in cui la guardia continua ad essere sempre più alta sui troll e i profili fake costruiti ad arte per diffondere falsi contenuti politici, anche Microsoft e Twitter hanno annunciato di aver bloccato e/o rimosso delle pagine. Microsoft ha rivelato l’esistenza di una nuova campagna di phishing – condotte negli Stati Uniti ai danni di organismi vicini ai repubblicani – che porterebbe la firma di Apt28, un famigerato gruppo informatico che molti addetti ai lavori collegano all’intelligence militare di Mosca. E Twitter ha comunicato di aver fermato ben 284 account (in questo caso ritenuti collegati a Teheran) coinvolti in operazioni di manipolazione dell’opinione pubblica.

Difendersi dalle fake news per difendere la democrazia

Questi e altri casi che stanno emergendo negli ultimi anni dimostrano quanto sia importante difendersi dalle fake news e quanto impedire gli abusi sui social network sia fondamentale per difendere la pienezza del funzionamento democratico delle nostre istituzioni. Non dimenticare mai di usare il web con consapevolezza, controllare le fonti, affidarti a testate affidabili. Il futuro dipende da tutti noi: usiamo la nostra intelligenza per migliorarlo.

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Web design: nuovi trend per i siti internet

La velocità con cui tutto cambia nel mondo del web design e del digitale è davvero impressionante. Bastano pochissimi mesi per vedere trasformarsi sotto i nostri occhi il modo in cui navighiamo, quello in cui cerchiamo i siti internet e soprattutto il modo in cui decidiamo se cliccare o meno su un pulsante, su un banner pubblicitario o ancora su un link che sembra interessarci.

L’arrivo sul mercato, ad esempio, in questo 2018 delle Progressive Web App sta cambiando il modo in cui ci interfacciamo al web e usiamo il mobile. Per questo è sempre più importante restare aggiornati e cercare di offrire la miglior user experience possibile, sia in termini di utilizzo che per quanto riguarda il design.

Ecco quali sono secondo noi di MG Group Italia le principali tendenze del web design degli ultimi mesi, valide sia su desktop che su mobile, utili per chi deve progettare nuovi siti internet o fare il restyling di quelli già esistenti.

Tinte vivaci e gradienti senza limiti

Cominciate a salutare il Flat Design, ovvero quel design a tinte unite e piatte a cui ci eravamo abituati da qualche anno a questa parte. Le due dimensioni che ci avevano appassionato per l’assenza di elementi di complessità – come le ombre, i piani multipli e intersecati o ancora le sfumature – e che apparivano così semplici da facilitare la comprensione e la leggibilità da parte degli utenti stanno uscendo dai radar dei designer. Da qualche mese a questa parte si sta affermando infatti una tendenza diversa, capace di colpire maggiormente e scaldare la grafica: tavolozze a tinte vivaci, sfumature e grande uso del gradiente sono gli elementi di un cambiamento radicale che si va affermando con forza. Quindi non dimenticare di dare personalità al tuo sito. E ricorda che il colore del 2018 nel web è l’UltraViolet, in tutte le sue sfumature. Non ti senti di usarlo per il tuo prodotto? Non dimenticare comunque di accendere il più possibile le tinte che userai.

Illustrazioni grafiche

Abbiamo già detto che la tendenza è quella di scaldare il design per comunicare una maggiore personalità. Per farlo in molti cominciano ad usare le illustrazioni grafiche: trasmettono personalità e carattere, e sono più calde e meno artificiali delle fotografie iper filtrate e artefatte che si usano da molti anni. Se in linea con l’identità del brand, l’esperienza dell’utente sarà immersiva. E trasmetterà ai clienti autenticità e fiducia.

Nuove modalità di navigazione

Come è stato detto poc’anzi, l’attenzione è ora tutta concentrata sull”utente; questo è ben visibile nelle nuove modalità di navigazione che stanno emergendo e che convivono meglio con i comportamenti più naturali e spontanei: quindi il mobile. Il tempo della progettazione responsive, che consisteva nel creare una specie di pagina web che si adattava anche al formato mobile, adesso è un qualcosa di superato: si pensa direttamente mobile per quindi passare in modo automatico a schermi più grandi.

