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Sharing economy: valore reale o semplice illusione?

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Economia della collaborazione o della condivisione, peer economy, economia on-demand e consumo collaborativo; questi sono solo alcuni dei termini con i quali viene spesso chiamata la Sharing Economy.

Ma che cos’è esattamente la Sharing Economy?

Non è facile rispondere a questa domanda. Un po’ perché si tratta di un fenomeno abbastanza recente, un po’ perché dietro a questa parola ci sono conetti e realtà diverse.

Cos’è la sharing economy?

Proviamo così: Uber? Air B&B? BlaBlaCar? Forse adesso è più chiaro di cosa stiamo parlando.

Quasi tutti almeno una volta avrete sentito parlare, oppure addirittura utilizzato, questi servizi. Si tratta di esempi concreti di Sharing Economy.

Un nuovo modello economico che parte direttamente dai bisogni degli utenti. Parliamo di utenti e non di soli clienti, perché il secondo fattore che caratterizza la Sharing Economy, è proprio il suo essere digitale.

La Sharing Economy è un’economia all’interno della quale professionisti e consumatori mettono a disposizione tempo, competenze, beni e conoscenze per creare relazioni virtuose di scambio reciproco che implicano un utilizzo della tecnologia digitale.

In altre parole, la Sharing Economy è un esempio perfetto di economia circolare, ossia di un’economia che, grazie al suo stesso modo di funzionare, è in grado di rigenerarsi da sola. È un’economia che unisce la tecnologia alle competenze delle persone comuni per soddisfare delle necessità.

Grazie poi all’utilizzo di smartphone e applicazioni la Sharing Economy ha trasformato le città in grandi e generose comunità virtuali. Comunità all’interno delle quali un po’ tutti possiamo essere protagonisti.

Il valore sociale della sharing economy

Basandosi sulla condivisione e sulla compartecipazione, la Sharing Economy assume anche un valore sociale.

Se per soddisfare le necessità degli utenti, la comunità online si impegna a mettere a disposizione di tutti, tempo, risorse e conoscenze, in cambio di un piccolo pagamento (anch’esso condiviso nella maggior parte dei casi), è chiaro che il valore sociale assume un aspetto di fondamentale importanza.

Questo nuovo modello economico promuove il riuso, il riciclo, il risparmio, una certa redistribuzione di denaro e perché no, anche la socializzazione e la salvaguardia ambientale.

Ecco perché per molte persone quest’economia ha rappresentato, sin dall’inizio, l’opportunità per ricostruire il valore sociale della collettività.

Si, perché l’idea di unire le proprie forze a quelle degli altri per risolvere un problema comune non è certo nata ieri.

Già in epoche storiche più antiche villaggi e chiese mettevano in pratica questi concetti.

Questo valore “sociale” è reale oppure è una scusa per sfruttare lavoro a basso costo?

Al servizio di tutti, con l’aiuto di tutti. Così potremo definire la Sharing Economy in breve.

Detto così, assomiglia più ad un bellissimo sogno che ad un’economia reale, e per alcuni infatti, si tratta proprio solo di un sogno.

In molti sostengono che dietro a questo nuovo modello economico si celi in realtà la volontà, per chi gestisce questi servizi, di manipolare e controllare forza lavoro a basso costo senza per altro garantirne alcuna tutela lavorativa.

Per capire meglio i possibili sviluppi di questa nuova economia circolare dobbiamo chiarire quale sia il suo effettivo valore, sia in termini economici che politici.

Quanto vale la Sharing Economy?

I settori che guideranno l’esplosione dell’economia della condivisione sono principalmente cinque:

  • Trasporti
  • Alloggi (a breve termine)
  • Finanza collaborativa
  • Servizi domestici
  • Servizi professionali on-demand (su richiesta)

A livello geografico invece i paesi più attivi e coinvolti in questa trasformazione sono quelli del Nord Europa: Gran Bretagna e Germania in primis con oltre 50 imprese operative e Olanda e Spagna a seguire con un numero di attività comprese tra 15 e 30.

I ricavi lordi delle piattaforme impiegate per offrire servizi di Sharing Economy rappresentano un trend in crescita: sono stati calcolati in 28 miliardi di euro nel 2015 e si prevede che, continuando a crescere a questo ritmo, raggiungeranno i 300 miliardi entro il 2025.

La Sharing Economy e la tutela della legge

Pur trattandosi di un fenomeno sociale antico, la tecnologia ha avuto su di esso un effetto distruttivo, rendendo indispensabile la revisione di leggi obsolete e inadatte a gestire questa trasformazione digitale.

La vicenda di Taxi Uber ne è un esempio. Nato come servizio di Car Sharing, ossia di condivisione di auto (o di alcuni posti liberi su di essa) si è arrivati a Uber, un servizio in cui di condiviso c’è ben poco e gli autisti di fatto sono dei professionisti che svolgono un lavoro dipendente ma senza godere di alcuna tutela.

Lo stesso discorso vale per i fattorini che fanno le consegne a domicilio, le persone che fanno le pulizie per Helping (servizio di pulizie a domicilio su prenotazione) oppure per i freelance di Upwork.

Gig Economy, economia dei “lavoretti”, per indicare tutti quei modelli di business in cui la forza lavoro è rappresentata da appaltatori indipendenti e liberi professionisti invece che da impiegati a tempo indeterminato.

In tutti i casi si tratta di lavori temporanei, pagati a prestazione e non tutelati.

E il futuro?

Abbiamo potuto vedere come questa nuova economia del consumo collaborativo abbia tutte le carte in regola per diventare un modello di rilievo nel futuro.

Le potenzialità sono molte, così come lo sono rischi e i problemi da risolvere.

Ma perché la Sharing Economy possa davvero realizzarsi, dobbiamo riflettere sul suo reale significato sociale e passare dal concetto di “condividere guadagnando” a quello di “guadagnare condividendo”.

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