È per questo motivo che, anche se abbiamo l’abitudine di navigare su un sito web desktop attraverso le categorie proposte da un menù classico, è adesso più intuitivo andare verso dei layout che utilizzano un sistema a “scroll”. L’utente ritrova dunque in questo modo le principali informazioni e categorie all’interno della stessa pagina. Questa tendenza può essere associata a una modalità di navigazione secondaria più classica, presentando l’enorme vantaggio di fidelizzare quegli utenti che non avranno più modo di perdersi all’interno dell’architettura della pagina web/app.

Spazi vuoti e immagini animate

Spazio bianco, vuoto o negativo che dir si voglia. Questa è davvero una tendenza recente di massima importanza: lo spazio vuoto infatti fa risaltare gli elementi presenti all’interno della pagina, permette di fare chiarezza e organizzare al meglio la gerarchia delle informazioni e infine aiuta l’utente ad orientarsi, a non confondersi e ad avere una user experience migliore. Lo spazio vuoto è un coadiuvante della leggibilità e dell’usabilità di un sito internet e sta non a caso conquistando sempre più importanza, soprattutto in un ambito come mobile, in cui la velocità è sempre più cruciale.

Un’altra tendenza è quella di mettere da parte le immagini statiche e usare le animazioni per attirare l’attenzione e aumentare le conversioni della pagina web: non si tratta soltanto delle ormai classiche gif, ma anche di Cinemagraph, una particolare tecnica che unisce video e fotografia per dare vita alle immagini e per creare un effetto davvero coinvolgente. Il movimento e le animazioni guidano l’attenzione dell’utente e, anche per questo, sono in grado di aumentare le conversioni. Combinato con l’utilizzo dello spazio negativo, il Cinemagraph sarà sicuramente un trend web nel 2018 per il design.

Font particolari e design tipografico

Il font conta. Ormai lo sanno tutti, e quest’anno questa tesi sta prendendo sempre maggiore vigore. E’ finito il tempo dei font banali, chiari ed eccessivamente semplici o ripetitivi: il carattere deve avere carattere. Un buon design tipografico aiuta anche perché è un elemento che non appesantisce la pagine pur dandogli vita e particolarità, a differenza delle immagini che invece spesso saturano lo spazio e il traffico dati a disposizione dei dispositivi mobile.

Il mobile prima di tutto

Navighiamo soprattutto da dispositivi mobile e quindi è importante cominciare la progettazione di un sito proprio dalla versione mobile e poi far discendere il resto, ovvero la pagine più ampie. Tra l’altro ormai l’algoritmo di Google utilizza le versioni mobile per indicizzare le pagine, e quindi questo aspetto è sempre più importante anche in ottica SEO. Quindi avanti con il ‘mobile first’: i tuoi contenuti devono essere accessibili da diversi tipi di schermi e dispositivi con la miglior user experience possibile, indipendentemente dalle dimensioni.

Per questa ragione una Progressive Web App sembra essere la migliore soluzione possibile: la sua caratteristica principale infatti è quella di garantire una usabilità ottimale su qualsiasi dispositivo, adattando contenuti e funzionalità. Quante volte, navigando su Internet, abbiamo visto siti con notifiche push, splash screen (animazione iniziale prima di atterrare sulla home), transizioni animate tra le pagine e la modalità offline? L’integrazione sito-app è il futuro: non lasciartela scappare.

Bot e chatbot: l’assistente virtuale nella pagina

Con il nostro telefono parliamo, cosa che generalmente non facciamo con il computer. I comandi vocali e l’intelligenza artificiale sono la vera frontiera del web: questa maggiore spinta verso la ricerca vocale produrrà una vera e propria proliferazione dei Bot che verranno sempre più inseriti nei siti internet. Facciamo un esempio: per chiedere a che ora aprirà un ristorante in futuro non consulteremo il menù di un sito internet ma interrogheremo un ChatBot presente in una pagina di FAQ, ovvero un assistente virtuale che rispondendo alle domande faciliti la navigazione degli utenti.

E il tuo sito? Preparalo per il futuro.

Un sito non al passo con i tempi, dal design “vecchio” e non in linea con i trend web del momento, riduce drasticamente le conversioni. L’aggiornamento continuo sulle tendenze del web design aumenterà la brand reputation della vostra azienda, cambiando la percezione che hanno gli utenti del vostro brand. Se hai bisogno di progettare un restyling o di realizzare un nuovo sito al passo con in tempi contattaci senza impegno. Per noi di Mg Group essere sempre aggiornati è un dovere oltre che una precisa scelta aziendale: non spendere soldi per prodotti già vecchi, comincia da subito ad investire nel web marketing che verrà.

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App Store: le 10 app più scaricate in 10 anni di storia

10 anni fa, esattamente il 10 luglio 2008, fu lanciato iOS App Store, il negozio virtuale di app per i dispositivi con sistema operativo Apple che ha – si può dire – cambiato il mondo.

Da quel momento ad oggi sono state rilasciate 4,5 milioni di applicazioni, oggi ve ne sono più di 2 milioni disponibili e i download complessivi sono stati 170 miliardi in questo decennio. Inutile dirlo, il giro d’affari è stato gigantesco e si aggira sui 130 miliardi di dollari, quasi il doppio di quanto non sia generato dal concorrente Google Play nonostante i dispositivi con sistema operativo Android in circolazione siano più numerosi di quelli targati Apple.
Questi e altri dati di cui parleremo più avanti sono contenuti in uno studio che la società App Annie ha pubblicato proprio per festeggiare il compleanno dello store e divulgare molti dati interessanti sul mercato globale delle app, che coinvolge grandi colossi della tecnologia e dei social network, ma anche milioni di imprese più piccoli con storie comunque sempre molto interessanti.

La classifica: le 10 app più scaricate di sempre

In classifica ci sono app che quasi ognuno di noi ha sul proprio smartphone, ma anche – agli ultimi due posti nella top ten, applicazioni che probabilmente non conosciamo, per lo più scaricate da utenti di grandi mercati come quello cinese.

  1.  Prima, potevamo immaginarlo, è senza ombra di dubbio Facebook, lanciata nel 2010, fu la app più scaricata del 2011.
  2. A seguire in seconda posizione sempre una applicazionee targata Facebook, ovvero Facebook Messenger.
  3. In terza posizione una di proprietà Google, ovvero la famosissima YouTube usata da milioni di persone per guardare video di tutte le tipologie
  4. Quarta ancora una volta una proprietà di Facebook, che ha acquisito Instagram nel 2012.
  5. Il quinto posto va a WhatsApp, la più famosa app di messaggistica istantanea nei mercati occidentali, anche questa di proprietà della company di Mark Zuckerberg per 19 miliardi di dollari nel 2014
  6. Per il sesto posto torniamo a Google, con Google Maps, l’applicazione più usata al mondo per consultare mappe e navigare percorsi stradali.
  7. Settimo posto a Snapchat, proprietà dell’azienda americana Snap. Questo servizio di chat viene usato ogni giorno da 178 milioni di persone.
  8. Ottavo posto, ed è l’ultimo nella top ten per le imprese statunitensi, per Skype, acquistata da Microsoft nel 2011 per 8,5 miliardi di dollari.
  9. Infine al nono posto fa capolino la prima app rilasciata da una società cinese, la Tencent: si chiama WeChat, è un servizio di messaggistica istantanea per dispositivi mobili ed è utilizzata da 980 milioni di persone soprattutto in Cina e Bhutan.
  10. Ultima posizione nella top ten va ad un’altra applicazione della cinese Tencent, ovvero a QQ, anche in questo caso un servizio di messaggistica istantanea che si calcola venga utilizzato in Cina da oltre 300 milioni di persone contemporaneamente, e abbiamo oltre 900 milioni di utenti registrati.

Il mercato globale delle App: Italia nella top ten dei download ma non della spesa

La classifica del mercato non ammette dubbi: le prime 4 posizioni sono le stesse sia per quanto riguarda il numero dei download sia per quanto attiene invece alla spesa che gli utenti generano per l’acquisizione delle applicazioni. Primi gli Stati Uniti, seguiti dalla Cina, poi dal Giappone e in quarta posizione dal Regno Unito.

3Per quanto riguarda l’Italia facciamo capolino in decima posizione nella classifica dei download con 2,9 miliardi di applicazioni scaricate, ma invece non ci siamo nella classifica della spesa. Segno che gli italiani preferiscono le app gratuite e non sono molto propensi a spendere denaro per scaricare giochi (che nell’apple store rappresentano solamente il 31% dei download ma contano per il 75% della spesa totale) o altre app a pagamento.

Acquisti in app: la spesa globale cresce senza interruzioni.

Il report segnala anche alcuni dati interessanti sul giro d’affari generato dagli acquisti in app, ovvero dalla spesa che gli utenti fanno per acquisire contenuti su app che molto spesso si scaricano gratuitamente dallo store.
Anche escludendo la spesa per videogiochi il dato è sempre positivo e continua a salire, trainato dagli abbonamenti ad app che permettono di guardare contenuti video o di ascoltare musica o dalle app di incontri interpersonali: dal 2011 al 2017 si è passati da una spesa di 1,9 miliardi di dollari ad una cifra che supera i 10 miliardi di dollari.
E il futuro? Sempre secondo Annie App il futuro delle app ha indubitabilmente il segno ‘+’: la società calcola infatti che nel 2022 la spesa per l’acquisto di app sarà cresciuta dell’80% rispetto al 2017 fino a toccare quota 75,5 miliardi di dollari.

Non restare indietro: le app sono il futuro di ogni azienda

A guardare questi dati non c’è alcun dubbio che le applicazioni siano ormai uno delle modalità per avvicinarsi ai propri clienti, costruire con loro una relazione virtuosa e fidelizzarli. Da questo mondo che abita i nostri smartphone passano infatti gusti, scelte, informazioni che influenzano ogni mercato. Ma soprattutto passa un grandissimo flusso di spesa, passa una fetta importante di acquirenti e una parte sempre più grande delle vendite e del fatturato di molte imprese. Per questo è importante che ogni azienda e ogni marchio, anche quelli di dimensioni modeste, si pongano il problema di entrare nel futuro e avere una propria app, scaricabile sia dall’App Store che da Google Play. Una applicazione progettata e realizzata da professionisti del settore del web marketing, con una user experience semplice e dei contenuti dedicati che sappiamo generare interesse nel cliente.
Mg Group Italia da tanti anni si occupa dello sviluppo e del rilascio di app, per imprese di ogni dimensione e di ogni settore merceologico. Abbiamo nei nostri team professionisti in grado di affrontare in maniera sinergica e coordinata ogni aspetto riguardante la progettazione di una app per dispositivi mobili di ogni tipologia. Che aspetti a contattarci? Le grandi cose spesso cominciano da piccoli gesti, come quello di mandare una mail o fare una telefonata. Mg Group è sempre a tua disposizione, anche solo per informazioni.

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GOOGLE ASSISTANT: IL FUTURO E’ SEMPLICE, PARLACI!

Google assistant è il migliore assistente vocale tra quelli sviluppati dalle grandi multinazionali del web. Lo dice Loop Ventures, una venture capital americana, che investe in frontiere tecnologiche e che ogni anno svolge un test comparativo sottoponendo 800 domande a Siri di Apple, Google Assistant, Alexa di Amazon e Cortana di Microsoft.

Anche quest’anno Google ha sorpassato i concorrenti in tutte le categorie (commercio, locale, informazioni e navigazione) tranne una, cioè la categoria comandi in cui Siri, forse per la maggiore integrazione con il suo sistema operativo MacOs, riesce meglio.
I giganteschi investimenti che da tempo Google sta facendo in intelligenza artificiale, machine learning e tecnologie connesse, evidentemente stanno dando i loro frutti. Quali sono? Frutti economici per Google che si posizione al meglio in uno dei mercati più promettenti del futuro, e frutti in termini di comodità ed efficienza per milioni di cittadini che usando i comandi vocali di Google organizzano al meglio la propria vita quotidiana.

Google Assistant: come attivarlo

L’Assistente Google è la versione più evoluta – lanciata il 1 novembre 2017 – del primo Google Now. L’obiettivo di questa seconda versione di comandi vocali era quello di ottenere dialoghi più naturali e risposte alle richieste degli utenti più precise e pertinenti.
Pare proprio che Google ce l’abbia fatta, superando per giunta Siri che era fino a poco tempo fa considerato uno degli assistenti vocali più naturali e più efficienti.
Ma vediamo ora cosa si può fare con Assistente Google: la prima cosa da sottolineare che è l’assistente può essere installato tramite la app di google su tutti i dispositivi con sistema operativo Android. Basta entrare nell’applicazione, andare nel menù ‘Impostazioni’ e selezionare ‘Voce’. Poi abilita le voci presenti all’interno del menu Rilevamento “Ok Google” e da questo momento sarà sufficiente pronunciare ‘Ok Google’ o frasi come ‘Hei Google’ per attivare l’assistente vocale. Ricorda che una volta abilitato nella app l’assistente potrai sempre modificare le impostazioni nell’apposito menù.

Quali sono i comandi vocali e cosa puoi farci

I comandi vocali di Google sono tantissimi e il modo migliore di scoprirli è provare ad utilizzarli, facendo domande e dando indicazioni all’assistente. In ogni caso illustriamo qui una breve lista di quelli più diffusi, che servono a migliorare la vita quotidiana e l’utilizzo dell’ormai insostituibile smart-phone che tutti abbiamo in tasca o nella borsa.

Prima di tutto vediamo le funzioni più semplici, quelle che usiamo più spesso anche manualmente:

Chiamare: “Ok Google, chiama [contatto]“.

Inviare messaggi: “Ok Google, invia un messaggio su WhatsApp (o altra app) a [Destinatario]” e dettare il testo.

Aprire siti e app: “Ok Google, apri [app]” oppure “Ok Google, vai a [sito internet]”

Inviare una email: “Ok Google, invia un’email a [contatto/email], oggetto [oggetto], messaggio [messaggio]” dettando il testo del messaggio.

Postare sui social network: “Ok Google, pubblica su [social] [testo messaggio]“.

Impostare una sveglia:  “Ok Google, svegliami alle [ora]” oppure “Ok Google, svegliami tra [numero-di-ore]“.

Dare l’orario: puoi scoprire l’ora esatta di qualsiasi città del mondo pronunciando “Ok, Google che ore sono a [città].”

Ci sono anche le funzioni con cui navighiamo app come la famossima Google Maps:

Indicazioni stradali: “Ok Google, indicazioni per [indirizzo] [città] [mezzo-utilizzato]“.

Punti d’interesse: “Ok Google, trova [Punto-interesse] più vicino” oppure “Ok Google, dov’è [Punto-interesse] più vicino”.

E ancora si può usare Google Assistant per attivare una serie di utilities che usiamo praticamente ogni giorno:

Informazioni meteo: “Ok Google, che tempo fa a [città]” oppure “Qual è il meteo a [città] [giorno]“.

Calcoli: “Ok Google, [numero] diviso/più/meno/moltiplicato per/elevato alla/… [numero]”.

Traduzione: “Ok Google, traduci [parola/frase] in [lingua]” oppure “Ok Google, come si dice [parola/frase] in [lingua]“.

Valute e azioni di borsa: “Ok Google, prezzo azioni di [azienda/metallo/moneta]” oppure “Ok Google, quanto vale [cifra] [moneta] in [moneta]“.

Unità di misura: “Ok Google, quanti [grandezza/valuta] sono [cifra] [grandezza/valuta]“.

Promemoria: “Ok Google, ricordami [cosa] [quando] [dove]“.

E infine non potevano mancare le funzioni legate alla musica, come ad esempio:

Controllo riproduzione musica: “Ok Google, riproduci musica [brano o autore]” oppure più semplicemente “Ok Google, riproduci un po’ di musica”.

Riconoscere canzoni: “Ok Google, ascolta brano” oppure “Ok Google, che brano è”.

Google Home: come funziona l’assistente vocale quando diventa maggiordomo

A marzo di quest’anno – come annunciato da tempo – ha fatto il suo debutto in Italia Google Home, una serie di due altoparlanti intelligenti progettati per portare in casa le funzioni che abbiamo già visto di Google Assistant e per gestire applicazioni di domotica.

In concreto, Google Home partendo da ciò che può già fare l’Assistente Google su smartphone, si configura come una figura che prende nota e ci organizza la vita: promemoria, sveglie e appuntamenti, meteo, informazioni sui viaggi imminenti, informazioni nutrizionali sugli alimenti e altro ancora.
Purtroppo non  legge le notifiche dal cellulare, e quindi non è in grado di sostituirsi pienamente ad esso.
Ma non bisogna disperare: Google Home infatti è un prodotto in continua evoluzione e in futuro saranno sempre di più le nuove funzioni che verranno sbloccate dagli sviluppatori. A partire dalla domotica, dove ci si attende una crescita esponenziale a quella che si avrà negli impianti in casa. “Ok Google, accendi la lavatrice a 30°” oppure “Ok Google, alza le tende e accendi l’aria condizionata”: solo per fare un esempio di come si potrebbe usare questo gadget se si avessero in casa impianti di domotica interconnessi su tutti gli elettrodomestici.

Il futuro è semplice: parlaci

Avete quindi compreso pienamente che una parte del futuro della nostra vita quotidiana sarà sempre più affidata ai comandi vocali governati dall’intelligenza artificiale. Ciò che ci apparirà come la cosa più facile del mondo – ovvero parlare e chiedere con la voce come se stessimo parlando ad un altro essere umano – in realtà è il frutto di straordinari e ingenti investimenti in ricerca tecnologica e di molti anni di lavoro. In questo mondo tutto cambia e si aggiorna molto velocemente: come saranno le nostre case tra vent’anni? Chissà, potremmo chiederlo a Google Home. Intanto però sappiamo che dobbiamo aggiornare i nostri siti internet e la nostra Seo per la ricerca fatta con comandi vocali, che diventerà a breve la modalità più diffusa di ricerca. Che aspetti? Mg Group Italia è qui anche per aiutarti ad affrontare queste nuove sfide.

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Brand Safety: come proteggere il proprio marchio

Web, croce e delizia delle imprese e dei consumatori! Tutti noi sappiamo infatti che la rete è piena di perle, ma anche di immondizia: fake news, siti spazzatura, contenuti violenti, razzisti, xenofobi e molto altro ancora. Pensare che il marchio di una qualsiasi azienda che voglia vendere e per vendere abbia bisogno di comunicare sentimenti positivi e autorevolezza, possa finire accostato ad uno di questi contenuti immondizia dà immediatamente l’idea di cosa sia e a cosa serva la brand safety.

Cos’è la brand safety

La brand safety è un insieme di tecniche, utilizzate durante la pianificazione di una campagna advertising, per collocare correttamente le unit pubblicitarie di un marchio, come ad esempio i banner o i video. In particolare attraverso la brand safety si punta ad evitare che la pubblicità venga posizionata accanto a contenuti di natura razzista, violenta o sessista o, in ogni caso, tra contenuti inopportuni, poco affidabili o lesivi della verità e dell’oggettività.

L’accostamento a contenuti offensivi viene scambiato per endorsement

Secondo una ricerca di YouGov del 2017 oltre il 30% degli utenti è tendenzialmente portato a credere che una pubblicità posta accanto ad un contenuto sia una specie di endorsement per il contenuto stesso. Ovviamente questo vale anche per i contenuti offensivi che, sempre secondo la ricerca, urtano il 47% dei navigatori, lasciando in essi traccia di sentimenti negativi associati anche al brand e alla pubblicità che inavvertitamente si sono trovati su quella pagina.

Per questa ragione sono sempre più numerosi i manager e gli esperti di marketing che si adoperano per cercare di ottenere posizionamenti affidabili per le proprie campagne advertising. Anche in questo caso una ricerca del 2017 ci aiuta a capire quali siano le nuove tendenze: secondo la ‘Trust Media Brand’ le tre priorità che i manager considerano quando acquistano pubblicità sul web sono:

  1.  l’audience target delivery per il 64%, ovvero la possibilità di targetizzare con esattezza la consegna dei messaggi ad un tipo di pubblico individuato per specifiche caratteristiche socio-demografiche o comportamentali,
  2.  la viewability per il 54%, ovvero la possibilità che l’annuncio venga visto sullo schermo per almeno alcuni secondi e per una alta percentuale dei suoi pixel
  3.  la brand safe environments per il 46%, ovvero – come abbiamo già visto – l’attenzione a non accostare l’annuncio a contenuti inopportuni.

La rivincita degli editori premium

Per alcuni anni la Programmatic Advertising è sembrata lo strumento più potente dei marketer del futuro: per programmatic si intende infatti la possibilità di scegliere il pubblico cui far vedere un annuncio avvalendosi dei dati forniti da cookie e pixel, e dal altri sistemi di monitoraggio, che consentono di acquisire le caratteristiche dell’utente che rientra nei target e poi di acquistare in maniera automatizzata, sulla base di questi dati, gli spazi pubblicitari.
Ma oggi, tenuto conto delle nuove normative in materia di dati (in particolare il gdpr) e degli avanzamenti tecnologici nel settore del machine learning, molte aziende stanno rivalutando il valore del contesto di pubblicazione degli annunci, visto che non basta lavorare solo sulle caratteristiche dell’utente che li visualizzerà (targeting audience-based) ma bisogna essere certi che il contesto di visualizzazione sia di qualità e non inquinato dai contenuti spazzatura. Non è un caso infatti che nell’ultimo anno molti inserzionisti abbiano spostato la propria spesa su editori e inventory premium, ovvero con un costo più alto cui corrisponde una più alta qualità. Anche i vertici di Google hanno dovuto ammettere i problemi presentati da inventory pubblicitarie non completamente ripulite dai siti dediti al più bieco clickbaiting, ovvero dediti alla diffusione di fake news, foto, video sensazionalisti creati solo per acchiappare click, che possono seriamente pregiudicare la reputazione dei marchi, e di conseguenza hanno promesso un inasprimento dei controlli, degli standard e delle procedure per individuare safe area per gli advertiser.

Come garantire una buona Brand Safety?

A questo punto  si pone per le imprese che scelgono la strada del webmarketing chiaramente il problema di difendere il proprio marchio quando acquistano pubblicità su google display o in modalità programmatic. Come si può attuare una efficace strategia di Brand Safety?
Ogni aziende e settore dovrebbe immaginare delle azioni specifiche, insieme a specialisti in questa attività,  ma a livello generale si può dire, che gli strumenti da impostare in ogni caso sono i seguenti.

  1. individuare con chiarezza il proprio standard e il proprio sistema di valori e le caratteristiche del proprio mercato. Sicuramente pirateria online, siti per adulti o relativi a armi, odio, xenofobia, conflitti militari, droghe illegali, terrorismo, spam sono una grande parte della inventory da escludere per la pubblicità del proprio marchio, però possono esserci altri argomenti e contenuti inopportuni da considerare solo su determinate campagne.
  2. fare una targetizzazione precisa degli utenti, tramite micro-clusterizzazioni, che eviti di avere un pubblico troppo generalista.
  3. prima di cominciare la campagna è bene impiegare del tempo per compilare una dettagliata blacklist globale, contenente i nomi degli editori e le url dei siti spazzatura da evitare. Più specifica e approfondita è la blacklist richiesta ai vendor, agenzie e publisher, più ridotti sono i rischi di essere associati a pagine inopportune
  4. Durante la campagna è necessario invece procedere ad un attento monitoraggio, aggiungendo alle pagine bloccate tutte quelle che si presentano come inopportune e che non erano state inserite nella blacklist iniziale.
  5. Alla fine della campagna è bene fare una seria analisi dei risultati, degli insight e inserire tutto in un report da utilizzare per la campagna seguente.

Con questi e altri accorgimenti che potranno suggerirvi i professionisti del settore è possibile difendere il proprio marchio da epic fail e crisi comunicative generate da posizionamenti sbagliati dei propri banner e video advertising. Chi avesse necessità di fare un approfondimento su questo tema può interrogare noi di Mg Group che siamo nati per assistere le imprese nelle nuove sfide generate dal web.

I nostri professionisti sono a portata di mouse o della tastiera del vostro smartphone: contattateci al più presto e individueremo velocemente una strategia personalizzata di web marketing e brand safety per la vostra azienda.

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Rendi famoso il brand con pubblicità ‘pay per impression’

Vuoi sapere come far crescere il numero dei tuoi clienti e il volume del tuo fatturato? Allora devi sapere cos’è la brand awareness e come puoi aumentarla. Unisciti alle tantissime aziende che ogni giorno si prendono cura della propria identità e notorietà. Non farlo significa perdere occasioni ed opportunità che potresti invece cogliere grazie agli opportuni investimenti nel web e social media marketing. Una strategia sicuramente utile è quella di utilizzare campagne di inserzioni basate sulla formula commerciale del ‘pay per impression’, realizzate attraverso Facebook Ads e Google ADW.

Cos’è la brand awareness e perché è importante per la tua impresa

Cominciamo dalla definizione: la brand awareness è la riconoscibilità di un marchio e la capacità dei consumatori di associarlo ai prodotti o all’impresa che lo usano. In sostanza si tratta di considerare quanto un marchio sia famoso, e soprattutto quanto esso venga ricordato dal pubblico largo dei potenziali clienti. Più un marchio è conosciuto, più persone, al momento del bisogno, cercheranno on-line proprio il nome dell’azienda o del prodotto che sono immediatamente in grado di richiamare alla mente.
Un meccanismo semplice e facilmente comprensibile da chiunque, che spesso viene però trascurato da molti professionisti e perfino da alcuni comunicatori, troppo concentrati soltanto su obiettivi a breve termine che rischiano di non assicurare risultati duraturi nel tempo.

Se invece vuoi dare gambe solide al tuo business puoi scegliere di investire nella brand awareness, affidandoti a professionisti che si occuperanno per la tua azienda di misurare con dati oggettivi il livello di notorietà del tuo marchio, quello dei tuoi competitors e di individuare una solida strategia per farti conoscere da quanti più clienti possibile.

Comunicare per raccontare la propria storia e i propri valori

Tutto si gioca intorno alla capacità di raccontare la storia del proprio marchio, i valori che rappresenta e di cercare un contatto empatico con le persone: investire in questo tipo di comunicazione è una scelta di straordinario valore, che darà i suoi frutti sul lungo periodo. Tutti i marchi più famosi investono molto nel brand in Internet, consapevoli che la sola strategia lead generation non può essere sufficiente per chi ha l’obiettivo di essere presenti su tutti i media e i canali per attirare massicciamente l’attenzione dei potenziali clienti, per comunicare al meglio la propria corporate identity e costruire un legame emotivo più forte di quello che si può ottenere con una campagna di marketing finalizzata esclusivamente alla vendita.

Perché scegliere una campagna pay per impression?

Una strategia sicuramente utile è quella di utilizzare campagne di inserzioni basate sulla formula commerciale del ‘pay per impression’, realizzate attraverso Facebook Ads e Google ADW. Banner e video con illustrazioni e testi coinvolgenti, capaci di attirare il pubblico più interessato al brand proposto e di sedimentarsi nella sua memoria.
Quando si deve impostare una strategia di rafforzamento del brand infatti ci si orienta in questa direzione, se si dispone di un budget adeguato e di una efficace targetizzazione questa è sicuramente la scelta migliore: nel caso in cui l’annuncio riceva numerosi click, si pagherà comunque soltanto per le visualizzazioni, con una evidente maggiore convenienza economica.

I formati, strumenti, regole per una buona campagna di branding

In Facebook sono tre i formati a disposizione per le inserzioni: video, slideshow e il formato canvas consentono di calibrare il messaggio sul target di riferimento in maniera efficace, in modo da comunicare in maniera ricca il brand value.

In Google Adwords ci sono a disposizione almeno cinque tipologie di inserzione: annuncio di testo nei motori di ricerca, annuncio nella sezione Shopping, annunci in app mobile, banner nel Google Display Network e annuncio video su Youtube. Tra questi, gli ultimi due consentono di configurare la campagna di advertising sulle impostazioni e le funzionalità più utili ad aumentare la brand awareness.

Una campagna pay per impression efficace trae il massimo risultato anche da budget limitati, seguendo segue alcune piccole ma fondamentali regole nella costruzione delle inserzioni:

  1.  scegliere un layout visivo coerente con il messaggio,
  2.  usare testi empatici orientati all’engagement emotivo del pubblico,
  3.  usare un linguaggio pertinente, preciso ed evocativo,
  4.  generare curiosità per spingere i potenziali clienti ad approfondire la conoscenza dell’azienda o dei suoi prodotti
  5.  usare call to action chiare, che illustrino in maniera chiara i vantaggi dell’azione proposta.

Risultati concreti e misurabili

Con un buona strategia sarà possibile raggiungere risultati importanti e verificabili. L’analisi dei dati è uno dei passaggi chiave per migliorare il proprio marketing. Diversamente da quanto non accada con la tradizionale pubblicità, con i tools del web e dei social è possibile monitorare concretamente i risultati dei propri investimenti in tempo reale. Alla fine di ogni campagna potrai sapere con esattezza dati e numeri delle persone coinvolte, verificare l’efficacia del messaggio sul target individuato e quindi gestire al meglio le risorse economiche disponibili per massimizzare i risultati in futuro.

Perché restare nell’ombra?

Grazie al suo team giovane e dinamico MG Group ti garantisce strategie di qualità e personalizzate per il tuo brand, derivanti da uno studio approfondito della tua azienda.

Chiedici una consulenza Gratuita allo 05771516860 e pianificheremo insieme la campagna più adatta per far crescere il tuo futuro.